Qualcosa si sta muovendo nella crisi coreana, e sembra che la via delle armi stia per cedere il passo alla forza della diplomazia e delle sanzioni economiche. Dalle dichiarazioni dei vertici diplomatici e militari degli Stati Uniti, infatti, sembra chiaro come l’eventualità di una guerra, pur non essendo accantonata del tutto, resta un’opzione residuale rispetto a quelle proposte dalla comunità internazionale tramite sanzioni e negoziati. A certificare questa strategia di Washington giungono le parole del capo dello stato maggiore congiunto Usa, il generale dei marines Joseph Dunford, che ha incontrato in queste ore il presidente della Corea del Sud, Moon, nella capitale Seul. Il generale ha affermato che l’opzione militare resta sul tavolo, ma come alternativa valida “solo se falliscono le sanzioni economiche e gli sforzi diplomatici”. Dunford ha poi aggiunto che gli Stati Uniti sosterranno lo “lo sforzo degli altri Paesi per risolvere la questione attraverso la strada diplomatica e le misure economiche”, inviando un chiaro messaggio al vero interlocutore di questa crisi con la Corea del Nord, in altre parole la Cina.

Le parole di Dunford certificano la volontà degli Stati Uniti e di tutti gli attori nella crisi di giungere primariamente auna soluzione diplomatica. La guerra è stata sempre considerata un’alternativa credibile ma improbabile, dettata dalla volontà americana di dimostrare da una parte di essere una superpotenza in grado di non temere alcuna minaccia e , dall’altra parte, di essere una potenza in grado di tutelare gli alleati in ogni parte del mondo. Una soluzione militare non è mai stata esclusa da Washington, che ha anzi rafforzato la presenza militare in Estremo Oriente, ma è stata sempre analizzata come un tentativo di dissuadere Kim Jong-un e mettere pressione alla Cina piuttosto che come preludio a una guerra. Le incognite erano e restano troppe e i rischi per la popolazione civile e la stabilità dell’Asia rimangono problemi sostanzialmente insolvibili in caso di conflitto. La strategia della Casa Bianca è stata chiara sin da subito: minacciare Pyongyang e mettere pressione a Pechino. Una duplice volontà che si è rivelata non priva di rischi ma che sembra stia portando i suoi frutti.

I rischi erano in realtà legati più che altro alle scelte di Pechino. La Cina non ha mai considerato Kim un alleato da difendere ad ogni costo, ma non poteva né può permettersi di avere un conflitto alle sue porte rischiando che la penisola coreana si trasformasse in un disastro umanitario e, in seguito, in una avamposto statunitense al confine con il territorio cinese. La diplomazia cinese si è sempre spesa in parole per stemperare le tensioni con Washington, e i canali diplomatici con la Casa Bianca e con Pyongyang non si sono mai arrestati, proprio per evitare il peggio. In realtà, anche in questo caso, la Cina aveva due interessi divergenti per i quali doveva cercare una soluzione di compromesso. Da un lato, non poteva né può permettersi un regime change in Corea che certifichi la visione degli Stati Uniti come potenza in grado di decidere le sorti dell’Asia al posto della Cina. Dall’altro lato, non poteva allo stesso tempo permettersi una guerra con gli Stati Uniti, anche soltanto commerciale, che per Pechino significherebbe un colpo durissimo proprio in un momento di espansione del suo mercato e nella fase di crescita del peso geopolitico cinese come potenza determinante in vari settori del mondo.

Le mosse di Trump di minacciare la guerra e le mosse cinesi per evitarla sembrano iniziare a produrre i risultati sperati. Da Washington arrivano messaggi sempre più distensivi, non ultimo l’editoriale a firma congiunta di Rex Tillerson e Jim Mattis sul Wall Street Journal che esprime la volontà americana di una de-nuclearizzazione della Corea ma non di un regime change. Soluzione non raggiungibile in tempi brevi, visti i rischi che questo comporterebbe per il regime nordcoreano, ma sicuramente una soluzione auspicabile rispetto a una guerra potenzialmente devastante. “Mentre la diplomazia rimane lo strumento preferito per cambiare il corso d’azione della Corea del Nord, questa è sostenuta dalle opzioni militari”, scrivono i due funzionari americani, a dimostrazione del fatto che lo strumento bellico rappresenti un fattore di pressione piuttosto che un’esplicita volontà di giungere a un conflitto.

E anche da parte di Pechino, arriva in queste ore una presa di posizione molto dura nei confronti del regime di Pyongyang, a dimostrazione che la Cina sia pienamente interessata a far finire questa escalation militare che rischia di destabilizzare un’area fondamentale per la stabilità dell’Oriente, ma che soprattutto rischia di scatenare una guerra prima di tutto economica con gli Stati Uniti. La Cina ha così annunciato che taglierà le importazioni di carbone, ferro, piombo e di altri prodotti provenienti dalla Corea del Nord come previsto dalle nuove sanzioni decise in sede Onu. Il ministero del Commercio cinese ha spiegato ai media che lo stop delle importazioni scatterà fra tre settimane, precisamente alla mezzanotte del 5 settembre. Una presa di posizione durissima di Pechino, se si pensa che oltre l’80% del commercio estero della Corea del Nord passa attraverso il mercato cinese.

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