La Cina continua a tessere la tela per portare sotto la sua sfera d’influenza due aree di mondo geopoliticamente strategiche: Africa e Sud-est asiatico. Gli Stati Uniti hanno in qualche modo limitato l’avanzata del Dragone nel mondo occidentale, ma nel Continente Nero e nei pressi del Mar Cinese Meridionale, niente e nessuno sembra essere in grado di arginare l’avanzata cinese.

Come sottolinea La Stampa, nel 2017 il presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping propose al mondo un nuovo modello di crescita per tutti quei Paesi “minori” che intendevano svilupparsi senza tuttavia perdere la loro indipendenza. Se i governi occidentali offrivano investimenti e aiuti soltanto agli Stati democratici e liberi, da quel momento in poi la Cina era pronta a cambiare le regole del gioco.

Chiunque, afferrando la mano cinese, poteva finalmente sperare in un dolce avvenire senza doversi snaturare: sia i leader democratici quanto, soprattutto, quelli autoritari. D’altronde, quanto teorizzato da Xi Jinping va a braccetto con il progetto della Nuova Via della Seta, il piano mastodontico con cui Pechino ha iniziato a collegare la sua economia al continente eurasiatico e all’Africa. Business is business perché per la Cina, per fare affari, occorre soltanto mantenere la parola data; non essere democratici. In cambio ci sono vantaggi per tutti.

Pressioni economiche e politiche

Secondo alcuni esperti gli investimenti con cui i cinesi starebbero implementando la Nuova Via della Seta non sarebbero altro che strumenti per estendere il loro controllo politico in Stati terzi. Come? Giocando con la trappola del debito, prestando un’ingente quantità di soldi a Paesi poveri pur sapendo benissimo che questi non sarebbero successivamente in grado di restituirli.

Pechino ha sempre respinto una ricostruzione del genere, sottolineando che loro, i cinesi, a differenza degli occidentali non sono hanno alcuna intenzione di fare “ingerenze nella politica interna degli altri Paesi”. Si tratta solo di affari, e ognuno è responsabile dei patti che sceglie di stringere. La Nuova Via della Seta, per i governi più poveri, è un’arma a doppio taglio, e il problema di rimanere impantanati in debiti enormi è di chi vi aderisce senza aver prima calibrato vantaggi e svantaggi.

In ogni caso si iniziano a intravedere tracce di “capitalismo autoritario” all’interno di alcuni tra gli Stati che hanno abbracciato con entusiasmo la via per lo sviluppo offerta dalla Cina.

Due sarebbero le affilate armi sulle quali potrebbe contare Pechino per conquistare influenza nel mondo: la trappola dei prestiti e la pressione delle lobby politiche vicine al Partito Comunista cinese. Il Dragone utilizza la prima quando ha a che fare con i Paesi in via di sviluppo, mentre imbraccia la seconda arma se deve farsi valere in Occidente. Quest’ultima comprende due strade legittime: l’approccio dei diplomatici cinesi nelle capitali europee oppure le lobby vere e proprie ormai sorte all’interno delle istituzioni globali (come ad esempio in seno alle Nazioni Unite).

L’espansione cinese in Africa e nel Sud-est asiatico

Dopo aver spiegato il modus operandi cinese, diamo uno sguardo all’operato cinese nel Sud-est asiatico e in Africa. Per quanto riguarda il suo “cortile di casa”, Pechino ha sotterrato di investimenti Laos e Cambogia, sì contribuendo ad accrescere l’economia di questi due piccoli Paesi ma anche inglobando metaforicamente una parte della loro sovranità.

Spostandosi verso il continente africano, vale la pena citare i casi di Pakistan e Arabia Saudita, entrambi attratti dal modello politico-economico cinese. In Africa – così come nel solito Sud-est asiatico – la Cina ha formato centinaia di funzionari aiutandoli a “comprendere il sistema di governance” e “il modello di sviluppo economico della Cina”.

Sempre nelle due aree citate, Pechino ha investito in appositi programmi per “prevenire rivoluzioni colorate” e “combattere il dissenso”. Dulcis in fundo, il Dragone ha sguinzagliato i suoi colossi tecnologici (da Huawei ad Alibaba, passando per Zte) per vendere prodotti e tecnologie di ultima generazione in giro per il mondo. I Paesi più poveri, per ringraziare di tanta generosità, sono ben disposti a imitare l’amico cinese applicandosi nello studio dell’autoritarismo digitale praticato a Pechino. E in silenzio la Cina sta lentamente plasmando un nuovo ordine globale a sua immagine e somiglianza.

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