Più di qualcuno l’aveva predetto contro ogni previsione. Sebbene i risultati del Senato siano ancora attestati su un tossup al cardiopalma, la Camera del Congresso Usa non registra una red wave come avrebbero sperato Donald Trump e i Repubblicani. Eppure, nel tradizionale disegno delle midterm la stangata per Joe Biden avrebbe dovuto rispettare la legge del pendolo, considerando che secondo gli exit poll (Edison Research) circa 7 elettori su 10 in queste elezioni hanno dichiarato di essere insoddisfatti dello stato delle cose nel Paese. Circa 1 su 3 aveva poi citato l’inflazione come la questione più importante nel proprio voto.

Le carenze programmatiche del Gop

Al netto dei risultati specifici e delle sorprese eventuali negli swing states, i Repubblicani sembrano aver compiuto un errore speculare a quello dei dem: mancare di dettagli. L’ultima volta che hanno avuto il controllo della presidenza, della Camera e del Senato, dopo che Trump è stato eletto presidente nel 2016, erano inciampati gravemente sulla promessa di eliminare l’Affordable Care Act, si sono spaccati e sono stati gravati dalla condotta di Trump. Nel 2018 hanno perso la Camera e nel 2020 il Senato. Hanno cercato di trarre vantaggio dal sentimento nazionale spingendo sul dove intervenire: inflazione, criminalità (legandola perennemente al fattore immigrazione) e cattiva condotta di Biden. I candidati repubblicani hanno affermato di poter abbassare il costo della vita, blindare i confini (sopraattutto quello meridionale) ma non hanno fornito una piattaforma dettagliata (tantomeno comune) sul come: perchè le midterm sono importanti ma non sono come le elezioni presidenziali.

Le anomalie del 2022

Il 2022 di per sé, è stato un anno anomalo. Una stagnazione politica ha attanagliato il Paese, già affetto dal post-pandemia. Il secondo semestre, invece, ha ribaltato umori ed equilibri: nonostante la politica estera smuova poco l’elettorato americano, la narrazione del conflitto in Ucraina si è intrecciata a questioni ideologiche e pragmatiche con le quali gli elettori si sono ritrovati a fare i conti. A giugno, la Corte Suprema ha ribaltato la Roe vs Wade, aprendo un lungo dibattito. La decisione ha causato un cambiamento immediato nei calcoli elettorali, poiché molte donne e alcuni uomini hanno risposto con rabbia e determinazione usando le urne per esprimere il proprio sgomento.

Se questi sono fattori che possono aver galvanizzato i democratici (ed un segno lo aveva dato l’early vote), nei repubblicani si è fatto largo un certo distacco dai metodi del trumpismo che si è tradotto nella malsopportazione dell’ex presidente da parte di numerosi candidati dello stesso Gop. Trump e la democrazia sono stati allo stesso modo considerati come “aree problematiche” durante i mesi estivi della campagna elettorale, per via delle audizioni pubbliche della commissione della Camera che ha indagato sull’attacco a Capitol Hill. Così, la spinta eversiva del 2016 sembra quantomeno messa in pausa (Non a caso l’unica vera red wave è quella di Ron DeSantis in Florida), nonostante il tycoon continui ad avere un corposo seguito di fedelissimi.

L’America resta divisa

“L’America spaccata”: questo è il refrain che accompagna le analisi sugli Stati Uniti dal colpo di scena del 2016 in poi. Il risultato di questa notte ne è un’ennesima conferma: la polarizzazione sta vincendo. Al Senato la corsa è incredibilmente serrata. Tutti gli occhi ora sono rivolti alla Georgia, che ancora una volta regala emozioni: lo Stato del Sud, che già aveva avuto un ruolo decisivo nelle elezioni del 2020, ha un risultato così ravvicinato per il seggio al Senato che lascerà il Paese con il fiato sospeso fino al 6 dicembre. Sembra ormai chiaro che né il candidato repubblicano, l’ex campione di football Herschel Walker, nè il reverendo battista Raphael Warnock, raggiungeranno il 50% dei voti necessari per entrare in carica. Il 2% ottenuto da un terzo candidato, il libertario Chase Oliver, probabilmente spingerà i due sfidanti verso il ballottaggio di dicembre.

La generazione Z ha fatto la differenza

Nelle ultime settimane, le preoccupazioni per lo stato dell’economia e i sondaggi, che suggerivano che un numero quasi record di americani riteneva che il loro Paese fosse sulla “strada sbagliata”, faceva presagire una serata magica per i repubblicani. Tuttavia, sembra che la strategia democratica – di concentrarsi sulla democracy on the ballot– sia riuscita a galvanizzare i giovani elettori e mobilitare la loro base. I giovani della Generazione Z e gli ultimi Millennials avrebbero fermato l'”onda rossa” repubblicana. Questo sembra emergere da un Exit Poll pubblicato dalla Cnn, da cui si evince che gli elettori tra i 18 e 29 anni che hanno votato per i Democratici sono stati il 28% in più rispetto al recente passato. A motivarli sarebbero alcuni temi come il diritto all’aborto. Mentre i Repubblicani hanno goduto dell’appoggio degli ultra 65enni (+ 13%) e degli elettori tra i 45 e i 64 anni (+ 11%). “Io so una cosa – ha commentato il sondaggista e analista americano John Della Volpe – se non fosse stato per gli under 30, stasera ci sarebbe stata un’”onda rossa”.

Se Wall Street aveva scommesso sui repubblicani, ribadendo come la grande finanza preferisca il governo diviso-quello che non nuoce alle grandi aziende-, il regista Michael Moore aveva previsto uno tsunami blu dem. Il premio Oscar, che fu tra i pochi a prevedere nel 2016 la vittoria di Donald Trump, tiene da settimane un diario online intitolato Mike’s Midterm tsunami truth per confutare la previsione sul Gop. Secondo Moore, a spingere i democratici sarebbe stata un’affluenza massiccia di giovani e donne. Non è stato uno tsunami ma…chapeu.

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