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Giuseppe Conte è arrivato questa mattina a Tripoli. Per il premier italiano, si tratta della sua prima visita in Libia. Un viaggio importante, che arriva dopo la Conferenza di Palermo ma soprattutto dopo l’ultimo incontro con Khalifa Haftar a Roma e la nomina di Giuseppe Buccino come ambasciatore italiano in Libia. Nella capitale, il premier incontrerà Fayez Al Serraj e  il Presidente dell’Alto Consiglio di Stato, Khaled Al Meshri: due dei protagonisti della difficile e intricata transizione del Paese nordafricano. Poi, dopo Tripoli, sarà la volta di Bengasi, dove il premier incontrerà Haftar. Infine Tobruk, per un vertice con Aguila Saleh.

Per Conte un viaggio itinerante che rappresenta un modo concreto per rafforzare il ruolo italiano nel Paese. L’arrivo  Tripoli e la conclusione a Tobruk rappresentano anche metaforicamente la strategia italiana nel Paese. C’è un punto di partenza: l’ovest libico. E c’è un punto d’arrivo, l’est, dove l’Esercito nazionale libico di Haftar freme per prendere il sopravvento sul resto del Paese e diventare parte integrante del sistema libico. E questa rotta da occidente a oriente è anche quella che ha praticato l’Italia. Prima concentrandosi solo su Tripli e su Serraj, adesso dialogando con Haftar e con i suoi alleati locali.

La strategia italiana è cambiata. E questo viaggio ne è la dimostrazione più eloquente. Ma è anche il segnale che il compito di Roma, adesso, è quello di essere lo Stato che deve in qualche modo dare concretizzazione al piano di Ghassan Salamè, l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia. Il Palazzo di Vetro, e con esso gli Stati Uniti, ha un solo obiettivo: dialogo. Dall’America, sia in sede Onu che in sede Usa, non hanno intenzione di cedere completamente le chiavi del Paese a una sola fazione. Vogliono che si arrivi a una transizione in cui siano premiati gli interessi di tutti gli attori principali, evitando che sia un solo attore ad assumere il controllo dalla Libia. 

E questa volontà dell’Occidente, è incarnata perfettamente dal viaggio di Conte, dal momento che l’Italia, quale Paese prescelto dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale per gestire la crisi libica, deve essere in grado di mediare fra le fazioni. Compito difficilissimo, al limite dell’impossibile, Gli interessi in gioco non sono solo politici ma anche economici. E Conte sa perfettamente che il dialogo fra le diverse milizie e fazioni che compongono il mosaico libico passa anche per concessioni economiche e nel campo energetico che l’Italia può dare, ma fino a un certo punto.

L’Italia, in questi mesi, si è mossa bene. È riuscita a svincolarsi da una situazione difficile ereditata dal passato, cioè la scelta di dialogare solo con la parte occidentale del Paese, ed è stata in grado di accreditarsi quale potenza europea in grado di gestire al meglio la fase successiva alla guerra e alle violenze di Tripoli. Non era una missione semplice: la Francia ha tramato per mesi, se non anni, per escludere l’Italia dalla crisi libica. E dall’altra parte, le potenze regionali e internazionali hanno tutte avute sempre le loro pedine preferite in Libia che operavano per gli interessi propri ma anche delle potenze che li sponsorizzavano.

La capacità del governo italiano di instaurare il dialogo con Russia e Stati Uniti, ma anche di ricucire con difficoltà i rapporti con l’Egitto, ha permesso a Roma di presentarsi nel consesso internazionale con una dote importante. Tutti hanno apprezzato il fatto che l’Italia avesse rapporti positivi con le parti in gioco. Ma soprattutto tutti hanno capito che l’Italia è stata più lungimirante rispetto alla Francia. Mentre Emmanuel Macron voleva le elezioni a dicembre a ogni costo, il governo italiano ha preferito puntare su una fase di stabilizzazione prima del voto. Una scelta apprezzata in sede internazionale, tanto che la stessa Onu ha dato il via libera alla cosiddetta “pax italica”.

Adesso che l’Italia ha una sorta di placet internazionale, Conte arriva in Libia per dimostrare che anche fisicamente il governo italiano è pronto a dare una mano. Ma le sfide non sono finite. Se infatti il governo giallo-verde è riuscito ad aprire un dialogo costruttivo con Haftar, anche grazie ai suoi rapporti con Russia e Stati Uniti, dall’altro lato ci sono sfide sempre più importanti che non possono essere dimenticate. Innanzitutto patendo dal sud del Paese: il Fezzan. Qui le tribù contano moltissimo .E l’Italia non è ancora riuscita a strappare il consenso necessario per essere riconosciuta quale potenza leader per la transizione.

Ma negli ultimi tempi, c’è anche un altro elemento di novità che può essere fondamentale per cambiare i destini della Libia: Saif al-Islam, figlio del colonnello Muhammar Gheddafi. Come spiega Il Messaggero, “i suoi tentativi di accreditarsi con Mosca, pare stiano dando risultati. L’erede del rais non è ben visto da tutti, anche perché è libero solo dallo scorso mese di giugno grazie a un’amnistia approvata dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk. Da quel momento, però, si è molto agitato per ottenere un ruolo ed entrare da protagonista nelle prossime elezioni. In realtà non bypasserebbe il generale Haftar, ma più probabilmente lo affiancherebbe. I primi comitati elettorali pro Saif sarebbero già stati animati dagli stessi capi tribù che negli ultimi anni hanno dialogato con l’uomo forte della Cirenaica”. Una situazione da monitorare. Sul figlio di Gheddafi pesano sanzioni internazionali e nome: ma la presenza al suo fianco della Russia gioca nettamente a suo favore. E l’Italia dovrà dialogare anche con lui.

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