Un piano urgente per arginare la crisi politica che da più di un mese abbondante sta sconquassando Hong Kong. La Cina continentale ha deciso di scendere in campo, anche se per il momento lo fa mantenendo un basso profilo e la minima ingerenza negli affari interni dell’ex colonia britannica. Di sicuro, come conferma il South China Morning Post, nei piani alti del Partito Comunista Cinese hanno capito che la situazione è più complessa del previsto e che il governo centrale non può continuare a restare in disparte mentre centinaia di migliaia di hongkonghesi sfogano il loro odio nei confronti di Pechino manifestando nelle strade, scontrandosi con la polizia e – è successo anche questo – vandalizzando gli edifici istituzionali. I funzionari del governo cinese incaricati degli affari di Hong Kong stanno pianificando le prossime mosse, che – per alcuni studiosi – potrebbero anche contemplare l’uso dell’esercito.

Una situazione insostenibile

L’origine delle proteste è il disegno di legge sulle estradizioni che, secondo i manifestanti, consentirebbe alla Cina di allungare un tentacolo attorno al sistema giuridico e legislativo di Hong Kong. Tutto nasce da qui ma si allarga ad altre questioni rimaste irrisolte; nodi che devono essere sciolti al più presto, come la presunta erosione dell’esercizio delle libertà civili degli hongkonghesi causata da una stretta di Pechino. Insomma, gran parte degli abitanti dell’isola vuole preservare l’indipendenza dalla Cina continentale e teme che il motto “un Paese, due sistemi” stia evaporando come neve al sole. Secondo alcune indiscrezioni, Pechino ha escluso il ricorso alla forza militare, quindi l’eventualità di vedere l’Esercito Popolare di Liberazione a Victoria Park è da scartare. Il governo cinese attuerà a breve un piano immediato per far fronte alle proteste, accanto a una strategia a lungo termine per garantire la stabilità del territorio; riguardo a quest’ultimo punto c’è chi ipotizza si possa trattare di una revisione della governance del Dragone su Hong Kong.

Le mosse di Pechino

Dall’Ufficio di collegamento del governo centrale cinese a Hong Kong, fa sapere il direttore Wang Zhimin, la Cina sostiene senza se e senza ma Carrie Lam, la governatrice locale finita nel mirino dei manifestanti. Non solo Pechino offre il suo supporto a Lam, ma ne difende anche l’operato in occasione delle fasi più violente delle proteste. Wang ha sottolineato come la Cina sostenga la tutela della legge ma che allo stesso tempo intenda mantenere l’ordine sociale e la protezione della sicurezza delle persone. Sottointeso: basta proteste. Nonostante Lam abbia dichiarato defunto il disegno di legge sulle estradizioni della discordia, i suoi oppositori chiedono le dimissioni del capo esecutivo della città. In molti temono infatti che Carrie Lam possa riproporre l’emendamento entro il 2020, ossia prima della scadenza dell’attuale legislatura.

Tolleranza zero

Le proteste, tuttavia, non si sono placate. Adesso i manifestanti hanno preso di mira qualsiasi luogo o sito che possa simboleggiare un legame tra Hong Kong e la Cina continentale; ne sono un esempio sia la stazione ferroviaria ad alta velocità Guangdong-Shenzen-Hong Kong, sia la località turistica Tsim Sha Tsui, ricca di commercianti cinesi. La polizia, intanto, ha il suo bel da fare; le forze dell’ordine hanno effettuato i primi arresti – 11 uomini e una donna – dopo l’assalto di lunedì scorso al Consiglio legislativo cittadino. Nei prossimi giorni le autorità perseguiranno “i manifestanti per i loro atti violenti e illegali”. Dopo settimane cariche di tensione anche i media cinesi hanno perso la pazienza e chiesto alle istituzioni di Cina e Hong Kong di ricorrere alla tolleranza zero per sradicare simili comportamenti distruttivi.

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