A fine agosto l’entrata in gamba tesa di Donald Trump nella crisi di governo italiano e il tweet a sostegno di “Giuseppi” Conte nel pieno delle negoziazioni governative M5S-Pd avevano dato l’idea di un completo allineamento tra l’amministrazione statunitense e l’ex docente di diritto privato dell’Università di Firenze a Palazzo Chigi dal giugno 2018.

Confusione del rapporto di amicizia personale e dell’alleanza politica da parte di un leader abituato a decidere con logiche da business? Influenza dei costruttivi dialoghi sul tema della riammissione della Russia al G7 nel recente summit di Biarritz? Scarsa conoscenza delle nuove dinamiche politiche italiane, come ha velatamente fatto notare Steve Bannon? Tutti questi elementi possono aver influito nel curioso endorsement di Trump, ma la volontà statunitense di un tornaconto politico dall’appoggio al Governo Conte II è palese.

L’appoggio a Conte, la cordiale telefonata tra i due leader del 6 settembre e la promessa di un incontro all’Assemblea Generale dell’Onu, infatti, sono la dimostrazione di un clima di fiducia che l’Italia giallorossa ha voluto alimentare deliberando, nel primo consiglio dei ministri, il decreto sul Golden power sulle reti di telecomunicazione. Ovvero una mossa di politica economica che mette i bastoni tra le ruote alle ambizioni cinesi di sviluppare strategicamente le reti 5G e le infrastrutture digitali italiane attraverso Huawei e ricalca il precedente decreto preparato dal sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti. Trump, uomo pragmatico e fondamentalmente post-ideologico, punta a esiti concreti dai rapporti coi leader stranieri: non a caso, uno dei leader europei attualmente più in sintonia con gli Usa è il greco Kyriakos Mitsotakis che gode di un capitale di fiducia accumulato continuando il ferreo atlantismo del predecessore Alexis Tsipras, passato dalle proteste in piazza nell’era no-global al ruolo di gendarme Nato nel Mar Egeo.

Se un leader dà garanzie all’America, Trump non ha problemi a cercare di fare affari con lui. Francesco Giubilei ha raccolto da esponenti conservatori americani l’indiscrezione secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe preferito Conte a Matteo Salvini proprio perché il Segretario di Stato Mike Pompeo avrebbe dubitato delle capacità del leader leghista di offrire queste garanzie. Il problema, per Conte, è che il sostegno di Trump non è necessariamente una vera e propria “assicurazione sulla vita” diplomatica. Un leader che vede le relazioni internazionali come un grande business necessita di continui “affari” per definire profittevole il rapporto con un capo di Stato o di governo straniero.

L’amministrazione Trump, in questo contesto, aveva la necessità di ottenere due risultati di breve periodo: il Golden power sulle reti in Italia e l’arresto della presunta spia russa Aleksandar Korshunov,implicata in un’indagine per furto di segreti industriali. Non sembrano essere previsti dividendi politici per questi due atti di fedeltà atlantica: l’amministrazione si è velocemente volta verso il Golfo e l’Iran, è intenta nella risoluzione del braccio di ferro economico con Pechino, è impegnata in un duro confronto finanziario con Jerome Powell. A un anno di distanza, dunque, sembra essere divenuta lettera morta la proposta di una “cabina di regia” congiunta sul Mediterraneo allargato, anche per le incertezze gialloverdi prima e giallorosse dopo (ma in generale, soprattutto “gialle”) sulla “geopolitica dei gasdotti” che Trump e i suoi ritengono centrale per le future politiche Nato nella regione. L’Italia sconta quindi la difficoltà a proporre azioni autonome in regioni di diretto interesse come la Libia, dove Francia e Germania hanno il pallino del gioco, privata del sostegno americano. E di fronte a questa situazione, sarebbe illusorio credere a una “relazione speciale” salvifica con Trump e gli Usa. Che esiste solo nell’immaginazione di chi vuole leggere nel sostegno di Trump a “Giuseppi” qualcosa di più di una mossa volta a ottenere chiari vantaggi nel breve e medio periodo.

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