A guardare i video che provengono dalle principali città algerine, risaltano agli occhi alcuni elementi. In primis, l’età molto bassa dei manifestanti che in queste ore protestano contro la candidatura di Abdelaziz Bouteflika, il presidente in procinto di correre per un quinto mandato al vertice del suo paese. Guardando i volti di chi sta scendendo in piazza negli ultimi giorni, sembrano immagini provenire da una manifestazione di liceali o di universitari a Roma od in altre città italiane. Ed è qui che forse sta l’elemento di maggiore novità di quanto sta capitando in Algeria.

La natura delle proteste

Si è infatti detto sempre che in Algeria non scoppiano manifestazioni in quanto la popolazione ha nella mente i ricordi delle stragi della guerra civile, il conflitto che ad inizio anni ’90 trasforma il paese nordafricano in un campo di battaglia dove a fronteggiarsi è l’esercito contro i movimenti islamisti. Ma da allora è passata una generazione. Gli algerini che quest’anno sono chiamati a fare gli esami di Stato ad esempio, durante la guerra civile hanno pochi mesi di vita oppure non sono nemmeno nati. Sanno della guerra solo dal racconto dei padri, ma non hanno ricordi diretti. Sono gli stessi di una generazione che ad aprile per la prima volta è chiamata alle urne. Nonché gli stessi che ogni giorno sui social riescono a vedere cosa accade nel resto del mondo. Dunque, questa volta l’effetto deterrente degli spettri del conflitto civile potrebbe non esserci.

Coloro che oggi in gran parte protestano, nel 2010 non sono nemmeno adolescenti. Chi nove anni fa, nei mesi in cui scoppia la cosiddetta “primavera araba”, scende in piazza contro i rincari dei prezzi dei beni di prima necessità, la guerra invece l’ha vista e sa cosa ha portato all’Algeria. E questo è uno dei motivi per i quali, a differenza dei vicini, nel paese non avvengono stravolgimenti politici e nemmeno gravi scossoni. Per la verità, anche in queste ore la natura delle manifestazioni non è affatto violenta. In gran parte si tratta di giovani che non accettano la candidatura (con annessa vittoria quasi scontata) dell’attuale presidente. E questo sia per l’elevato numero di mandati, così come però per le condizioni di salute dello stesso Abdelaziz Bouteflika. Vedere per altri anni ancora un presidente in sedia a rotelle ed incapace di guidare il paese secondo molti giovani algerini è un vero affronto. E le manifestazioni al momento non causano eccessivi disordini, né sembra esserci una violenta mano repressiva dietro. Ma un sistema che per reggere ha necessità di ricandidare una persona oramai debilitata, rappresenta sempre un’incognita. E tutto potrebbe anche degenerare mentre l’Algeria si avvicina al voto.

La ricandidatura di Bouteflika

L’attuale presidente è in carica dal 1999. All’epoca l’arrivo al potere di Abdelaziz Bouteflika rappresenta un elemento di stabilità e garanzia in un paese ancora non del tutto fuori dalla guerra. Ed in effetti, l’Algeria in questi anni riesce a vedere alcune luci in fondo al tunnel in cui piomba più di un quarto di secolo fa. Petrolio ma soprattutto gas riescono a far reggere l’economia, evitando programmi di rientro dell’Fmi e garantendo sussidi ed assistenza alle parti meno agiate della popolazione. Anche per questo il potere di Bouteflika e del suo partito (lo stesso Fronte Nazionale che guida il paese all’indipendenza negli anni ’60) non viene messo in discussione. Sono i problemi di salute, subentrati nel 2013, ad arrecare invece maggiori grattacapi. Il presidente viene colpito da un ictus, da allora è costretto alla sedia a rotelle ed anche la sua lucidità non appare quella dei tempi migliori. Nel 2014 fanno scalpore le immagini di Bouteflika che in sedia a rotelle raggiunge il seggio e deve essere aiutato ad apporre la scheda dentro l’urna. Ecco perchè oggi la sua ricandidatura appare forzata.

Attualmente il presidente da molti giovani viene visto come un anziano di 81 anni che, proprio nei giorni in cui è annunciata la sua nuova corsa verso il nuovo mandato, si trova a Ginevra per ulteriori cure. Il problema però è che il suo entourage fatica a trovare un sostituto. Né all’interno del partito di maggioranza, né all’interno dell’esercito e né all’interno della classe imprenditoriale emerge un nome in grado di mettere d’accordo tutti i gruppi e sottogruppi che ruotano attorno il potere algerino. Per cui si preferisce far rimanere al suo posto un presidente debilitato. E adesso anche l’Europa osserva da vicino cosa sta accadendo in Algeria. Questo perché, come scrive Michela Mercuri, “un cambio di regime mal gestito rischia di essere una spina nel fianco per l’Italia e per l’Europa più in generale”. La confinante Libia ed il caos al suo interno è lì a ricordarlo.

 

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