Gli elettori europei credono sempre meno alla buona fede dei politici e dei partiti tradizionali. Ridurre il fenomeno del populismo a questo assunto sarebbe sbagliato, ma certo rimane un elemento utile a interpretare quanto è accaduto in questi anni e quello che potrebbe succedere tra qualche settimana.

La parola “onestà” viene abusata e sventolata a più non posso dai sedicenti costruttori della nuova democrazia elettronica – leggasi, per l’Italia, MoVimento 5 Stelle – , ma la volontà comune, stando ai numeri che sciorineremo tra poco, è soprattutto quella di non voler più sottostare a processi governati, in maniera del tutto esclusiva, dall’establishment. Da quella élite di cui ci si fida sempre meno.

“Corrotta Hillary” usava ripetere Donald Trumpdurante la campagna elettorale del 2016. Ha funzionato. Replicare il medesimo adagio per queste elezioni europee potrebbe funzionare. A fornirci un assist per allargare la riflessione, è un sondaggio di Swge di altri istituti, che è stato evidenziato su Libero.

La prima scelta fatta dagli intervistati è tutta un programma: tra coloro che si apprestano a votare per il rinnovo del Parlamento europeo, metà ritiene che i politici odierni non siano accostabili alla prerequisito della onestà. Vale la pena aggiungere che i quesiti presentati rilevavano rispetto agli elettori di sole sei nazioni, che sono Germania, Austria, Italia, Spagna, Polonia e Francia. Due di queste due, cioè Polonia e Austria, sono già governate da coalizioni conservator – populiste. Il nostro, per via della natura indefinita dei grillini e per il contratto di governo, è un caso a sé stante.

Chi se la passa peggio, in termini di credibilità elettorale, sono – come anticipato – partiti e leader tradizionali. Angela Merkel, Pedro Sanchez ed Emmanuel Macron hanno fatto registrare percentuali di aderenza alla categoria della onestà inferiori al 50%: può essere un segnale in vista del 26 maggio. Ma i numeri schizzano quando dalla politica si passa ad analizzare il circondario economico – finanziario.

La domanda posta, segnala sempre il quotidiano citato, è stata questa: “Quanto la preoccupa il potere che le multinazionali e le grandi banche d’affari hanno sulla sua vita?”. Bene, gli intervistati delle sei nazioni coinvolte dagli istituti di statistica hanno, con qualche differenza sostanziale, concordato per larghe percentuali l’esistenza di una sorta di invasione di campo da parte di quelli che i populisti chiamano “poteri forti”. Come se l’economia dettasse ormai tutti i tempi e i temi della politica, quindi dell’esistenza quotidiana dei cittadini.

Sono quei settori, del resto, che la narrativa sovranista accosta alla sinistra neoliberale. Lo scrittore e giornalista Federico Rampini, in questi giorni l’abbiamo scritto più volte, ha individuato in questa prossimità uno dei motivi del calo elettorale dei progressisti occidentali. Ma c’è qualcuno che se la passa bene? Qualcuno di cui gli elettori dicano di fidarsi a occhi chiusi? Sembra di no. La bocciatura riguarda tutti, ma i sovranisti tendono a salvarsi dal calderone.

La differenza sta nel fatto che i populisti continentali sembrano aver trovato la chiave per sfruttare la scontentezza generale. Appaiono come la risposta “nuova” a un crisi di credibilità sedimentata. Per questo i cosiddetti burocrati di Bruxelles non possono dormire sonni tranquilli. Per questo ideologi e strateghi come Steve Bannon sono sicuri che stia per arrivare una “valanga di voti”.

 

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