Lo Stretto di Hormuz è il centro del mondo. E il duello che sta coinvolgendo l’Iran e le potenze regionali e internazionali ora sta diventando sempre più complesso. Non solo perché quello che sta avvenendo nel Golfo Persico è un’escalation che riguarda il mondo, ma anche perché è del tutto evidente che i motivi dietro questa sfida sono diversi. Non è solo una lotta all’Iran e non è solo una sfida per il petrolio. C’è tanto in questa crisi: e ogni mossa è un messaggio che può avere diverse declinazioni e soprattutto diversi destinatari.

Gli incidenti e la crisi

L’escalation ha inizio a maggio 2019 con l’invio della Uss Abraham Lincoln nel Golfo dopo che Donald Trump minaccia nuove sanzioni e il governo di Hassan Rouhani conferma di venir meno a una parte dell’accordo sul nucleare: l’arricchimento dell’uranio.

Da quel momento, la tensione sale. Il 12 maggio gli Emirati Arabi Uniti denunciano sabotaggi ai danni di quattro petroliere. Riad e Washington puntano il dito su Teheran: Abu Dhabi su un non meglio precisato “attore statale”. Un mese dopo è la volta di due petroliere, una norvegese e una giapponese, al largo dell’Iran. Nel frattempo, Shinzo Abe è in visita nella capitale iraniana. Il 18 giugno viene colpito un giacimento petrolifero in Iraq, nell’area di Bassora. Il 20 giugno i Pasdaran annunciano l’abbattimento di un drone Usa: Trump ferma l’attacco di risposta da parte dell’aviazione americana mentre i bombardieri erano pronti al decollo.

Il 4 luglio un nuovo episodio che coinvolge una petroliera: i Royal Marines britannici sequestrano una petroliera battente bandiera panamense a Gibilterra e diretta – dicono – nel porto siriano di Baniyas. Teheran minaccia ritorsioni. Una settimana dopo, la Marina britannica denuncia un tentativo di sabotaggio di una petroliera da parte dei Pasdaran. Ma pochi giorni dopo, il 18 luglio, arriva l’operazione dei Guardiani della Rivoluzione per prendere la Stena Impero, attualmente in mano agli iraniani.

Una sfida all’Iran

L’escalation nel Golfo Perisco è chiaramente e prima di tutto una sfida a Teheran. L’Iran in questi anni ha dimostrato di essere una potenza in grado di mettere in serio pericolo la strategia statunitense, israeliana e araba in Medio Oriente. Dalla Siria allo Yemen, dall’asse con Qatar e Turchia fino a inglobare l’Iraq nella sua sfera d’influenza, la Repubblica islamica ha mostrato al mondo di essere ancora in grado di mettere in atto la sua eterna dottrina strategica: espandersi a occidente per raggiungere il Mediterraneo e il Mar Rosso e consolidare a sud le vie dell’Oceano Indiano.

Un aumento di potere che va messa in parallelo con il grande nodo da sciogliere del Medio Oriente: il programma nucleare. L’amministrazione di Donald Trump si è caratterizzata da subito per la volontà di cancellare l’accordo siglato nel 2015. E una volta compiuto il gesto dello strappo, adesso vuole che la Repubblica islamica sigli un nuovo accordo che metta in sicurezza Washington e i partner regionali: in primis Israele, preoccupato dal fatto che Teheran possa avere l’atomica e soprattutto dalla rete di alleanze costruire dal suo avversario in questi anni. Per farlo, Hormuz diventa essenziale.

Il controllo della rotta del petrolio

In questo contesto, è innegabile che il motivo per cui Hormuz è essenziale nelle logiche atlantiche è il petrolio. Non perché gli Stati Uniti e gli alleati abbiano bisogno del petrolio iraniano, ma perché la ricchezza di quel mare passa attraverso il transito delle petroliere che si dirigono verso i ricchi mercati asiatici ed europei.

