Il “sogno cinese” passa per lo status dell’isola di Taiwan. È quella che Pechino considera la “provincia ribelle” a mettere a rischio il controllo dei mari intorno alla Cina da parte delle forze della Repubblica popolare. Ed è per questo motivo che il nodo di Taiwan continua a essere al centro delle attenzioni del gigante asiatico al pari del suo rivale americano. Washington vuole evitare che il “Celeste impero” blindi la navigazione su buona parte dell’Indo-Pacifico e il controllo su un territorio fondamentale per l’industria dei componenti elettronici.

L’escalation militare per la conquista dell’isola è uno dei temi più caldi delle analisi strategiche d’Oltreoceano. Tutte le amministrazioni statunitensi concordano sul fatto che Taiwan vada difesa a ogni costo, come simbolo ma anche come evidente obiettivo strategico. Ma in tanti si chiedono fin dove possa arrivare il sostegno americano: sarà sul modello Ucraina, quindi un supporto politico, di intelligence e bellico? Oppure sarà un intervento diretto con le forze armate pronte a schierarsi in difesa dell’isola? Impossibile fare previsioni. Se la guerra russo-ucraina è considerata da alcuni osservatori come una sorta di “stress-test” per capire come possono muoversi gli Usa in caso di un conflitto scatenato da un rivale strategico, è anche vero che la situazione europea è molto diversa da quella asiatica. La storia più antica e recente è ben diversa nei due continenti, e lo stesso vale per le culture che animano i rispettivi popoli che si trovano a combattere così come i rapporti strategici che legano i partner e gli avversari. Non è quindi così scontato che uno schema possa essere applicato anche in un contesto così diverso.

 

Quello che appare simile è certamente l’approccio di Washington nell’area dell’Indo-Pacifico. Così come dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno costruito un blocco per limitare le azioni dell’Unione Sovietica (blocco tutt’ora ben visibile e nel pieno del vigore), altrettanto ha iniziato a fare in Asia, o meglio, nell’Indo-Pacifico, per evitare che Pechino prenda il sopravvento. Un sistema di alleanze e partnership che ha nel Quad la sua piattaforma fondamentale (composta da Australia, Giappone, India e Stati Uniti), ma che adesso cerca di allargarsi in modo ancora più forte sia sul piano militare (vedi l’alleanza Aukus) sia sul pano economico e tecnologico con altri sistemi locali, a partire dall’Asean.

La volontà di ampliare il raggio d’azione di questi sistemi di alleanze incentrate su Washington e sul contenimento cinese si basa infatti su tre presupposti fondamentali. Il primo è che si tratta di potenze molto diverse tra loro, con approcci strategici completamente estranei l’uno con l’altro e non necessariamente convergenti. Già solo nel Quad, Australia, India, Giappone e Usa sono forze con storie e mentalità estremamente diverse. Il secondo problema è legato poi a un punto fondamentale: i legami economici con la Cina. Se infatti siamo di fronte a un blocco che ha un approccio contrario all’espansionismo di Pechino, dall’altro lato non si può non tenere conto del fatto che siano tutti Paesi estremamente connessi alla Repubblica popolare. Se dunque è possibile teorizzare un approccio militare di contrasto all’allargamento cinese, va messo in conto che non è detto che alcuni Paesi decidano di contrastare il loro maggiore partner commerciale e tecnologico. Motivo per cui arriviamo al terzo punto: l’obiettivo di allargare l’idea del Quad a qualcosa di diverso, che inglobi anche prospettive infrastrutturali ed economiche. Ed ecco quindi che in questo sistema, l’Asean, cioè l’associazione delle nazioni del Sud-est asiatico, assume un ruolo rilevante sia sul piano diplomatico che su quello strategico. Non si può pensare a un Indo-Pacifico che contrasti Pechino senza riflettere sulla punta sud-orientale, terra dove la Cina ha già costruito solide relazioni, e in cui sono presenti tre fra gli stretti più importanti del mondo: Malacca, Sonda e Lombok.

