Per anni il Nord Europa è stato considerato un’area-modello di Stati costruiti su laicità, progressismo e cultura dei diritti erga omnes. Una sistema quasi perfetto, impossibile da criticare, che sembrava dover rimanere intatto rispetto a tutti gli sconvolgimenti della nostra epoca. Ed invece, proprio lì, dove si è più vicino all’Artico che al Mediterraneo, si è inserito un male che sembrava dovesse essere quanto più distante da quel mondo: il terrorismo islamico. L’attacco degli ultimi giorni che visto l’accoltellamento di passanti inermi nella cittadina finlandese di Turku, è solo l’ultimo episodio di una serie di eventi che hanno funestato la vita degli scandinavi e che hanno reso manifesto quanto era già chiaro a molti analisti. Il Nord dell’Europa è infatti da anni sotto attacco del fondamentalismo islamico di matrice salafita e possiede in sé molti degli elementi che servono a comprendere anche su scala europea perché lo jihadismo nasce in un certo luogo e permea la società dove vivono comunità musulmane non autoctone.

Innanzitutto va fatta una premessa, per comprendere meglio i motivi per i quali si sviluppa la criminalità organizzata e quindi anche l terrorismo islamico in Paesi come la Svezia, la Finlandia, la Norvegia o la Danimarca. Il motivo è semplice: non è tutto oro quel che luccica. Per anni il modello scandinavo sembrava dovessero essere quello che tutta l’Europa avrebbe dovuto seguire per creare un sistema di welfare sicuro e stabile, dove integrazione e, lavoro e sicurezza si coniugavano alla perfezione. Purtroppo, è bene dirlo, non è così. Come riportato da molti analisti, il processo di radicalizzazione jihadista avviene di solito attraverso due binari connessi fra loro: il passato della persona e il sistema dove vive. È scientificamente provato dai dati offerti dall’antiterrorismo europeo e dagli studi in materia, che il fenomeno del radicalismo corre parallelo al senso di alienazione de soggetti rispetto alla società in cu vivono, e questo senso di alienazione, specie per gli immigrati mediorientali e magrebini, in Scandinavia è particolarmente sentito. In Norvegia, la disoccupazione tra gli immigrati è circa quattro volte superiore a quella di un cittadino norvegese. Negli altri Paesi, specie in Danimarca, questa percezione è sentita a tal punto che in molti si ritengono completamente avulsi dal contesto in cui vivono. Svezia e Finlandia non sono estranee a questo processo, e condividono, con gli altri Paesi, il senso di totale estraneità di queste nazioni rispetto a comunità etnicamente, culturalmente e geograficamente agli antipodi.

Su queste premesse sociali, s’installa il fenomeno del salafismo. I predicatori arrivano a cogliere i frutti di questo fallimento dell’integrazione e trovano terreno fertile per seminare ulteriore discordia. Non serve avere un motivo politico per colpire un determinato Paese: è importante avere gli elementi giusti su cui predicare il fondamentalismo e quindi il terrorismo. Qui, organizzazioni internazionali e straniere arrivano nelle comunità islamiche e radicalizzano i soggetti più deboli. Secondo il report del 2017 del Myndigheten för samhällsskydd och beredskap, Msb, i Fratelli Musulmani starebbero costruendo una sorta di società parallela in Svezia, infiltrandosi nelle organizzazioni e nei partiti politici del paese. Un’infiltrazione che comporta non soltanto una presa di potere nelle comunità islamiche ma anche nei vari movimenti politici, imponendo politiche d’integrazione favorevoli all’islam radicale. Nel tempo, queste politiche, hanno trasformato le città più importanti della Svezia in piccole Bruxelles o Parigi, dove le “no-go areas”, le banlieue svedesi, sono divenute il centro di reclutamento dello jihadismo scandinavo. Da qui sono partite centinaia di foreign fighters, che hanno raggiunto Siria, Ira q e Libia e che, forse, in questi mesi, hanno già fatto ritorno in Svezia. E sono le stesse zone in cui, dalla diaspora somala, è nata una costola scandinava di Al Shabaab particolarmente pericolosa e oscura, che collega i miliziani dell’Isis direttamente al Corno d’Africa.

Kjell Grandhagen, capo del Norwegian Intelligence Service, ha invece lanciato l’allarme sul ruolo della Norvegia, si cui molti cittadini avrebbero assunto posizioni di comando all’interno dell’Isis. Non sono molti i terroristi che hanno raggiunto Siria e Iraq partendo dalla Norvegia, ma sono molto ben radicati sul territorio norvegese e rappresentano spesso comandanti del Califfato e non solo semplici miliziani. A Oslo, in particolare, il pericolo proviene da Profetens Ummah: una pericolosa e ben organizzata cellula jihadista che potrebbe rinforzarsi con il ritorno dei foreign fighters. A destrare preoccupazione in Norvegia sono i rifugiati. Recentemente, la polizia norvegese ha rinvenuto in centinaia di telefonini dei richiedenti asilo foto di bandiere dell’Isis e video di esecuzioni. Un segnale preoccupante che fa tremare l’intelligence di tutta Europa. Figura chiave dello jihadismo norvegese è il Mullah Krekar, emigrato in Norvegia nel 1991 perché “perseguitato” da Saddam Hussein e quindi rifugiato politico. È stato arrestato più volte e condannato per istigazione all’odio e alla violenza, ma negli anni, p riuscito a creare una rete internet di proselitismo e di reclutamento che ha fatto scuola per quanto riguarda il jihad 2.0

L’attacco di Turku di questa settimana è il simbolo che lo jihadismo è arrivato anche in Finlandia, Paese che si riteneva quanto di più distante dal mondo salafita. Evidentemente però l’insegnamento da trarre è che nessuno può considerarsi immune da questa minaccia. L’antiterrorismo finlandese da tempi segnala la crescita del fenomeno jihadista anche a Helsinki e in altre città finlandesi, e quegli ottanta foreign fighters segnalati alle autorità dimostrano come il problema sia tutt’altro che minimo. Sono in gran parte giovani adulti nati e vissuti in Finlandia, senza comuni origini ma legati dall’avvento del salafismo e dalla volontà di cambiare la propria vita. Il brand dell’Isis è arrivato anche lì, e quell’attacco all’arma bianca ne è la dimostrazione. Il radicalismo aumenta e cresce la sua pericolosità, insinuandosi in paesi che hanno sottovalutato il problema per troppi anni e che oggi cominciano a pagarne le conseguenze.

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