L’Iran, da quando gli Stati Uniti per volere del presidente Donald Trump sono usciti unilateralmente dal trattato Jcpoa che sostanzialmente congelava i progressi nucleari di Teheran limitandoli esclusivamente a scopi pacifici, ha lentamente ma progressivamente ripreso l’attività di arricchimento dell’uranio parallelamente a quella dell’approvvigionamento di nuovi strumenti per implementare le proprie capacità nel campo atomico.

Già a settembre del 2019 le massime autorità iraniane avevano fatto sapere che, stante questa situazione, Teheran avrebbe abbandonato “ogni limite alla ricerca e allo sviluppo” del suo potenziale nucleare. Sebbene i canali diplomatici tra Stati Uniti, Ue, e Iran, fossero rimasti sempre aperti durante il lungo processo di abbandono del Jcpoa, tra le parti in causa non si è mai raggiunto un accordo. Tale decisione da parte degli Ayatollah si è trasformata nella ripresa dell’attività di arricchimento dell’uranio e nell’acquisizione di nuove centrifughe, atte ad aumentare la quantità, e la velocità, di arricchimento del combustibile atomico.

Questa scelta ha comportato la reazione statunitense ma soprattutto israeliana: si sospetta, ad esempio, che dietro l’assassinio dello scienziato atomico iraniano Mohsen Fakhrizadeh, ci sia la mano di Israele. Washington, dal canto suo, ha mostrato i muscoli nel Golfo Persico, inviando assetti navali e aerei in dimostrazioni di forza (e deterrenza), forse più per scoraggiare un possibile attacco iraniano “di vendetta” per l’eliminazione dello scienziato, che arriva più o meno nello stesso periodo in cui ricorre l’anniversario della morte del comandante della Forza Quds, il generale Qasem Soleimani, ritenuto essere un’altra possibile causa per un nuovo attacco alle forze statunitensi e alleate nel Golfo.

L’Iran, quindi, decaduto il Jcpoa, ha riesumato il suo programma atomico: l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), a novembre, ha affermato che le scorte iraniane di uranio a basso arricchimento hanno raggiunto 2442,9 chilogrammi, ovvero 12 volte il limite stabilito dal trattato.

Prima di questo rapporto, a settembre, Teheran aveva fatto sapere che di aver messo in funzione 60 centrifughe avanzate IR-6 nel sito nucleare di Natanz. Questo tipo di centrifughe può produrre uranio arricchito a una velocità 10 volte superiore al modello IR-1 di prima generazione.

Ad inizio dicembre prendiamo conoscenza di un rapporto confidenziale sempre dell’Aiea in cui si affermava che l’Iran stava per installare una serie di nuove centrifughe per l’arricchimento dell’uranio (tipo IR-2m) sempre nell’impianto sotterraneo di Natanz, apparentemente costruito per resistere ai bombardamenti aerei. Queste centrifughe sono andate ad aggiungersi alle oltre 5060 del tipo IR-1 già presenti nell’impianto costruito per ospitarne sino a 50mila.

Sempre nello stesso periodo, e come risposta immediata all’uccisione di Fakhrizadeh, Teheran aveva annunciato l’arricchimento dell’uranio ad una percentuale superiore e la contestuale prossima espulsione degli ispettori internazionali se gli Stati Uniti non avessero tolto le sanzioni internazionali, tornate a colpire come una scure l’economia iraniana da quando gli Usa sono usciti dal Jcpoa. L’Iran ha fatto sapere, proprio in concomitanza con l’anno nuovo, che prevede di arricchire l’uranio fino al 20% di purezza, un livello che era stato raggiunto prima dell’accordo del 2015, nel suo sito di Fordo sepolto all’interno di una montagna.

Siamo ancora ben lontani, come livello di arricchimento, dall’ottenimento di esplosivo nucleare, per il quale serve uranio arricchito almeno al 85%, ma quella percentuale è sufficiente per ottenere una cosiddetta “bomba sporca”, ovvero un ordigno atomico che esplodendo non genera gli effetti di calore e onda d’urto come quelli di una bomba atomica classica, ma che è in grado di contaminare con materiale radioattivo una vasta area, sempre a seconda delle condizioni ambientali presenti (vento, precipitazioni).

Questa è quindi l’attuale situazione del programma nucleare iraniano, ma cosa dobbiamo aspettarci in questo 2021 da Teheran in merito?

