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Il progetto a lungo raggio della “Nuova Via della Seta” ideato dal governo cinese di Xi Jinping nel settembre 2013 e rilanciato con una forte connotazione multilaterale in occasione del recente Belt and Road Forum di Pechino è destinato a svilupparsi sulla scia di numerosi investimenti infrastrutturali compiuti dalla Repubblica Popolare e dagli altri principali Paesi euroasiatici; tuttavia, il completamento dell’ambizioso disegno geostrategico cinese di rilancio della “connettività” interregionale pone numerose istanze e problematiche di primaria importanza, la cui risposta potrebbe essere fornita da numerose organizzazioni già attive nelle regioni su cui si stenderà la “Nuova Via della Seta”.

La fattibilità della Belt and Road Initiative non sarà connessa esclusivamente all’effettiva implementazione degli investimenti da centinaia di miliardi di dollari destinati a rimodellare “il commercio mondiale in termini cinesi”, come riportato da Jane Perlez e Yufan Huang del New York Times: le vaste regioni dell’heartland centroasiatico entro cui la “Nuova Via della Seta” si dispiegherà sono costellate da diversi “punti caldi” di instabilità geopolitica di forma e matrice notevolmente variegata, dalle tensioni nella Valle del Fergana al confine tra Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan alla perenne instabilità che attanaglia la regione del Pamir e le regioni prospicienti al confine afgano. Le preoccupazioni securitarie fanno sì che per gli sviluppatori della “Nuova Via della Seta” risulterà fondamentale dotare la Belt and Road Initiative di opportuni contrafforti, ovverosia di apparati e organizzazioni in grado di provvedere a monitorare l’evoluzione degli scenari critici che saranno attraversati dall’imponente network infrastrutturale euroasiatico.

Le riunioni annuali della SCO concernono principalmente le principali minacce alla stabilità dei Paesi centroasiatici e le mosse da sviluppare su base nazionale per ovviare ad emergenze di natura militare, politica od economica: l’ambizione di Pechino, in tal senso, è di fare della SCO un forum di discussione periodica sullo stato di avanzamento delle tensioni geopolitiche che possono porre ostacoli al dispiegamento della “Nuova Via della Seta”, ma il recente ingresso nell’organizzazione di India e Pakistan (membri a tutti gli effetti dal 9 giugno 2017) ha ampliato lo sguardo prospettico della comunità e aumentato la sua dinamicità interna. De facto, la presenza dell’India, avversaria dichiarata della Belt and Road Initiative,dovrebbe ridurre la complementarietà tra questa e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai: tuttavia, al tempo stesso, il fatto stesso che il governo di Nuova Delhi, oggi intento a rafforzare la sua amicizia con Washington, non desideri chiudere la partita euroasiatica una volta per tutte potrebbe incoraggiare le future mosse cinesi.

Un perno fondamentale potrebbe essere rappresentata dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), fondata nel 1996 da Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan per implementare la coordinazione negli sforzi per la stabilizzazione dell’Asia Centrale dopo la caduta dell’Unione Sovietica: “La SCO a guida cinese garantisce ovviamente un complemento securitario alla Belt Road Initiative, progetto di natura economica” – ha scritto Roncevert Ganan Almond su The Diplomat – “Attraverso questa complementarietà Pechino punta a stabilizzare la sua periferia occidentale, dove la provincia dello Xinjiang, patria dell’etnia uigura, condivide un lungo confine con Kazakistan, Kirghizistan e Tajikistan”. La natura di pivot securitario della SCO potrebbe però essere ridimensionata dall’ingresso nell’organizzazione dell’India che, assieme al confinante Pakistan, è divenuta membro effettivo il 9 giugno scorso: Nuova Delhi si oppone alla BRI, che percepisce come una minaccia geopolitica, ma al tempo stesso potrebbe essere incentivata, in futuro, dall’aumento dell’integrazione economica a proiettarsi maggiormente nello scenario euroasiatico.

Più fattuale potrebbe risultare il contributo di due strutture a guida russa: sul piano della sicurezza, Mosca guida la Collective Security Treaty Organization (CSTO), alla quale aderiscono Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Tajikistan e Kirghizistan e che si struttura come una vera e propria alleanza militare dotata di una propria forza di intervento rapido; in campo economico, invece, gli stessi Paesi, Tajikistan escluso, sono uniti nell’Unione Economica Euroasiatica (UEE). Le due strutture, scrive Almond, “potrebbero aprire la strada all’azione della SCO e della BRI, specialmente se sapranno fungere da modello nell’individuazione delle istanze principali in campo di economia e sicurezza”. La “Nuova Via della Seta” verrà dunque alla luce in una regione già ampiamente interessata da tentativi di integrazione: il progetto che la contraddistingue dovrà, in ultima istanza, portare tale integrazione a un piano superiore, per far sì che la cooperazione diventi effettivamente connessione. L’operato dei “contrafforti”, dalla SCO alla CSTO, sarà in tal senso fondamentale per garantire profondità strategica e tenuta a un progetto ancora in fase di decollo.

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