L’Iran è la potenza che controlla Hormuz. E questo fattore implica una chiara posizione di vantaggio che però fa sì che Teheran abbia, per forza di cose, una leva contrattuale enorme. La minaccia di una chiusura dello Stretto è sempre in agguato. E non è un mistero che l’Iran abbia spesso usato questo tipo di ultimatum come mezzo diplomatico.

Stretto in cui transita la maggior parte dell’oro nero che dal Medio Oriente si dirige verso l’Estremo Oriente e l’Europa, Hormuz non può essere chiuso. E ora gli Stati Uniti, il Regno Unito e gli alleati mediorientali hanno trovato uno strumento perfetto per fare in modo che ciò non possa accadere.

Militarizzare il Golfo

L’obiettivo per ora sembra essere in parte raggiunto. O quantomeno in fase di raggiungimento. Con l’annuncio da parte degli Stati Uniti di una missione internazionale per la libertà di navigazione per gli stretti di Hormuz e Bab el Mandeb, di fatto è stato avviato il progetto per un ampio dispiegamento aeronavale che consenta ai Paesi occidentali di monitorare le acque persiane ma soprattutto fare in modo di avere un presidio quasi fisso di uomini, navi e aerei di fronte alle coste iraniane. Un annuncio arrivato dopo il dispiegamento di 500 soldati Usa in Arabia Saudita.

Subito dopo l’annuncio Usa, è stato il Regno Unito a muovere i suoi passi con la proposta di una missione europea nelle acque di Hormuz. E la Royal Navy, mentre il governo è impegnato nei contatti con le altre cancellerie, ha già ricevuto l’ordine di scortare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz. Il tutto mentre la Grace 1 è ferma a Gibilterra e la Stena Impero a Bandar Abbas.

Monitorare l’Asia

Militarizzare significa monitorare. Gli Stati Uniti non vogliono una guerra boots on the ground, ma adesso hanno raggiunto lo scopo di avere i mezzi a disposizione per gestire l’escalation. La flotta britannica è già nei pressi di Hormuz, idem quella degli Stati Uniti. Nel frattempo, altre flotte potrebbero unirsi a quelle di Londra e Washington, con la Marina francese che è già presente in Bahrein e quella delle altre potenze Nato (Italia compresa) che potrebbe unirsi alle missioni richieste dai comandi anglo-americani.

Per gli Stati Uniti significa controllare l’Iran, monitorare i partner mediorientali, gestire il traffico di Hormuz e soprattutto avere il pieno controllo di tutto un settore cruciale dell’Asia. In quelle acque passano fiumi di oro nero. E fiumi di oro nero significano soprattutto idrocarburi in rotta verso la Cina, che potrebbe risentire di questa rotta sempre più pericolosa e diversificare le sue fonti. Il tutto con un osservatore attento e non disinteressato: la Russia.

Un messaggio alla Cina: libertà di navigazione

La mossa di militarizzare il Golfo Persico rientra quindi in due sfide che gli Stati Uniti stanno vivendo in contemporanea: l’Iran e la Cina. Lo Stretto di Hormuz è una rotta imprescindibile per chiunque voglia il petrolio delle potenze arabe. Ma il collo di bottiglia di Hormuz, per Washington e Londra non può essere appannaggio di una potenza rivale. Ed è per questo che le missioni parlano di “libertà di navigazione”: perché il controllo degli stretti è ancora fondamentale. Al pari dei mari. Anzi, è anche ironico che a parlare di libertà degli stretti siano potenze di cui una, il Regno Unito, ha sequestrato proprio una petroliera iraniana a largo dello Stretto di Gibilterra.

Gli Stati Uniti e l’alleato britannico hanno da sempre questo pilastro strategico. Proprio per questo motivo, la sfida con l’Iran ha anche un destinatario a Pechino, che da tempo ha ingaggiato una lotta serrata con Washington nel Pacifico per un’altra “libertà di navigazione”, quella del Mar cinese meridionale. Un’area che la Cina considera di sua stretta autorità, ma che non considerano tali le potenze atlantiche. E l’impressione data da questa escalation nel Golfo è anche questa: basta un “incidente” a stravolgere completamente le condizioni di uno stretto. È successo con l’Iran, può succedere anche con la Cina.

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