Le diplomazie di Marocco e Israele stanno lavorando a pieno ritmo per riportare le relazioni bilaterali, congelate nel corso della Seconda Intifada, ai tradizionalmente elevati livelli di cordialità e collaborazione. L’annuncio della normalizzazione, avvenuto il 10 dicembre, è stato seguito da una telefonata fra Benjamin Netanyahu e Mohammed VI, da un viaggio di Jared Kushner e Meir Ben-Shabbat a Rabat, da una video-conferenza fra i rispettivi ministri dell’industria e dall’invio di una delegazione marocchina a Tel Aviv.

La delegazione a Tel Aviv

Una delegazione di diplomatici marocchini è approdata a Tel Aviv nella giornata del 29 dicembre con l’obiettivo di accelerare la traduzione in realtà dell’accordo di normalizzazione. La missione, nello specifico, è stata organizzata per raggiungere un consenso comune sulla riesumazione dei voli fra i due Paesi – la tratta Casablanca-Tel Aviv dovrebbe essere lanciata a gennaio –, per riaprire l’ufficio di collegamento del Marocco a Tel Aviv, chiuso nel 2000 nel contesto della Seconda Intifada, e per preparare il terreno al vero evento: l’arrivo di Mohammed VI in Israele nel prossimo futuro. Il re marocchino, infatti, ha ricevuto un invito ufficiale da Netanyahu.

Le parti, inoltre, hanno discusso della questione ambasciate e consolati, ossia quando e dove organizzarne l’inaugurazione. La missione, in sostanza, è stata inviata a Tel Aviv per reciprocare la visita di Kushner e Ben-Shabbat a Rabat del 22 dicembre – durante la quale erano stati firmati i primi accordi di cooperazione in una serie di settori, fra i quali finanza e turismo – e iniziare i lavori che condurranno allo storico approdo di Mohammed VI in Terra Santa.

L’accordo di normalizzazione

Il 10 dicembre re Mohammed VI ha accettato di normalizzare le relazioni con Israele in cambio del riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sovranità marocchina sul Sahara occidentale. Assecondare le rivendicazioni di Rabat sulla regione contesa con il Fronte Polisario, e sulla quale ha storicamente soffiato il vento dell’instabilità per via dell’influenza e delle interferenze di Algeri, era l’unica maniera di soddisfare simultaneamente re, clero e popolo, riducendo a livelli critici il rischio di disordini da parte dei sostenitori della causa palestinese e creando consenso comune attorno all’accordo.

La strategia si è rivelata vincente: il clero legato alle istituzioni, nonostante la presenza di voci dissonanti, non ha lanciato alcuna guerra alla famiglia reale e si è conformato celermente alla nuova realtà, e le strade delle grandi città marocchine, in luogo di ospitare le rivolte dei sostenitori filopalestinesi, sono state monopolizzate dal giubilo dei patrioti, per i quali, evidentemente, il Sahara occidentale era ed è più importante della Palestina.

I primi effetti dell’accordo di normalizzazione si sono manifestati nei giorni immediatamente successivi. Nella giornata dell’11 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha avviato le pratiche per lo sblocco delle trattative sulla vendita di armamenti al Marocco, mentre il 14 hanno avuto luogo due cerimonie di inaugurazione a Dakhla ed El Aaiun, dove sono stati aperti dei consolati rispettivamente dal governo di Haiti e dal regno del Bahrein.

L’amministrazione Trump, in ottemperanza all’accordo, il 24, vigilia di Natale, ha rilasciato un comunicato per “annunciare che è iniziato il processo di stabilimento di un consolato degli Stati Uniti nella regione”. Nell’attesa del termine dei lavori, quello stesso giorno, mediante tale comunicato, è stata inaugurata “una postazione virtuale per il Sahara occidentale, con un focus sulla promozione dello sviluppo sociale ed economico”.

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