Quando la sinistra giunge al potere la certezza è una: le tasse aumentano. Quello che il Presidente Usa Joe Biden è pronto a varare è il più grande aumento delle tasse federali dal 1942 ad oggi. Come riporta l’Agi, che cita il New York Times, l’aumento dovrebbe aiutare a pagare per una serie di programmi di spesa che gli economisti liberali prevedono che rafforzerebbero le prestazioni dell’economia e riparerebbero un codice fiscale che secondo i democratici incoraggia i ricchi ad accumulare beni e le grandi aziende a spedire posti di lavoro e profitti all’estero. L’aumento delle tasse, da realizzare anche tramite l’abolizione della riduzione delle imposte per le aziende voluta da Donald Trump, dovrebbe tradursi in entrate fiscali per 2.500 miliardi di dollari.

E Joe Biden annuncerà mercoledì il suo “New Deal”

Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti d’America annuncerà questo mercoledì a Pittsburgh il suo “New Deal”, la sua proposta di investimenti federali in infrastrutture fisiche, che potrebbe ricevere anche il sostegno dei repubblicani. Come riporta Nbc News, infatti, Biden questa settimana presenterà la prima parte del suo pacchetto per la ripresa economica, concentrandosi sulla ricostruzione di strade, ponti e altre infrastrutture, seguito da un altro piano, che sarà presentato in aprile, rivolto ai bambini e all’assistenza sanitaria. Il segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki ha confermato domenica l’intenzione dell’amministrazione di dividere il pacchetto in due proposte legislative, come parte di uno sforzo per ottenere il sostegno dei repubblicani del Congresso, sottolineando che l’amministrazione Usa lavorerà “con il Senato e la Camera per vedere come dovrebbe andare avanti”. Biden illustrerà i dettagli in un discorso mercoledì a Pittsburgh. Psaki ha sottolineato a “Fox News Sunday” che la Casa Bianca non ha ancora deciso la sua strategia legislativa, auspicando però un sostegno da parte del Gop per quanto concerne le infrastrutture. “Strade, ferrovie, ricostruirle non è una questione di parte”, ha detto. Una proposta separata in aprile poi “affronterà molte questioni con cui gli americani stanno lottando – la cura dei bambini, il costo dell’assistenza sanitaria”, ha rimarcato Psaki.

Finisce l’era Trump del taglio delle tasse

Era il dicembre 2017 quando il Congresso degli Stati Uniti approvava la riforma fiscale fortemente voluta dall’allora presidente statunitense, Donald Trump, e sostenuta da buona parte del partito Repubblicano. La riforma prevedeva un taglio cospicuo delle aliquote per le imprese e una riduzione temporanea delle tasse per i singoli individui, con una riduzione complessiva degli introiti per il governo federale stimata intorno ai 1.500 miliardi di dollari. La riforma fiscale voluta da Trump e dai Repubblicani imponeva un tetto massimo del 21 per cento di imposizione fiscale per le aziende, contro il precedente 35 per cento. Secondo i sostenitori della legge, una riduzione così marcata avrebbe incentivato nuovi investimenti e assunzioni da parte delle imprese: così è stato, visti i record raggiunti dall’amministrazione Trump in materia economica.

In epoca pre-Covid, il 1° luglio 2019, gli Stati Uniti hanno ufficialmente raggiunto il ciclo di espansione economica più lungo della loro storia, battendo il record di 120 mesi consecutivi di crescita che risaliva al periodo marzo 1991-marzo 2001. Una striscia positiva quella attuale che dura dal giugno del 2009, dopo la grande crisi. A certificarlo era il National Bureau of Economic Research, secondo cui in nel 2019 il Pil Usa è cresciuto del 25% con un tasso di disoccupazione sceso a maggio di quell’anno al 3,6%, il più basso dal 1969.

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