Questa premessa può servire a capire la difficoltà nell’applicazione di schemi precostituiti in caso di escalation militare tra Cina e Taiwan. In caso di escalation, la Cina è una potenza che farebbe affidamento esclusivamente sulla propria forza. Come ha fatto la Russia in Ucraina, la Repubblica popolare andrebbe a colpire direttamente l’isola senza basarsi su un’alleanza alle spalle. Il nodo dunque sarebbe solo quello del sistema di reazioni da parte di chi sarebbe contrario a questa guerra. Ed è il motivo per cui gli Stati Uniti, oltre a tentare un approccio su base regionale, sperano da diverso tempo di coinvolgere anche i membri della Nato nel grande gioco dell’Indo-Pacifico. Le partnership regionali, infatti, sono solide, ma allo stesso tempo non si può sottovalutare la forza dell’economia e della storia dei singoli Stati. L’India, gigante che viene spesso considerato come forza alternativa all’impero cinese, è un Paese notoriamente estraneo all’idea di far parte di un’alleanza, e vive con tempi e metodologie difficilmente assimilabili a quella della superpotenza occidentale.

L’Asean, come sistema del Sud-est asiatico, è un conglomerato di Paesi con vita propria in cui uno di essi, la Cambogia, ha addirittura accordi per una base militare della Repubblica popolare cinese. L’Australia, avamposto occidentale dell’Indo-Pacifico, è un Paese che proietta il blocco anglo-americano nell’area e che ora cerca di assumere una sua peculiare posizione bellica anche attraverso l’alleanza per i sottomarini a propulsione nucleare. Il Giappone, altro Paese ritenuto natura rivale dell’espansionismo cinese, non ha una forza militare in grado di rispondere, quantomeno a livello numerico, all’evidente ampliamento delle forze armate di Pechino. Alcune indiscrezioni hanno parlato di un piano di reazione congiunto di Tokyo e Washington in caso di invasione di Taiwan: ma questo deve poi essere valutato sul momento con il rischio di una guerra diretta tra superpotenze. La Corea del Sud, d’altro canto, è un Paese che non può non guardare a quanto avviene nel suo vicino settentrionale, e non può permettersi un’escalation militare che coinvolga l’intera Asia orientale.

E il resto del mondo? Su questo, può esserci d’aiuto quanto accaduto in Ucraina partendo però sempre dal presupposto che è ben diverso il contesto geopolitico e culturale.

Tutto dipenderebbe chiaramente dal ruolo che gli Stati Uniti vorranno avere nell’escalation. Qualcuno parla anche di un intervento diretto, ma i rischi, come per l’invasione ucraina, sarebbero enormi. In una prima fase, è molto probabile che gli Usa inizierebbero a fare pressioni sull’Unione europea e sugli alleati Nato per una dura condanna all’escalation e per rompere diversi legami con la Cina. L’Europa, come avvenuto nel caso di Kiev, farebbe immediatamente blocco per condannare l’uso della forza. Ma trattandosi di una guerra molto più distante e ben diversa sotto il profilo delle forze in campo, è difficile dare per assodato un certo tipo di coinvolgimento. Anche perché un blocco del flusso commerciale nei mari intorno Taiwan si tradurrebbe in una crisi senza precedenti della logistica, forse paragonabile a quella del primo lockdown per il coronavirus ma con la differenza di un mondo in piena attività.

La Russia, in base anche a quanto fatto dalla Cina ma soprattutto dovendo fare i conti con gli effetti della guerra in Ucraina, è una incognita. Con queste identiche condizioni, cioè Vladimir Putin al potere e un conflitto in corso, e con Xi Jinping a fare da garante alla fragilità del sistema di Mosca, tutto fa credere che il Cremlino adotti una politica molto affine a quella cinese con la differenza sostanziale che è sempre Pechino il partner forte dell’asse. Questo implica che Mosca sarebbe in ogni caso in debito di riconoscenza con la Repubblica popolare.

Per quanto riguarda l’Africa, potrebbe replicarsi quanto già visto con la guerra russo-ucraina: un sostanziale disinteresse da parte dei Paesi che hanno forti legami con la superpotenza. Idem il Medio Oriente, con le potenze arabe legate a doppio filo alla Cina per il petrolio e il gas, e una di esse, l’Iran, che replicherebbe lo schema adottato con Mosca anche per via dell’alleanza strategica siglata con Pechino. Il Sud America, silente nel caso ucraino, è possibile che abbia un ruolo del tutto marginale come nell’attuale guerra.

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