La guerra tra Corea del Nord e Stati Uniti sembra una guerra che non vuole, in definitiva, nessuno dei contendenti. Kim Jong-un sa perfettamente che una guerra equivarrebbe alla fine della sua vita, della sua dinastia e del regime. La Corea del Sud non vuole una guerra che vede Seul primo obiettivo di artiglieria e missili della Corea del Nord, oltre al fatto che una riunificazione postbellica sarebbe un peso enorme per l’economia sudcoreana. La Cina non può avere una guerra che destabilizzi i suoi confini, né le truppe statunitensi a un passo dal territorio cinese. E infine, gli Stati Uniti ritengono troppo alti i rischi per i partner asiatici e per il proprio territorio e temono l’assenza di una exit strategy per il conflitto – oltre al fatto che la Corea del Nord rappresenta sostanzialmente l’unico motivo per rimanere militarmente in Asia orientale.

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Fatte queste premesse, c’è un rischio, imponderabile, che aleggia su tutta quanta la struttura diplomatica espressa in precedenza. E questo rischio è tutto sintetizzabile nell’ipotesi di un incidente. La penisola coreana vede, infatti, continuamente muoversi migliaia di uomini, mezzi navali e aerei, esercitazioni congiunte da parte di Usa, Corea del Sud e alleati del Pacifico da un lato ed esercitazioni e test balistici del regime dall’altro. Questa continua attività militare e il movimento delle forze a cavallo del 38esimo parallelo generano naturalmente il rischio che qualcosa possa andare storto e che un’esercitazione delle forze nordcoreane o di quelle statunitensi dia origine a un incidente, un errore, tale per cui l’altra parte è autorizzata a reagire. E il pericolo di una reazione incontrollabile da parte dei contendenti è aumentato dalle continue minacce e dai discorsi bellici che non fanno altro che esacerbare una situazione che può diventare insostenibile. Con il rischio che possa accadere che da un errore di calcolo o da una minaccia ritenuta non più un’esercitazione, possa scatenarsi una reazione che conduca direttamente alla guerra nucleare.

La questione non è così remota come può sembrare. Secondo quanto hanno rivelato alcune fonti militari a Foreign Policy, dopo un test missilistico nordcoreano avvenuto verso metà settembre, una nave da guerra americana che pattugliava il mar del Giappone ha ricevuto un ordine di allerta, o “Warno”, per essere pronti a lanciare i missili Tomahawk verso gli obiettivi in Corea del Nord. Non è strano farlo”, ha dichiarato un ex ufficiale, “ma vorrei dire che è un indicatore abbastanza significativo che la possibilità di utilizzare Tomahawk è in aumento”.

Un Warno è essenzialmente l’ordine per le forze ad essere pronte in caso in cui venga dato l’ordine di agire. Nel caso dei missili da crociera, come spiegato da Fp, significa preparare l’arma e programmare il bersaglio. Le fonti militari consultate dalla rivista americana non hanno voluto dare indicazioni su cosa sarebbe successo in caso di lancio di missili Tomahawk e su quali obiettivi fossero pronti a colpire. Sicuramente, nel caso in cui la minaccia si fosse rivelata fondata, il segretario alla Difesa e il Presidente avrebbero ordinato altri tipi di attacchi a seconda del tipo di pericolo cui andavano incontro le forze statunitensi e le basi presenti nell’area. Gli ex ufficiali consultati da Foreign Policy hanno voluto ribadire che un tale ordine non significava che l’azione militare americana fosse imminente, ma solo che i comandanti stessero prendendo ogni tipo di precauzione per essere pronti con quel tipo di armi in caso di effettiva possibilità di inizio del conflitto. Prima di contemplare il lancio dei missili da crociera, gli Stati Uniti probabilmente avrebbero agito attraverso altri canali, senza impiegare un mezzo così potente e d’impatto anche mediatico come i Tomahawk.

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Detto questo, è interessante notare come il rischio di un conflitto che parte da un errore o dalla solerzia o meno di un comandante sia qualcosa di assolutamente imponderabile e che merita attenzione. Questa volta è stato il caso di un missile nordcoreano. Ma la stessa cosa potrebbe avvenire anche con un incidente di frontiera magari al confine fra le due Coree, soprattutto con l’aumentare delle esercitazioni e dei mezzi coinvolti. Del resto, non va dimenticato che durante la Guerra Fredda, nonostante la mancanza di volontà di una guerra atomica, fu solo l’eroica freddezza di un ufficiale sovietico, Stanislav Petrov, a evitare la catastrofe nucleare a causa dell’errore di un computer.

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