A poco più di 100 km dal Cairo potrebbe esserci una nuova Siria. Il giorno dopo il duplice attacco del 10 aprile contro due chiese copte a Taba e ad Alessandria, un razzo è partito dalla penisola del Sinai per finire in un campo della regione di Eshkol, nel Sud di Israele. Il lancio non ha causato morti o danneggiamenti, ma è bastato a spingere Tel Aviv ha rinforzare i controlli e a chiudere la frontiera con l’Egitto. Qualche ora dopo, tramite l’agenzia Amaq è arrivata anche la rivendicazione dello Stato islamico che ha confermato di aver lanciato un missile grad contro «insediamenti nella regione ebraica di Eshkol».Dall’avvento delle primavere arabe l’intera penisola del Sinai è diventata sempre di più un territorio fuori dal controllo delle autorità del Cairo. La regione nei decenni è sempre stata una sorta di terra di nessuno in cui diversi gruppi di miliziani hanno potuto operare con una discreta facilità. Spinti soprattutto da alleanze proficue con i terroristi palestinesi di Gaza. In più, dopo la caduta di Mubarak nel 2011, con il conseguente indebolimento del governo centrale, i terroristi hanno capitalizzato il vuoto di potere.L’Isis si diffonde nella penisolaNello stesso anno vari combattenti si sono coagulati intorno al gruppo salafita Ansar al-Bayt Maqdis (Abm) legato ad al-Qaeda. Nel corso degli anni Abm si è radicato sul territorio diventando la formazione più importante della regione. Inizialmente i suoi attacchi si concentravano contro obiettivi israeliani, in particolare attraverso una stringete ideologia legata all’anti-sionismo. Ma negli anni gli agguati e gli attentati si sono spostati anche contro le forze di sicurezza egiziane.Ma nel novembre del 2014 qualcosa è cambiato. Abm ha rotto i suoi legami con l’associazione di al-Zawahiri giurando fedeltà all’Isis e riconoscendo fedeltà al-Baghdadi, che solo cinque mesi prima aveva proclamato il Califfato a Mosul, in Iraq. In questo modo il gruppo è di fatto diventato la Provincia dello Stato islamico nel Sinai. Questo inizialmente ha diviso i membri della formazione ma poi ha permesso a tutta l’organizzazione di acquisire nuovo potere, nuove armi e nuovi combattenti.

Questa nuova linfa ha ridato slancio a tutte le attività, ampliandone ambizioni e operazioni, nonostante gli sforzi dell’anti terrorismo egiziano messi in campo da al Sisi, che è diventato presidente nel 2014. Il governo in tutta la regione ha subito gravi perdite per tutto il 2015 e il 2016. In particolare il gruppo ha compiuto vari attentati nelle principali città dell’Egitto fino ad ottenere gli onori della cronaca internazionale con l’abbattimento del Metrojet Flight 9268 russo che era partito da Sharm El Sheikh in direzione San Pietroburgo. In quell’occasione Abu Osama al-Masri, il leader del gruppo, si rivelò mostrando tutta la potenza del suo gruppo.
Diverse prove raccolte dai vari centri studi, come il Centre for the new middle east, suggeriscono che l’Isis nel Sinai stia collaborando con l’ala militare di Hamas presente sulla striscia di Gaza. Figure di spicco dell’organizzazione palestinese hanno attraversato il confine per incontrare membri della provincia di Daesh. Allo stesso modo anche elementi di spicco dell’ex Abm hanno attraversato i valichi entrando a Gaza portando poi con sé alcuni palestinesi per dare un supporto medico.
Nel corso dell’estate del 2016 l’esercito egiziano è riuscito a colpire l’organizzazione in modo molto duro. All’inizio di agosto le forze di sicurezza del Cairo hanno confermato di aver ucciso il leader del gruppo, al-Masri, anche se non ci sono state altre conferme. Negli ultimi mesi, con le innumerevoli perdite subite in Siria e Iraq, la propaganda del Califfato si sta concentrando proprio sul Sinai, immaginando anche di poter trasferire nell’area parte dei combattenti.
