Il complesso militare industriale francese risulta da decenni notevolmente sviluppato, dato che Parigi ha perseguito a lungo una politica autonoma in materia di Difesa nel periodo compreso tra la decisione del Generale Charles de Gaulle di ritirare la Francia dal comando integrato della NATO nel 1966 e il ritorno del Paese nei ranghi dell’Alleanza Atlantica del 2009. Aziende come Dassault Aviation e Thales Group rappresentano importanti player nel settore, che in Francia genera, attraverso l’indotto, circa 30.000 posti di lavoro e risulta oltremodo strategico per l’elaborazione delle mosse dell’Eliseo in campo di relazioni politico-diplomatiche sullo scenario mondiale. Al pari di Paesi come la Russia e gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump, infatti, la Francia ha concretamente inserito la commercializzazione dei suoi prodotti militari nella propria strategia geopolitica, puntando a proiettare la propria influenza sulla scia della diffusione dei suoi sistemi d’arma. 

Un legame diretto nel settore della Difesa prelude a una cooperazione politico-militare ad ampio raggio, o ne è la logica conseguenza: questo sembra essere ben chiaro al Presidente Emmanuel Macron, il quale è conscio dell’influenza diretta che il suo governo può esercitare sul compound militare-industriale vista il diretto controllo di quote di numerose aziende del settore da parte delle istituzioni francesi, come testimoniato dalle partecipazioni in Airbus (11,1%) e Naval Group (62,49%). Pierre Tran di Defense News ha segnalato come dal 2015 al 2016 l’export militare francese sia cresciuto del 14%, con un giro d’affari che ha coinvolto 859 imprese arrivando a toccare il valore di 14 miliardi di euro, risultando secondo solo al dato registrato dagli Stati Uniti. L’ex Ministro della Difesa e attuale Ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian ha accennato a un totale complessivo di 20 miliardi di euro, che però appare oggettivamente eccessivo, sebbene il dato reale risulti in ogni caso di primaria grandezza.

A ciò bisogna aggiungere la somma dei contratti conclusi negli scorsi anni e il cui dispiegamento è in corso d’opera: Naval Group realizzerà una flotta di 12 sottomarini per la Marina australiana, per un valore complessivo di 38 miliardi di euro, mentre l’India investirà 9 miliardi di euro per l’acquisto, l’approntamento e la consegna di 36 caccia Dassault Rafale.

Secondo quanto riportato da Damiano Trieste su Difesa Onlinenell’energica difesa della proprietà francese dei cantieri navali di Saint Nazaire da parte di Macron e nella sua opposizione a Fincantieri si potrebbe rivelare l’interesse del Presidente nei confronti di un settore particolarmente redditizio per il Paese, quello del ramo marittimo dell’industria militare: Trieste ha giudicato l’accordo concluso tra la Francia e l’Italia sfavorevole a Fincantieri e vantaggiosa per la prima, dato che “sul fronte militare, oltre alle conseguenze negative per l’occupazione nella cantieristica e dell’indotto, fra i danni collaterali ci saranno anche i livelli occupazionali delle aziende di Leonardo. Visto che Thales, il suo principale concorrente possiede il 15% di Naval Groups, è evidente che come conseguenza della leadership francese sul ramo militare, i sistemi d’arma e di comando e controllo di Thales saranno privilegiati sulle nuove navi, rispetto a quelli di Leonardo. Considerato che quasi il 50% del valore economico di una nave militare è rappresentato dai suoi equipaggiamenti, il danno in termini di PIL e di occupazione per l’Italia è evidente”, mentre i vantaggi per Parigi appaino palesi e notevoli.

La diplomazia militar-commerciale e gli interessi economici dell’industria della Difesa francese nella regione spiegano, almeno in parte, il forte zelo dimostrato da Macron e Le Drian nel corso della recente tournee diplomatica in Medio Oriente. Mentre Macron mediava tra Arabia Saudita e Libano per il “rilascio” del premier di Beirut Hariri, al tempo stesso rinsaldava i suoi legami tra le petromonarchie del Golfo, area strategica per gli interessi del Paese, che mantiene nel quadrante compreso tra Medio Oriente, Mar Rosso e Oceano Indiano le basi di Mina Zayed, Al Dhafra, Mayotte e Gibuti.

“La politica francese nel Golfo, come quella americana ed europea, scorre sul ricco ma scivoloso binario dei petrodollari e delle forniture di armamenti”, ha scritto Alberto Negri sul Sole 24 Ore, commentando il flusso di interessi trasversali che lega Parigi a Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi (al tempo stesso “partner fondamentale nel triangolo finanziario per la vendita di aerei Rafale, fregate e missili all’Egitto”) e, al contempo, al Qatar loro rivale, unito agli attuali avversari strategici dal comune interesse per il mercato francese, proficua fonte di materiale bellico e utile destinazione per ingenti flussi di capitali.

Macron si è dunque presentato nel Golfo come mercante di armi e procacciatore di investimenti; al tempo stesso, numerose decisioni prese a partire dal suo insediamento all’Eliseo sembrano essere volte a favorire gli interessi economici del complesso militare-industriale transalpino. Il Presidente sfrutta il valore aggiunto commerciale e occupazionale del settore della Difesa, ma rischia di incamminarsi su un sentiero pericoloso: sul lungo periodo, infatti, la crescente influenza di un complesso militare-industriale sempre più arrembante e le ambigue interferenze esercitate dai poco affidabili “soliti noti” del Golfo sulla postura strategica di Parigi in un’area cruciale come il Medio Oriente potrebbero portare la Francia a ripetere i notori e numerosi errori geopolitici degli ultimi anni, con grave pregiudizio dei suoi interessi principali.

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