La strategia di un governo e quindi di un Paese è fatta anche di simboli. E l’uso delle parole non è soltanto una mera scelta di forma, ma di sostanza, che può rappresentare meglio di qualsiasi altra cosa le scelte intraprese da una persona, da un leader, o, appunto, da un Paese. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza definito dal governo Conte – ne circola una “segretissima” bozza che però è casualmente alla mercé della stampa da giorni – ne è un esempio lampante. E svela la rotta che l’esecutivo giallorosso vuole che segua un Paese falcidiato non solo dall’epidemia ma anche da una crisi economica che rischia di affossare, per molto tempo, le speranze di ripresa. Una rotta in cui manca un particolare non del tutto irrilevante: il richiamo alla sovranità nazionale.

Lo evidenzia un articolo di Adriano Scianca su La Verità, che sottolinea come nel programma predisposto dall’esecutivo guidato da Conte manchi completamente quel richiamo alla sovranità che invece è ben presente in un altro programma legato al Recovery di un altro Paese europeo. Ungheria? Polonia? Qualche altro Paese di Visegrad? No, la Francia di Emmanuel Macron, colui che a sinistra – forse con troppa superficialità – è stato spesso identificato nel deus ex machina che avrebbe arrestato lo spirito nazionalista degli emergenti partiti sovranisti nell’ottica di una grande patria europea. Ebbene, mettendo in parallelo i due piani è possibile sottolineare due elementi. da un lato l’assoluta chiarezza e profondità strategica del piano voluto da Parigi rispetto a quello estremamente fumoso e poco concreto di Roma. Dall’altro lato, fa riflettere come nel Piano Conte sia completamente assente un termine che invece in quello di Macron è ben presente: “sovranità”. Parola che evidentemente in Francia non è così avversa come in larghi settori culturali italiani. E questo chiaramente al di là di qualsiasi revanscismo sciovinista. Assenza che vale anche per il termine “nazionale”, presente pochissimo e con un solo sussulto: quando si parla di “cloud” sovrano. Che, per inciso, viene detto che dovrà essere in parallelo e in sinergia “con il progetto Europeo GAIA-X, promosso da Germania e Francia e nel cui ambito l’Italia intende avere un ruolo di primo piano”.

Insomma, l’unica cosa nazionale deve rincorrere un progetto europeo su cui il marchio di fabbrica è di Francia e Germania: Paesi che non solo hanno bene in mente cosa volere da qui ai prossimi anni, ma sono soprattutto capaci di orientare l’intera politica dell’Unione europea considerandola come un moltiplicatore di forza della propria sovranità nazionale celandola sotto un rigido (e anche propagandistico) meccanismo europeo.

Leggendo il piano francese, le cose sono molto nette. Criticabili, chiaramente, perché tutto è perfettibile. Ma indicano una precisa strategia di un sistema. Il France Relance non è solo un programma con una logica che da noi definiremmo “sovranista”, ma un vero e proprio programma di rinnovamento basato sul  fatto che i soldi dell’Ue serviranno a quello che Macron vuole dal Paese e per avere una leadership nazionale anche in Europa. Un concetto abbastanza diverso da quello che traspare dalla bozza che circola in Italia, dal momento che i concetti espressi nel piano, così come le cifre, sembrano in realtà estremamente lacunosi o in ogni caso privi di una vera concretezza. Basti pensare all’uso dei termini: parole inglese che, in pieno stile politicamente corretto, sembrano voler dire tutto per non dire concretamente nulla. Un esempio su tutti, il capitolo sull’Italia “green, smart and healthy” per la transizione ecologica. Parliamo di un piano di fondamentale importanza, su cui si basa gran parte dei soldi messi a disposizione dell’Europa. Ma la preferenza è andata per un curioso trittico britannico che già dà l’impressione di guardare oltre i propri confini.

Il confronto poi con la concretezza dei piani è anche nei numeri. L’Italia sarà anche “green, smart and healthy”, ma intanto in Francia si parla di sovranità e indipendenza energetica, transizione verde e nucleare pulito, il tutto su più di cento pagine in cui si spiega come ciò avverrà e in quale prospettiva. La “nostra” rivoluzione verde invece ne impiegherà ben 74 di miliardi ma spiegata in sei pagine: con numeri alquanto curiosi su agricoltura sostenibile e riqualificazione energetica degli edifici. Misure lodevoli, sia chiaro, ma la differenza anche a livello di prospettiva di produzione energetica e di utilizzo sono decisamente elevate.

Non va meglio per la questione della parità di genere, altro cavallo di battaglia del governo giallorosso che appare misteriosamente anche nel piano Recovery per l’Italia con ben l’8,7% del Fondo assegnata a questo fumoso comparto. In Francia? Nel piano di Macron non c’è nemmeno la parola “genre”, probabilmente perché a Parigi hanno ritenuto abbastanza inutile anche solo investire soldi in un qualcosa che dovrebbe essere considerato normale e che di certo non riguarda i problemi macroscopici con cui avranno a che fare le casse statale nei prossimi anni. Lezione fondamentale in un Paese che ha fatto dell’uguaglianza dei cittadini un paradigma politico. E tutto si può dire meno che Macron non sia attento al problema dell’inserimento della donna nel mondo del lavoro. Ma è chiaro che i fondi per far ripartire un Paese devono essere basati su progetti precisi e netti: non in retoriche utili alla stampa, alla politica, ma molto meno al mondo del lavoro. Il problema di far ripartire le assunzioni prescinderà dal genere: sarà un problema economico, politico e burocratico. Questioni che dovrebbero essere essenziali in un sistema come quello italiano ma che invece latitano. Cosa che non accade in Francia dove Macron userà 20 miliardi per abbassare le tasse alle imprese e sostenere anche (e soprattutto) quelle esportatrici.

Sul capitolo della gestione poi dei fondi, le cose per l’Italia non vanno certo benissimo. Senza andare troppo oltre i nostri confini, Il Fatto Quotidiano ricorda che in Francia e Spagna, Paesi considerati vicini non solo geograficamente ma anche come esigenze, al nostro Paese la gestione sarà affidata sostanzialmente ai governi. Che infatti (in teoria) sono lì apposta per gestire e indirizzare il Paese. Madrid ha già deciso che tutto rimarrà all’interno dell’esecutivo guidato da Pedro Sanchez. Il governo spagnolo ha predisposto due organi essenziali: la Comisión Interministerial para el Fondo de Recuperación, presieduta dal primo ministro, e una Unidad de Seguimiento del Fondo de Recuperación en la Presidencia del Gobierno. Nessuna task force di tecnici esterni, ma un gruppo di ministri e funzionari già incardinati nell’esecutivo.

In Francia invece è previsto un commissario, François Bayrou, che avrà come referente il ministro dell’Economia. E chiaramente il presidente. Il governo francese ha previsto la figurato dell’Alto commissario alla pianificazione già a settembre e che esso sarà coadiuvato da France Strategie, un gruppo di tecnici e analisti già legati all’ufficio del primo ministro. Anche in questo caso, una soluzione in casa. Nessuna scelta di task force e centinaia di nuove personalità: l’esercito servirà per altre cose.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.