“Il mondo cambierà Trump più di quanto Trump cambierà il mondo”: così, nel dicembre 2016, Lucio Caracciolo parlava del nuovo presidente statunitense nell’editoriale di apertura al numero di Limes dedicato alla sua agenda. Più volte Trump ha dovuto mediare le sue dichiarazioni e promesse da campagna elettorale con le contingenze, le sfide e gli imprevisti imposti dall’amministrazione quotidiana e da importanti considerazioni di realpolitik.

Il caso dello sviluppo delle relazioni tra Stati Uniti e Cina testimonia questo fatto. Trump ha ripetutamente attaccato Pechino nel corso della sua corsa al potere, accusando la Cina di pratiche commerciali illegali funzionali all’ampliamento del deficit commerciale statunitense, di manipolazione monetaria e di dumping salariale, ma una volta entrato alla Casa Bianca ha dovuto necessariamente cercare un modus vivendi con la Repubblica Popolare.

Di fatto, tra gli Stati  Uniti e la Cina ha più volte prevalso il pragmatismo: la comune necessità di mantenere aperto il dialogo sulla crisi coreana si è unita alla sintonia personale tra Trump e Xi Jinping, che ha accolto il presidente in maniera imperiale nel suo viaggio in Cina di novembre, che ha portato alla stipulazione di importanti accordi commerciali bilaterali.

Convergenze pragmatiche come quelle verificatesi nel campo del gas naturale, che la Cina è sempre più disponibile a importare degli Stati Uniti, non hanno in ogni caso modificato una tendenza in sviluppo da anni nella relazione economica tra i due Paesi: nel 2017 non si è verificato alcun “effetto Trump”, e il deficit statunitense nei confronti della Cina ha raggiunto un nuovo record storico.

Il deficit conviene agli Stati Uniti più di una guerra commerciale

Come segnalato da Lingling Wei del Wall Street Journalil deficit commerciale statunitense nei confronti della Cina, nel 2017, è cresciuto del 10% sino a toccare quota 275,8 miliardi di dollari.

Il trend, ormai consolidato da tempo, vede gli Stati Uniti compratori di ultima istanza dei beni provenienti dalla Cina, Paese che ha tutto l’interesse a vedere la stabilità del mercato interno americano e non ha mancato, dall’inizio della Grande Crisi ad oggi, di garantire alla controparte d’oltre Pacifico un indiretto “sostegno” attraverso la sottoscrizione di quote del suo debito.

Tutto ciò non sembra entrare nell’equazione strategica dell’amministrazione di Washington, che delineando la nuova National Security Strategy ha indicato nell’imposizione di tariffe più elevate la potenziale risposta con cui gli Usa potrebbero reagire a dilatazioni del deficit dovute a pratiche da loro ritenute scorrette.

Shawn Donnan del Financial Times ha segnalato che Washington potrebbe iniziare a investigare su presunti trasferimenti di tecnologia e violazioni dei diritti di proprietà intellettuale depositati negli Stati Uniti da parte di imprese cinesi. Tuttavia, Trump è ben conscio del fatto che la trade war minacciata in campagna elettorale è irrealistica: l’attuale deficit, per Washington, è preferibile a un salto nel buio che finirebbe per destabilizzare l’intera economia planetaria.

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