Rispondere non è affatto facile, ma possiamo provare a fare delle previsioni. La politica nucleare iraniana dipenderà, sicuramente, dall’atteggiamento della comunità internazionale riguardante le sanzioni, ed in particolare dipenderà da cosa faranno gli Stati Uniti. Con l’avvicendamento alla presidenza, sembrano aprirsi deboli spiragli per un possibile nuovo accordo tra Washington e Teheran.

Abbiamo già avuto modo di dire che, nonostante la buona volontà espressa dal neopresidente Joe Biden, di riesumare il Jcpoa, non è così semplice tornare all’interno dei confini del trattato: esistono cause strutturali, determinate, ad esempio, da 4 anni di politica sanzionatoria statunitense, che non è facile cancellare con un colpo di spugna, ed esistono cause esterne rappresentate dalla posizione di Israele a dal successo degli Accordi di Abramo che stanno normalizzando i rapporti tra Israele e i Paesi Arabi isolando sempre di più l’Iran.

“Offrirò a Teheran un percorso credibile per tornare alla diplomazia” aveva affermato Biden lo scorso settembre alla Cnn. “Se l’Iran tornasse a rispettare rigorosamente l’accordo nucleare, gli Stati Uniti tornerebbero all’accordo come punto di partenza per i negoziati successivi”. Questo percorso, però, facilmente si scontrerà con quanto detto sino ad ora e con una questione altrettanto cruciale: Teheran non intende mettere in gioco nelle trattative il suo programma missilistico, che considera intoccabile, mentre da parte statunitense – ma soprattutto israeliana – viene visto come una minaccia non propriamente secondaria da eliminare per la stabilità della regione.

Sarà quindi difficile, in questo 2021, che si giunga ad un ritorno in vigore tout court del vecchio Jcpoa stante queste premesse: Israele sicuramente non accetterà che l’Iran mantenga una capacità missilistica importante in contemporanea con la ripresa ufficiale del programma atomico, mentre gli Stati Uniti dovranno mediare tra questa posizione dello Stato ebraico e la necessità, espressa dal neopresidente, di ritornare ad un accordo col regime degli Ayatollah.

L’Iran, pertanto, prevediamo che continuerà lungo la strada che ha intrapreso in questi ultimi mesi: continuerà l’arricchimento dell’uranio, continuerà a implementare la sua capacità di arricchirlo con nuove e più moderne centrifughe che diminuiranno i tempi di produzione e aumenteranno la quantità di prodotto fissile, per avere un peso politico maggiore in sede di negoziati, che sicuramente ci saranno, a meno di repentini e improvvisi cambi di rotta della politica del nuovo inquilino della Casa Bianca.

Sino ad oggi Teheran ha sempre sostenuto che il suo programma atomico è volto a scopi pacifici, e, se guardiamo alla percentuale di arricchimento dell’uranio, non possiamo che concordare. La vera cartina tornasole in merito a questa problematica è rappresentata dai reattori ad acqua pesante, che come sottoprodotto di fissione hanno il plutonio (utilizzabile immediatamente nelle bombe): l’Iran possiede già un reattore di questo tipo nel sito di Khondab, non lontano da Arak, e a fine novembre ha annunciato di avere l’intenzione di costruirne un secondo, dopo che il parlamento ne ha votato l’approvazione.

Quest’attività è quella che l’Iran dovrà fermare se vuole dimostrare realmente la sua volontà di non dotarsi di armamento atomico, e rappresenterebbe un buon presupposto per arrivare a un nuovo accordo, ma riteniamo che Teheran non lo farà proprio per i precedenti che hanno riguardato l’uscita improvvisa degli Stati Uniti dal Jcpoa ed il ritorno delle sanzioni. Teheran prima di ridimensionare la sua attività di ricerca nucleare, questa volta, attenderà che l’Occidente, ed in particolare gli Stati Uniti, facciano il primo passo eliminando – in buona parte – le sanzioni internazionali.

Un passaggio chiave perché si veda, in questo 2021, un nuovo accordo. Un passaggio che molto difficilmente l’amministrazione americana potrà fare senza scontentare il suo più importante alleato regionale: Israele. Restiamo dunque possibilisti in merito alla risoluzione diplomatica della questione atomica, ma con una scarsa percentuale di successo, almeno in questo 2021: riteniamo pertanto che Teheran continuerà il suo progressivo cammino verso il nucleare e che, salvo improvvisi sconvolgimenti, questo nuovo anno non vedrà la sospensione dell’attività di arricchimento dell’uranio né quella della ricerca atomica generale, comprensiva di quella riguardante i reattori ad acqua pesante.

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