L’arrivo dei foreign fightersAl momento è difficile dire quanti possano essere i combattenti nell’area. Alcuni parlano di non più di mille, mentre altri centri raddoppiano o triplicano la cifra. Ma una prima indicazione arriva proprio dagli appelli che fece il leader di al-Qaeda, al-Zawahiri, nel 2014 che esortava le popolazioni del Sinai a dare ospitalità ai Muhajireen. Secondo fonti della sicurezza egiziana, nella regione sono presenti combattenti di almeno otto paesi diversi: Afghanistan, Siria, Yemen, Sudan, Libia, Algeria, Somalia e Arabia Saudita. I primi rapporti sui combattenti stranieri in Egitto risalgono già al 2013 durante la presidenza di Morsi. Tra di loro il gruppo più numeroso sembra essere quello yemenita, anche per l’originario legame di Abm con l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden.Nel 2013 il mauritano Abu al Mundhir al-Shinqiti, un ideologo del jihadismo salafita, faceva appello a tutti i musulmani per combattere «l’esercito egiziano, colpevole di voler proteggere i confini di Israele» e spiegando che «la jihad nel Sinai è una grande opportunità per combattere sotto una bandiera pura».
La galassia jihadista nel SinaiMa tutta la penisola rappresenta un rifugio per altri gruppi di matrice islamista. Tra questi c’è la diretta emanazione di al-Qaeda: al-Qaeda in Sinai Peninsula, attiva soprattuto nel nord della regione. Secondo alcuni rapporti dell’intelligence egiziana sarebbe guidata da Ramzi al-Mowafi, che per lungo tempo è stato il medico personale di Osama Bin Laden e uno degli addetti all’arsenale chimico di al-Qaeda. Secondo una ricostruzione egiziana l’ex medico era detenuto al Cairo nel carcere di Wadi el-Natroun, ma nel gennaio del 2011 riuscì a fuggire insieme ad altri 34 detenuti, tra i quali il futuro presidente Mohammed Morsi, grazie a un’azione congiunta della fratellanza musulmana, Hamas ed Hezbollah.Un altro gruppo attivo nel Sinai e Tawhid al-Jihad, una formazione qeadista originaria della striscia di Gaza e indiziata per la morte dell’attivista Vittorio Arrigoni nel 2011. Nella zona è presente anche una rappresentanza del Muhammad Jamal Network, una cellula terroristica della galassia qeadista che fa capo a Muhammad Jamal al Kashef, un egiziano che avrebbe stretto accordi con al Zawahiri e gruppi jihadisti attivi in Europa. Per gli Stati Uniti alcuni membri del suo gruppo avrebbero partecipato all’attacco all’ambasciata americana di Bengazi del 2012 e che costò la vita all’ambasciatore Chris Stevens. Il Sinai ha dato anche asilo a Ajnad Misr, letteralmente i “soldati dell’Egitto”, una formazione nata nel 2013 e molto attiva al Cairo. Ultimo attore noto nella scena è l’Army of Islam, un gruppo palestinese qeadista vicino allo sceicco salafita Abu Qatada al-Filistini.”L’armata dell’Islam” è stata responsabile del rapimento di un reporter di Fox news nel 2007 e dell’attentato che nel 2011 uccise 23 cristiani copti ad Alessandria.Un mare di armi da Libia e IranLa conformazione della penisola ha rappresentato nei secoli il terreno perfetto per il contrabbando di armi e altri beni. Il crollo della sicurezza seguito alla rivoluzione del 2011 ha permesso ai trafficanti d’armi di prosperare. La maggior parte delle munizioni che arrivano ai gruppi della regione confluiscono da tre distinte rotte: dalla Libia a Ovest, dalla Striscia di Gaza a Est e dal Sudan a Sud. Con la caduta di Gheddafi molti degli armamenti presenti nei suoi depositavi hanno preso la via dell’Egitto. Solo nel 2012 l’esercito egiziano ha sequestrato armi e munizioni per un valore di 3,3 milioni di dollari. Secondo l’esercito israeliano i miliziani presenti nel Sinai dispongono comunque di missili guidati, e razzi anticarro.Altro grande snodo per il traffico di armi è il Sudan. Secondo la Shin Bet, l’intelligence israeliana, il Paese funge da raccolto tra l’Iran il Sinai e Gaza. Nel 2009 ha svolto tre attacchi aerei contro convogli di armi proveniente dal Paese degli Ayatollah verso la Palestina. Le spedizioni di armi da Teheran sono continuate anche nel 2014 e diversi convogli sono stati fermati lungo le coste del Sudan. Ma i miliziani hanno dimostrato anche di essere in grado di produrre da soli i propri armamenti. Hamas ha mostrato più volte la capacità di confezionare missili e razzi e secondo diversi studi ha spostato parte della sua produzione proprio in Sinai dove gli “impianti” sono meno esposti ai razzi di Tel Aviv, agendo così indisturbati grazie a una convergenza con lo Stato Islamico.

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