La Serbia ribolle, viene attraversata da proteste e scontri e la tensione divampa mentre il paese fra qualche giorno ricorderà i vent’anni dai bombardamenti della Nato del 1999. Belgrado e le città più importanti in questi giorni assomigliano ad una vera e propria polveriera. Da tempo c’è insofferenza tra i serbi: dalla perenne questione kosovara mai risolta ed anzi con Pristina che negli ultimi mesi è protagonista di alcune azioni non proprio gradite a Belgrado, a partire dall’imposizione di dazi del 100% per le merci serbe, passando poi per una crisi economica che contribuisce ad acuire l’insoddisfazione della popolazione.

Sono questi elementi importanti per valutare quanto avviene in una Serbia che si ritrova nuovamente a dover fare i conti con un presente così sfacciatamente simile al passato.

L’improvvisa escalation delle proteste

Se è quindi nota da un lato l’insofferenza della popolazione, dall’altro non ci si aspetta fino a poche settimane fa un aumento repentino delle manifestazioni. Le proteste non solo sono diverse, ma assumono nel giro di pochi giorni un carattere violento: sabato viene assaltata la sede delle tv di Stato, poche ore dopo diversi gruppi di cittadini assediano il palazzo presidenziale e lo stesso presidente Vucic risulta di fatto ostaggio nella sua abitazione. È proprio lui il principale bersaglio dei manifestanti: il capo dello Stato, in carica dal 2017, viene accusato di dirigere il paese in modo “autoritario” ed è a lui che addebitano il rallentamento dell’economia ed il dilagare dell’opposizione.

Se in Francia ed Algeria, per citare esempi recenti di paesi attraversati da manifestazioni popolari, vi sono eventi precisi che determinano l’inizio delle proteste, quali rispettivamente l’aumento del costo della benzina e l’annuncio della ricandidatura di Bouteflika, in Serbia tutto sembra nascere da nulla. Non ci sono elezioni nazionali in vista, né provvedimenti annunciati dall’esecutivo. Le proteste piombano quasi a gamba tesa sulla quotidianità politica del paese balcanico anche se, come detto, l’opinione pubblica da mesi appare in preda ad un latente malcontento.

Chi sono i protagonisti della protesta

Non si può parlare di “opposizione” a Vucic, né al premier Ana Brnabić. Questo perchè il quadro politico sia sul fronte della maggioranza che della minoranza appare frammentato e non raggruppato in seno a due distinti poli. Dal canto suo il presidente risulta molto ramificato grazie ai suoi anni di politica, considerando che prima dell’elezione del 2017 a Belgrado ricopre il ruolo di primo ministro. Dalle tv all’esercito, passando per le società di Stato, Vucic ha un importante controllo del paese giudicato dai detrattori come sempre più autoritario. Ma, per l’appunto, ad opporsi a lui è una vasta platea di oppositori impossibile da unificare.

Si va dall’estrema destra di Boško Obradović, leader del partito Dveri, fino ai liberali Dragan Djilas e Vuk Jeremic bollati da Vucic come “oligarchi”. Jeremic è considerato come il più “moderato”, in passato ricopre le cariche di ministro degli esteri e di presidente dell’assemblea generale dell’Onu ed è dunque molto conosciuto negli ambienti diplomatici, specie in quelli europei. È lui che nei giorni scorsi parla addirittura di “presa della Bastiglia” con riferimento all’assalto al palazzo presidenziale. Un fronte variegato e molto lontano dal rappresentare una reale alternativa, specie poi se il cuore delle proteste è costituito da improvvise e violente manifestazioni che hanno come risultato quello di destabilizzare Belgrado. Ed è forse questo l’elemento che ad oggi più preoccupa sia in Serbia che all’estero: la destabilizzazione del paese balcanico potrebbe diventare presto una seria realtà alle porte dell’Europa.

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