Giuseppe Conte ha lasciato il summit di Berlino senza esprimere particolare gioia. Al netto dei facili proclami con cui si è conclusa la conferenza sulla Libia, l’accordo si rivela per ora estremamente debole nel suo contenuto. E l’eventualità di un inferno a poche miglia dalle coste siciliane è dietro l’angolo. I rischi sono molti: dalla recrudescenza del terrorismo alla spartizione libica per zone di influenza che di fatto taglierebbe fuori l’Italia dal controllo di regioni fondamentali del Paese nordafricano. E questo incide molto sulla strategia nazionale.

Conte sa di non essere nella posizione migliore in questo momento. Il patto di Berlino non solo è fragile ma non è stato firmato dai due leader che si contendono la Libia. E inoltre tutto quello che dava per acquisito non è stato raggiunto: a partire, come spiega Repubblica, da quel comitato militare “5+5” per monitorare la tregua e di cui per adesso nessuno sembra in grado di prevedere esistenze, forze e capacità reali. E le trattative nella capitale tedesca fanno comprendere sia a lui che a Luigi Di Maio che quello che sta avvenendo in Libia è una spartizione di aree in base ad “agende segrete” che il premier continua a denunciare in ogni consesso ma che in realtà fanno parte di qualsiasi strategia politica delle potenze. I due pentastellati provano a far capire a Vladimir Putin e Emmanuel Macron che non può esserci pace in Libia finché si seguiranno interessi esclusivamente nazionali, che Khalifa Haftar e Fayez al Sarraj devono raggiungere un accordo intralibico che coinvolga tutte le parti in campo .Che non si può rinunciare all’impegno dei Paesi confinanti come Tunisia e Algeria. Ma intanto tutti trattano con la Cirenaica, Tripoli è affare di Recep Tayyip Erdogan e la missione Onu, unica finestra di opportunità per Roma, è in alto mare. E il Consiglio di Sicurezza, organo attraverso cui passerà la proposta, naviga nell’ombra.

L’impressione è che l’Italia sia fuori dai giochi. E adesso l’unica speranza è riposta proprio in quel Donald Trump che Conte continua incessantemente a considerare l’unica sponda per il suo governo per far passare qualche proposta richiesta dall’Italia. Il premier e Di Maio ormai lo ripetono come un mantra: “Serve l’appoggio degli Stati Uniti”. E il fatto che Conte abbia cercato continuamente un contatto con il segretario di Stato Mike Pompeo anche a Berlino è un segnale che non lascia scampo ai dubbi. Tutti concordano sul fatto che Palazzo Chigi e la Farnesina, battuti sul fronte europeo e compreso che Turchia, Russia e altri Paesi siano ormai proiettati verso altre idee e altre intese, puntino ora gli occhi su Washington. E la conferma è arrivata anche da quelle parole chiarissime di Conte riportate da Repubblica e Stampa: “È vero, ho chiesto a Mike Pompeo di non lasciare la Libia a Russia e Turchia”.

Una frase senza particolare necessità di interpretazione ma che dimostra quanto Conte sia preoccupato. E soprattutto quanto tutta la sua strategia ruoti attorno a un qualcosa di profondamente aleatorio. Innanzitutto perché l’interesse americano verso la Libia poggia su presupposti molto diversi da quelli italiani. Gli Stati Uniti si interessano del dossier libico solo in maniera secondario rispetto ad altre questioni. E questo comporta un diverso piano di attenzione verso la questione: per l’Italia è un’emergenza, per gli Usa un affare che arriva dopo l’Iran, la Cina, il Medio Oriente e anche il Sud America. Infine, l’amministrazione Trump non ha mai accettato la visione multilaterale del mondo, preferisce un approccio bilaterale e diretto e senza troppo impegno: cosa che contraddice esattamente questo fatto finora da Conte per la Libia. Terzo: per Washington è essenziale non perdere totalmente la Libia, ma allo stesso tempo il suo è un approccio da superpotenza. Questo cosa significa? Che se l’Italia deve chiedere aiuto a una potenza di livello superiore, gli Stati Uniti trattano con una Russia rivale e una Turchia formalmente alleata nella Nato e che possono incidere su diversi fronti: a partire da quello siriano per finire su quello energetico.

Il piano delle Nazioni Unite piace anche ad alcuni esponenti della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, concordi nel fatto che possa essere il modo per rompere le uova nel paniere a russi e turchi. Ma di certo tra Washington e New York non corre buon sangue, così come è chiaro che fare sponda con la Germania non aiuta Conte nell’essere apprezzato da Trump. Tempi duri per il premier: che intanto però sta rompendo anche l’amicizia con Mosca.

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