“Euromiti”. Così vengono definite le notizie “tendenziose” e false che, secondo il sito della rappresentanza italiana della Commissione europea, circolerebbero liberamente sull’Unione e sul suo ruolo nella politica nazionale ed internazionale. #UEverofalso è l’hashtag scelto per identificare il progetto di critica a quelli che, secondo i promotori dell’iniziativa, sarebbero attacchi indiscriminati e ingiustificati portati contro la bontà del progetto europeo.

Un progetto che, in larga misura, fa affidamento su dati e documenti prodotti dalla stessa Commissione e portati a giustificazione delle tesi argomentate. Tesi molto spesso difese con una leggerezza. Un esempio per tutti. Rispondendo per dichiarare la falsità dell’affermazione “l’euro danneggia le nostre esportazioni” la Commissione si limita a presentare asetticamente alcuni dati: “Oggi l’Italia esporta più di quanto importa, come dimostra l’attivo della bilancia commerciale. Nel 2016 l’avanzo commerciale ha raggiunto i 51,5 miliardi (importazioni 2016: 365,6 miliardi di euro; esportazioni 2016: 417,1 miliardi di euro)”. Ciò basterebbe per rappresentare “una chiara indicazione che l’euro non è di ostacolo all’affermazione delle imprese italiane sui mercati internazionali”, per quanto ciò ometta il fatto che, secondo gli studi di Bloomberg, dal 1985 al 2001 le esportazioni italiane sono cresciute del 136,3 per cento, mentre dal 2002 in poi solo del 40,9, in un contesto che al tempo stesso ha visto un desolante tracollo della domanda interna.

Nessuna parola è rivolta al problema dell’asimmetria interna e della svalutazione competitiva imposta dalla moneta unica nel contesto dell’Europa dell’austerità centrata sulla Germania. Ma secondo i cacciatori di notizie false della Commissione anche l’opinione di un Premio Nobel per l’Economia come Joseph Stiglitz andrebbe rubricata a un semplice strale. Secondo Stiglitz, l’euro si basa sulla svalutazione interna dei Paesi membri e “non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al Pil). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa”. 

La Commissione appare dunque abbastanza sgangherata nel suo tentativo di difendere l’esistente e di rifiutare qualsiasi autocritica. Osservatori di primo livello hanno ricordato come l’Italia sia stata tra i perdenti dell’euro in occasione delle celebrazioni per il ventennale della moneta unica, e tentare di sbugiardare questa realtà in vista delle elezioni europee è pura illusione. Il progetto di “fact-checking” in sé appare un tentativo preventivo di anestetizzare qualsiasi discorso sul tema dell’euro in un Paese, come l’Italia, dove il dibattito è anestetizzato. Ma paradossalmente, allontanandosi dal senso comune, produce l’effetto opposto. Portando a sospettare della supposta oggettività della Commissione. Oggettività che, in qualsiasi fact-checking, è semplicemente inesistente.

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