Mentre Donald Trump e Kim Jong Un alzano i toni dello scontro e continuano a minacciarsi a vicenda, altri due Stati, Russia e Cina, stanno spendendo tutte le energie delle rispettive diplomazie per evitare che l’escalation verbale tra Washington e Pyongyang arrivi a un punto di non ritorno. Dall’inizio dell’aumento delle tensioni fra i due Stati, Mosca e Pechino non hanno mai nascosto la necessità di fermare il prima possibile questa deriva militare dai risvolti potenzialmente tragici, ed entrambi i Paesi hanno spesso fatto in modo che il regime di Pyongyang ragionasse evitando di minacciare ulteriormente gli alleati degli Stati Uniti con test missilistici e proseguimento del programma nucleare. Per Russia e Cina l’eventualità di un conflitto nella penisola coreana, per differenti ragioni, sarebbe, infatti, un disastro che metterebbe a repentaglio non soltanto la stabilità regionale, ma anche un sistema di alleanze e rapporti che fanno dell’Asia orientale un sistema sostanzialmente collaudato di collaborazione fra le due superpotenze. E proprio per questo motivo, entrambi gli Stati hanno appoggiato la risoluzione presentata all’Onu dagli Stati Uniti con la quale si chiedeva l’irrigidimento delle sanzioni nei confronti del regime coreano. Una mossa con cui hanno voluto dimostrare di non essere fieri sostenitori di Kim e nello stesso tempo di essere pronti a costruire un muro eurasiatico che fronteggiasse apertamente gli Stati Uniti.

La Russia ha utilizzato per la crisi coreana un approccio molto diplomatico, con il quale ha tentato da subito di mostrarsi quale potenza in grado di mediare fra Corea del Nord e Corea del Sud. Per Putin la prima necessità per risolvere la crisi della penisola coreana è quella di fare in modo che s’incontrino in un tavolo di negoziato i leader delle due Coree. E non a caso, nel maggio di quest’anno, il presidente russo ha telefonato all’inviato sudcoreano Song-Young-Gil confermando la disponibilità della Russia all’invio d una delegazione per mediare fra Seul e Pyongyang. L’idea di Mosca è che l’atteggiamento aggressivo nei confronti della Corea del Nord da parte di Washington allontani qualsiasi risoluzione positiva del conflitto, rischiando di far scivolare rapidamente l’Estremo Oriente verso un conflitto molto rischioso per tutta la regione. Un conflitto che dalle parti del Cremlino non è mai stato escluso come scenario possibile, tanto che il senatore Viktor Ozerov, ex capo della commissione Sicurezza e Difesa, ha confermato che la Russia ha rafforzato i sistemi anti-aerei e il dispiegamento di mezzi nei pressi del confine con la Corea del Nord.

Le mosse di Vladimir Putin s’iscrivono nella volontà della Russia di presentarsi sempre come una superpotenza in grado di decidere le sorti delle tensioni fra gli Stati. A differenza della Siria, tuttavia, la Corea del Nord non è un alleato della Russia, ma un semplice vicino: un vicino comunque meno scomodo che una penisola coreana totalmente allineata a Washington. Proprio per questo motivo, da una parte il Cremlino ha sempre negato di avere rapporti di amicizia con Pyongyang, ma, dall’altra parte, non ha mai espresso eccessiva fiducia nelle politiche americane chiedendo che si potesse giungere a una soluzione diplomatica e impegnandosi attivamente con Pechino. Per questo motivo, i canali diplomatici non sono mai stati interrotti e lo stesso ministro Lavrov si è speso attivamente anche nell’ultimo incontro di Manila con l’Asean per fare in modo di costituire un blocco asiatico capace di comprimere l’evolversi del conflitto, in accordo con la Cina.

Per quanto riguarda la Cina, il suo comportamento è stato nella stessa direzione della Russia, e cioè nella ricerca di una soluzione diplomatica. Tuttavia, a differenza della Russia, il coinvolgimento cinese è stato totalmente differente, perché Trump ha da subito individuato in Pechino il vero interlocutore in grado di cambiare i programmi nordcoreani e, in ultima analisi, il vero obiettivo della nuova amministrazione americana. Il leader cinese Xi Jinping ha sempre chiesto a Washington di abbassare i toni e, nello stesso tempo, ha intrapreso anche una linea dura nei confronti di Pyongyang consentendo le sanzioni voluta dagli Usa all’Onu e imponendo un blocco commerciale nei confronti della Corea al limite dell’embargo. Pyongyang vive grazie al rapporto commerciale con Pechino, e dunque non è da sottovalutare l’imposizione di limiti al traffico di merci coreano in Cina, specialmente nell’unico settore industriale rilevante del regime nordcoreano, ovvero l’estrazione e la vendita di carbone.

Nello stesso tempo, però, la Cina è perfettamente consapevole che un cambio di regime in Corea non può essere un destino auspicabile. Meglio un vicino scomodo ma nemico degli Usa e del rivale sudcoreano piuttosto che una Corea del Nord piegata all’avversario del presente e del futuro, e cioè gli Stati Uniti. Il futuro sembra essere ormai indirizzato verso uno scontro nell’oceano Pacifico fra Stati Uniti e Cina, e, per la Repubblica popolare cinese, l’avanzata degli Usa nel Mar cinese meridionale e nella penisola coreana non può essere un’opzione credibile per il futuro. Proprio per evitare l’accerchiamento da parte di Washington, Pechino si è attivata per una risoluzione diplomatica alla crisi con la Corea del Nord, consapevole che in caso di guerra le soluzione potrebbero essere disastrose sia per la penisola coreana sia per la geopolitica cinese in tutta la regione. E se il conflitto sarà evitato, probabilmente il mondo dovrà ringraziare soprattutto la freddezza cinese e la collaborazione russa, piuttosto che il braccio di ferro fra The Donald e Kim Jong Un.

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