La storia personale di Jeremy Corbyn, outsider diventato leader e aspirante premier del Labour Party, testimonia la propensione del deputato di Islington North a giocare un ruolo autonomo nella politica britannica: dal confronto coi conservatori di Margaret Thatcher alla guerra in Iraq, passando per le riforme del New Labour di Blair, Corbyn si è trovato più volte in contrasto con la linea dominante a Westminister e all’interno del suo partito. Così è stato anche in occasione della discussione tenutasi mercoledì 14 marzo alla Camera dei Comuni sulle sanzioni imposte dal governo di Theresa May contro la Russia per il presunto coinvolgimento di Mosca nel tentativo di omicidio di Sergei Skripal.

Mentre buona parte dei membri dell’opposizione laburista ha supportato la risoluzione governativa, Corbyn si è espresso, come riporta la Bbc, “definendo “terribile” l’attacco ma facendo pressioni sulla May affinché fornisse tracce dell’agente nervino” incriminato per l’attacco di Salisbury, come richiesto dal Cremlino.

Il caso Corbyn scuote i laburisti

Il Partito Laburista si è spaccato dopo le dichiarazioni del leader, dato che molti membri del gruppo parlamentare e del “governo ombra” dello storico partito della Sinistra britannica hanno solidarizzato con le misure della May, comprendenti tra le altre cose l’espulsione di 23 membri del corpo diplomatico di Mosca.

Tra questi si segnalano l’ex ministro Ben Bradshaw e Nia Griffith, responsabile della Difesa del Partito Laburista. Corbyn, che in passato è stato tutto fuorché uno strenuo difensore della Russia di Vladimir Putin, è stato definito “apologeta del Cremlino” dal deputato conservatore Mark Francois, è stato duramente attaccato come Russophile-in-chief del Regno Unito da Politico e ha ribattuto alle accuse con un tagliente editoriale sul Guardian, che gli ha dato modo di argomentare e di esprimere le sue posizioni in maniera aperta.

Corbyn, nel suo articolo, ha attaccato la superficialità del governo nell’elaborazione delle sue accuse a Mosca e aperto alla possibilità di un coinvolgimento di gruppi criminali e mafiosi russi nell’attacco di Salisbury. Al tempo stesso ha criticato “l’intolleranza maccartista” che ha contaminato la politica britannica, denunciato il rischio di una “nuova Guerra Fredda” e attaccato il doppio standard della diplomazia di Londra, dura con la Russia ma accomodante con Stati come l’Arabia Saudita del principe Mohammad bin Salman, che a sua detta starebbe danneggiando il Paese. 

Le parole di Corbyn 

Più volte, la realtà di fatti ha dato ragione a Jeremy Corbyn e alle sue linee dichiaratamente controcorrente: è stato così per la sua opposizione alla svolta neoliberista dei laburisti, per la netta contrarietà alla guerra all’Iraq del 2003 e, più di recente, per le sue durissime accuse a Theresa May e ai tagli governativi alle forze di polizia dopo l’attentato di Manchester dello scorso maggio.

Corbyn ha usato la misura degna di un vero statista per ricordare alla May la necessità di un’indagine più approfondita sui fatti di Salisbury e, senza mai prendere direttamente le difese della Russia, ha sottolineato con buonsenso come la scarsa volontà dell’esecutivo di offrire a Mosca la possibilità di chiarire la propria posizione abbia portato a un aggravamento della crisi che si sarebbe potuto evitare.

Corbyn ha condannato il pregiudizio russofobo del governo conservatore e messo in stato d’accusa l’intera capacità di leadership di Theresa May in politica estera, dimostratasi sinora scarsamente incisiva sia sul fronte della Brexit che sul versante dell’alleanza con gli Stati Uniti.

Nel 1938, dopo gli accordi di Monaco, Winston Churchill fu profeta inascoltato nelle sue dichiarazioni contrarie alle eccessive concessioni garantite alla Germania nazista e al suo vorace espansionismo, nel suo attacco all’appeasement fine a se stesso del governo britannico; oggigiorno, l’isolamento di Churchill si riflette nella denuncia solitaria, e speculare, di Jeremy Corbyn contro una politica estera che fa del feroce pregiudizio antirusso la sua ragion d’essere. Ora come ieri, statisti solitari nella loro denuncia contro mosse di politica estera disastrose e deleterie per la sicurezza e gli interessi nazionali della Gran Bretagna.

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