L’avanzata della Cina pone l’Occidente di fronte a due problemi tra loro collegati. Il primo è ovviamente di natura economica. Se prima della pandemia di Covid-19 le dimensioni del gigante asiatico diventavano sempre più imponenti, mentre quelle dei Paesi occidentali diminuivano di pari passo, nel post emergenza questo trend potrebbe addirittura consolidarsi. Certo, negli ultimi anni la locomotiva cinese ha rallentato la sua corsa ma il suo pil ha continuato comunque a crescere.

La diffusione del nuovo coronavirus ha costretto Pechino a bloccare il motore economico del Paese: un contraccolpo che costringe il Partito Comunista cinese a incassare fin qui una frenata del pil pari a -6,8% nel primo trimestre del 2020. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Già, perché lo tsunami provocato dal Covid-19 rischia di distruggere interi sistemi economici occidentali. In mezzo a tutto questo, continua il braccio di ferro per il predominio economico tra gli Stati occidentali e la Cina. Un testa a testa inaugurato ufficialmente dalla guerra dei dazi di Donald Trump e portato allo stremo dallo stesso presidente americano.

Il discorso è semplice: il governo cinese ha usufruito al meglio degli assist che l’Occidente, nel corso degli anni, gli ha ingenuamente servito su un piatto d’argento. In vista della ripresa post coronavirus, inoltre, Stati Uniti e Unione europea hanno già drizzato le antenne per una possibile discesa in campo di Pechino. Già, perché il Dragone potrebbe aver fiutato interessanti prede da inghiottire a buon mercato, approfittando della situazione di crisi in cui verseranno numerosi gioielli occidentali (leggi: imprese e aziende rilevanti).

Il dinamismo della Cina

L’altro grande problema irrisolto tra Occidente e Cina si riferisce alla differente concezione ideologico-politica del mondo. Gli occidentali non hanno ancora capito il modo di ragionare del Dragone. Anzi: nella maggior parte dei casi, le nazioni europee considerano le relazioni economiche con Pechino una sorta di Cavallo di Troia attraverso le quali il governo cinese punterebbe a conquistare intere fette di mondo.

Il piano cinese, almeno sulla carta, si presenta in modo totalmente opposto. Le parole chiave sono altre: creare collegamenti, rinsaldare legami e trovare nuovi amici-partner con cui instaurare rapporti win-win. Dietro alla propaganda cinese c’è tuttavia da considerare un aspetto non da poco, lo stesso presente in molti rapporti: c’è sempre una parte che dipende dall’altra. E, senza accorgersene, l’Occidente si è presto trovato a ricoprire un ruolo di secondo piano.

Stando a quanto scritto dal Financial Times, ripreso da Il Foglio, la Cina starebbe poi sfruttando tutto il suo potere economico per ricompensare i governi sottomessi e punire quelli ostili. Gli esempi più eclatanti per quanto concerne la lista dei ”cattivi” sono dati da Canada e Australia.

I vuoti dell’Occidente

La Cina ha dunque vinto la sfida con l’Occidente? Non ancora, anche se ha dimostrato di essere in netto vantaggio. Non solo: molti Paesi occidentali, Stati Uniti compresi, devono ancora rendersi conto che il Dragone non è più quella nazione in via di sviluppo dei primi anni Duemila, ma un gigante pronto a prendersi il posto che gli spetta. Non a caso i cinesi hanno un sistema politico più efficiente di quello americano, un potere di acquisto globale maggiore e persino una popolarità più elevata. Pochi anni fa nessuno avrebbe potuto prevedere un quadro del genere.

A questo proposito è interessante fare un confronto tra le infrastrutture delle due superpotenze globali. Mentre nel 2012 la Cina costruiva in appena otto ore una linea ferroviaria ad alta velocità da Pechino a Guangzhou, negli Stati Uniti, da Key West a New York, servivano 30 ore per coprire una distanza analoga (circa 1.200 miglia). E da allora gli Usa hanno perso ulteriore terreno.

Più in generale, possiamo dire che l’Occidente ha sperperato tutto il soft power che era riuscito ad accumulare nel corso dei secoli puntando su concetti quali democrazia, libertà e sogno americano. Oggi gran parte di queste parole sono vuote. E il vuoto è stato riempito da nuovi concetti ”made in China”. E così, mentre in America gli stipendi dei meno abbienti ristagnano, in Cina i poveri sono più ricchi ogni anno che passa.

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