La presenza costante degli Stati Uniti, quella in crescita del Regno Unito e il recente ritorno di fiamma di Germania e Francia. Le potenze occidentali, in orbita Nato, hanno messo nel mirino il Pacifico per un motivo ben preciso: arginare la crescita della Cina. Alla quale, nel giro di un decennio, forse addirittura pochi anni, le vengono attribuite buone chance di estromettere gli Usa dal primo gradino della classifica delle potenze globali.

Dal momento che le strategie geopolitiche di Washington e Pechino sono completamente divergenti – viste le ambizioni, gli obiettivi economici e politici dei due Paesi e pesino i loro modi operandi – c’è il rischio che, in un futuro non troppo lontano, il braccio di ferro sino-americano, talvolta etichettato nuova Guerra Fredda, possa trasformarsi in una guerra caldissima. Se i rischi portano con sé enormi margini di incertezza, allora gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di correrne alcuno.

Portatori dell'”ombrello” Nato, e forti degli “impermeabili” Quad e Aukus, gli Usa stanno così iniziando a prendere le misure di fronte ad un’ipotetica tempesta asiatica in salsa cinese. Attenzione però, perché adesso la presenza del blocco occidentale nell’area dell’Indo-Pacifico non si limita più alla semplice navigazione delle portaerei statunitensi attraverso lo Stretto di Taiwan. Anche una parte dell’Europa ha iniziato sempre più spesso ad avventurarsi, o meglio a tornare, nell’Estremo Oriente. L’ultimo episodio riguarda la Germania, con Berlino che ha partecipato ad un’esercitazione congiunta con il Giappone.



L’esercitazione militare tra Germania e Giappone

Tre caccia F-2 giapponesi e tre Eurofighter Typhoon tedeschi hanno preso parte all’addestramento di formazione formazione e all’addestramento alla navigazione progettato per rafforzare la cooperazione di difesa delle rispettive forze aeree. I tre Eurofighter sono atterrati in Giappone dopo un volo di otto ore da Singapore, nell’ambito dell’operazione tedesca Rapid Pacific.

Le suddette manovre militari, spiegavano un mese fa le forze armate tedesche, mirano a coinvolgere i partner non Nato dell’Asia-Pacifico e mostrare prontezza operativa. Un coinvolgimento avviato, nel dicembre 2021, dal passaggio della fregata Bayern nel Mar Cinese Meridionale, la prima nave da guerra tedesca a farlo dopo decenni. Quello, hanno all’epoca sottolineato da Berlino, era il primo passo verso la “presenza militare tedesca nella regione indo-pacifica”.

Tornando alle recenti manovre nippo-tedesche, le forze di difesa aerea giapponesi hanno affermato che l’esercizio è stato “significativo dal punto di vista del mantenimento e del rafforzamento di un Indo-Pacifico libero e aperto, non solo per la Germania ma anche per altri paesi europei”. Nel frattempo, il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht ha dichiarato al Japan Times che qualsiasi conflitto nell’Indo-Pacifico “colpirebbe in modo massiccio la Germania in diversi modi” a causa della crescita economica, delle rotte commerciali e della rivalità geopolitica nella regione.

La Cina, dal suo punto di vista, continua a diffidare, non solo della presenza di Washington nell’area, ma pure dei movimenti sospetti dei Paesi europei, visto che entrambi gli attori citati appaiono intenzionati a rafforzare i loro rapporti con i partner locali per isolare il più possibile Pechino. Irritare il Dragone fin da subito potrebbe però essere pericoloso. Ed è per questo che i tedeschi hanno più volte ribadito che le esercitazioni svolte con il Giappone non sono un segnale contro nessuno, tanto meno una provocazione, e che Berlino è semplicemente interessata alla situazione della sicurezza nell’indo-pacifico.



La Francia, l’Uk e la FOIP

Le ultime novità lasciano intendere che possa presto essere riesumato il concetto di “Indo-Pacifico libero e aperto”, termine utilizzato da Tokyo e Washington per indicare la Free and Open Indo-Pacific Stretegy (Foip). Di che cosa si tratta? Dell’ambizioso progetto geopolitico lanciato dall’ex premier giapponese Abe Shinzo nel 2016. L’obiettivo di Tokyo era, ed è lecito suppore che sia ancora, quello di unire economicamente e politicamente due continenti, l’Asia e l’Africa, e altrettanti oceani, il Pacifico e l’Indiano, così da creare una piattaforma attraverso la quale portare ordine in una regione particolarmente turbolenta. Da molti definita la risposta di Occidente e alleati alla globale Belt and Road Intiative cinese, in realtà la FOIP sembrerebbe più essere una “clava” con la quale colpire Pechino nell’ambito delle rivendicazioni regionali relative al Mar Cinese Meridionale.

Alla fine di agosto l’aviazione tedesca ha inviato per la prima volta 13 aerei militari proprio nell’Indo-Pacifico per prendere parte alle esercitazioni Pitch Black in Australia. Nell’ambito delle stesse manovre, la Francia ha inviato vari aerei nel suo territorio d’oltremare della Nuova Caledonia, in una missione forse organizzata per mostrare la sua capacità di proiettare potenza aerea su lunghe distanze. In quell’occasione, secondo quanto riportato dal South China Morning Post, Emmanuel Lenain, ambasciatore francese in India, ha dichiarato: “La Francia è una potenza residente dell’Indo-Pacifico e questa ambiziosa proiezione di potenza aerea a lunga distanza dimostra il nostro impegno nei confronti della regione e dei nostri partner”. In tutto questo, il Regno Unito fautore della Global Britain intende schierare unità di pattugliamento marittimo nella regione “almeno per i prossimi cinque anni”, a sostegno dello sforzo di contenimento della Cina intrapreso dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi alleati nella regione, come annunciato dall’ammiraglio della Marina britannica, Tony Radakin.

Per capire quali sono gli obiettivi della Nato, basta leggere cosa c’è scritto nel resoconto finale partorito dal summit dell’Alleanza Atlantica, lo scorso giugno, in quel di Madrid: per la prima volta, nella sua dichiarazione di intenti, la Nato ha dichiarato che la Cina è una sfida sistemica. Lo stesso vertice ha inoltre incluso la presenza inedita di leader di quattro Paesi asiatici: Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Nessuno di questi è membro della Nato ma tutti diffidano della crescente influenza cinese.

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