“Who are You?”, ossia “tu chi sei?”. In rete sta spopolando (di nuovo) un video datato in cui i parlamentari Tory surclassano Jeremy Corbyn con quella domanda, ironizzando dai banchi della maggioranza in seguito all’esito del referendum sulla Brexit. Come se il leader della sinistra, dopo quella batosta, non avesse più legittimità politica. Il leader dei labouristi, dopo quest’altra sconfitta, dovrebbe restare ancora in sella, ma la sensazione è che il suo sia un primato a tempo. Eppure la parabola di Corbyn, subito dopo quel “who are you”, sembrava destinata ad allungarsi.

Boris Johnson, all’epoca, era solo un progetto di leader nazionale. L’ascesa dell’ex sindaco conservatore di Londra, in questo strano gioco degli opposti destini, sembrava essersi interrotta. Oggi “Bo Jo” – com’è ormai stato soprannominato – è l’artefice di una storica vittoria, che condurrà il Regno Unito al di fuori del consesso europeista entro il prossimo 31 gennaio, mentre Jeremy Corbyn è di nuovo quello del “tu chi sei?”. Ma giovedì scorso si è trattato solo di decidere attorno alla fuoriuscita dall’Unione europea?

Le periferie contro i grandi centri urbani: conosciamo la mappatura elettorale del 2016 e le conseguenti analisi dei politologi. Quello che è successo pochi giorni fa è sovrapponibile alle risultanze dell’epoca. E pure questa volta le disamine secondo cui Boris Johnson sarebbe stato votato in massa dai ceti meno abbienti (o meno indottrinati?) si sprecano. La verità è che “Bo-Jo” ha convinto la maggioranza degli elettori britannici. Le chiacchiere vuote, e magari dense di paura per via della sopravvenuta incapacità di prevedere i fenomeni politici, servono a poco. La Brexit è stata il centro focale della campagna elettorale, ma il premier ha anche relegato quell’argomento in una dimensione minore, quando si è trattato di spiegare quali sarebbero state le misure da adottare in campo socio-economico.

La Brexit, quindi, come perno di base per tutto il resto. C’è stato persino spazio per qualche accenno sull’ambientalismo mitigato però dal pragmatismo. Niente a che vedere col “Green new deal” della new left statunitense. Un buon primo tempo è stato giocato da Johnson attorno all’annoso tema della gestione dei fenomeni migratori. Il Regno Unito vuole tornare a selezionare coloro che intendono vivere in quella zona di mondo. Questo è il succo. Lo strumento tramite cui valutare chi può entrare e chi no, invece, sarà strutturato attorno ai curricula. Per fare il proprio ingresso in Gran Bretagna, bisognerà poter vantare una certa dose di esperienza lavorativa. Per tutti gli altri ci sarà la possibilità del visto temporaneo. Si è persino parlato di un “sistema a punti”. Il piano in questione andrà approvato nel corso delle prossime settimane.

Boris è un fautore degli studi classici. Anche il sistema educativo ha svolto un ruolo importante in questi mesi. Nulla, a ben vedere, è stato lasciato al caso. All’interno delle circa sessanta pagine stilate per l’occasione, i Tory hanno spiegato quale sarebbe dovuto essere il futuro del mercato del lavoro. La ricetta generale è quella adottata da Donald Trump. L’obiettivo è la rifioritura dell’economia interna, con tanto di promesse di migliaia nuovi posti di lavoro. Tutto potrebbe passare dagli accordi bilaterali con gli Stati Uniti e dall’edificazione di un altro tipo rapporto commerciale con gli Stati del Vecchio continente. Johnson, da un punto di vista tematico, ha condotto una campagna trumpiana.

Sullo sfondo di queste elezioni, infine, c’è il fantasma di un altro referendum: quello per l’indipendenza della Scozia. I nazionalisti scozzesi hanno confermato le buone sensazioni della scorsa turnata, riuscendo ad eleggere una cinquantina di parlamentari. Adesso la palla finirà nella mani del nuovo esecutivo, che dovrà decidere il da farsi, considerando che una vera e propria richiesta ufficiale è già pervenuta. Economia interna, migranti, referendum scozzese: la Brexit, in fin dei conti, è solo il presupposto.

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