La storia potrebbe ripetersi. Esattamente un anno fa oltre ottanta civili morivano sotto l’azione del gas Sarin nella roccaforte ribelle di Khan Sheikhoun, a pochi chilometri di distanza da Idlib. All’attacco, attribuito al governo del presidente siriano Bashar al Assad, seguì la pioggia di fuoco ordinata dal presidente americano, Donald Trump, sulla base aerea siriana di Shayrat, nel governatorato di Homs.

Oggi, ad un anno di distanza dal lancio di quei 59 missili Tomahawk, gli Stati Uniti potrebbero essere pronti ad un nuovo raid per vendicare le oltre cento vittime del presunto attacco chimico nella città siriana di Douma. Mentre l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) sta indagando per chiarire cosa sia successo davvero sabato notte nell’ultima enclave ribelle alle porte di Damasco, infatti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, via Twitter punta il dito contro “l’animale Assad” e “i suoi sostenitori”, Russia e Iran, promettendo “un alto prezzo da pagare”. Una minaccia, neanche troppo velata, che apre ad un possibile intervento statunitense nel teatro siriano. “Non escludo nulla al momento”, ha confermato lunedì ai giornalisti anche il segretario alla Difesa Usa, James Mattis.

L’attacco di Douma, quindi, potrebbe mischiare di nuovo le carte in tavola, determinando, ora come allora, un’inversione di rotta nella strategia del presidente americano, che la scorsa settimana aveva annunciato il ritiro imminente del contingente a stelle e strisce dalla Siria. Del resto, anche la strage di Khan Sheikhun era stata preceduta dall’annuncio di un disimpegno americano sul fronte siriano, al quale era seguito, invece, il bombardamento sulla base di Shayrat. Secondo un’analisi del Washington Post, quindi, è molto probabile che possa ripetersi uno scenario di questo tipo. Diversi sono gli elementi che portano a pensarlo. In primis le pressioni dei senatori repubblicani, che hanno chiesto al presidente di tornare sui suoi passi, mantenendo al loro posto i 2mila soldati americani di stanza in Siria, inasprendo le sanzioni alla Russia e colpendo le infrastrutture governative nel Paese arabo. Poi ci sono le dure prese di posizione degli alleati, con la Francia di Macron pronta “a fare il suo dovere” e il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, che invoca una “forte e solida risposta internazionale”. A rendere ancora più probabile l’ipotesi di un bombardamento americano contro le truppe siriane infine, secondo il quotidiano statunitense, ci sarebbe anche l’arrivo alla Casa Bianca del falco John Bolton, nuovo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump.

A pressare il presidente Usa è anche il senatore John McCain che su Twitter accusa l’inquilino della Casa Bianca di aver “incoraggiato Assad a commettere nuovi crimini di guerra a Douma” con l’annuncio del ritiro del contingente americano dal Paese. Ma con le relazioni tra Stati Uniti e Russia che sembrano tornate ai tempi della Guerra Fredda, una nuova prova di forza militare del governo degli Stati Uniti potrebbe aprire la strada a “conseguenze più gravi”, avvertono da Mosca. Per il presidente russo Vladimir Putin, che nel pomeriggio ha parlato al telefono con la cancelliera tedesca Angela Merkel, “provocazioni e speculazioni” sul possibile uso di armi chimiche a Duma, “di cui alcuni paesi occidentali accusano Damasco”, sarebbero “inammissibili”. Intanto, al Palazzo di Vetro sia gli Stati Uniti sia la Russia hanno chiesto due diverse riunioni d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: una per discutere sulla situazione in Siria, l’altra, quella presentata da Mosca, sulle “minacce alla pace nel mondo” dopo il raid degli F-15 israeliani sulla base aerea T-4, nella provincia di Homs.

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