I falchi repubblicani non vedevano l’ora di mettere la Cina nel mirino. L’elezione di Donald Trump del 2016 ha contribuito, in parte, ad assecondare i loro desideri. Durante tutto il suo mandato presidenziale, l’amministrazione Trump ha in effetti attaccato Pechino in tutti i modi possibili. Dalle critiche per la repressione degli uiguri nello Xinjiang alla Trade War per stroncare l’economia cinese, dai ban contro Huawei alle accuse sulla pandemia di Covid-19: a ben vedere The Donald ha spesso affondato il colpo.

Ma cosa si nasconde dietro la strategia del tycoon? In realtà, almeno nei primi tre anni in carica, Trump aveva intenzione di negoziare un accordo commerciale con il governo cinese, nonostante molti membri del suo team di sicurezza nazionale non vedessero l’ora di affrontare la Cina, da loro considerata la più grande minaccia per gli Stati Uniti. Ed è proprio per questo che le varie proposte dei falchi – rafforzamento delle relazioni don Taiwan, arresto globale delle società cinesi e via dicendo – caddero quasi tutte nel vuoto. Come ha sottolineato il Wall Street Journal, la situazione è cambiata lo scorso marzo. Da quel momento in poi, Trump ha dato il via libera a una serie di azioni specifiche per affrontare apertamente la Cina.

Il cambio di rotta

Washington ha in effetti inviato portaerei nel Mar Cinese Meridionale, impedito alle società cinesi di ottenere tecnologia avanzata, incrementato la vendita di armi a Taiwan, chiuso il consolato cinese di Houston per presunto spionaggio e inscenato una crociata contro le popolari applicazioni TikTok e WeChat. Non sarebbe finita qui, perché a quanto pare sarebbero allo studio altre mosse tra cui il monitoraggio dei dipendenti delle compagnie aeree statali cinesi sospettati di spionaggio negli Stati Uniti e l’inserimento nella lista nera Usa di altre aziende del Dragone.

Tre sarebbero le motivazioni che avrebbero spinto Trump a cambiare registro. Primo: a gennaio, dopo il primo accordo commerciale con Pechino, il presidente Usa ha inasprito la sua politica nei confronti della Cina in chiave elettorale. Secondo: molti consiglieri del tycoon sono saliti alla ribalta, a maggior ragione dopo lo scoppio della pandemia di Covid. Molti di loro hanno accusato la Cina e ben presto questa narrazione ha trovato terreno fertile all’interno della Casa Bianca (e non solo). Terzo: a quanto pare l’azione cinese a Hong Kong avrebbe irritato i funzionari dell’amministrazione Trump e il Congresso.

La pandemia di Covid

La nuova offensiva americana ha generato effetti più o meno imprevisti, più o meno positivi. Intanto le relazioni diplomatiche tra i due Paesi sono naufragate al punto più basso da decenni a questa parte. Inoltre, il clima da guerra fredda ha spaventato gli investitori e confuso, in parte, i leader cinesi. Ma l’evento che forse più di tutti ha segnato le relazioni sino-americane (o che, secondo alcuni, sarebbe stato usato come pretesto da Washington) è stata la pandemia di coronavirus. Quando il Sars-CoV-2 è arrivato in America, ha ucciso decine di migliaia di americani, danneggiato l’economia nazionale, è a quel punto che Trump ha sparato a salve contro la Cina.

È qui che The Donald avrebbe sdoganato del tutto i falchi repubblicani e iniziato ad ascoltare di più i suggerimenti dei suoi consiglieri per la sicurezza nazionale che non quelli dei consiglieri economici. Tra i cosiddetti “intransigenti” troviamo Mike Pompeo, segretario di Stato Usa che vuole punire la Cina, anche se questo potrebbe mettere a rischio il patto commerciale stretto pochi mesi fa, il vice consigliere per la sicurezza nazionale, Matt Pottinger, il procuratore generale William Barr, oltre che Peter Navarro e Wilbur Ross (entrambi hanno lavorato con il segretario al Tesoro per ottenere un rapido accordo commerciale). Le relazioni con Pechino, a detta dei super falchi di Washington, devono cambiare radicalmente. E devono farlo al più presto, perché c’è in gioco la sicurezza degli Stati Uniti.

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