Il commercio globale è in sofferenza. L’indicatore World Trade Outlook dell’Organizzazione mondiale del commercio, che misura le aspettative per i flussi commerciali nel periodo considerato, è sceso nel primo trimestre del 2019 a 96,3 punti (base 100), trainato al ribasso principalmente da quattro comparti: trasporto aereo internazionale, automotive, componenti elettronici e materie prime agricole (94,3).

Il valore ha toccato i livelli minimi da marzo 2010 e ha segnalato tutte le difficoltà in cui si dibatte oggigiorno l’ordine economico internazionale, colpito dalla crisi dei Paesi esportatori, prima fra tutti la Germania, e dalla strisciante rivalità commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Come riporta Maritime Executivesolo il trasporto via container marittimi ha retto sopra la soglia dei 100 punti (100,3), mentre comprendere le ragioni della brusca frenata del commercio globale risulta decisamente complesso.

Un ruolo importante è stato sicuramente giocato dal rallentamento della crescita economica delle principali economie globali e dalla brusca frenata borsistica di fine 2018, che ha segnalato tutte le problematiche connesse ai lunghi anni di “quantitative easing globale” che hanno portato con sé un diluvio di liquidità non trasmessa alle economie reali ma incanalatasi nel fiume carsico della speculazione e dell’accumulazione finanziaria. Lo sgonfiamento dei più inflazionati indici borsistici, che ha prevenuto, forse, lo scoppio di una crisi globale legata a debiti corporate e derivati tossici, ha portato con sé un irrigidimento della crescita economica sul piano aggregato, condizione complicata dall’ambiguità delle politiche portate avanti dalla Cina, prima potenza esportatrice a livello mondiale, che oscilla tra spinta propulsiva alla domanda interna e rilancio della base esportatrice della “Nuova via della seta“.

Sul piano manifatturiero, influiscono al calo del commercio globale le difficoltà della Germania di rilanciare un sistema economico che inizia a mostrarsi in affanno, principalmente a causa di un mercato interno eccessivamente depresso e indebolito rispetto al grande potenziale di export dell’industria tedesca. La crisi del sistema di lavoro flessibile Hartz IV (dai suoi critici denominato come un creatore di “povertà per legge”), la vulnerabilità dell’industria tedesca alle acquisizioni straniere e il rallentamento del grande punto di forza della manifattura di Berlino, l’automobile, hanno influito notevolmente a livello mondiale indebolendo il ruolo della Germania come perno europeo del commercio internazionale.

Sopra ogni altro fatto, incombe la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti che potrebbe, nei prossimi giorni, riaccendersi dopo la fine del “patto di non aggressione” tariffaria siglato da Donald Trump e Xi Jinping al G20 di Buenos Aires, adeguatamente compensato dalla durissima contrapposizione sul caso Huawei. Trump ha suggerito che il primo giorno di marzo non necessariamente i nuovi dazi scatteranno come effetto del mancato raggiungimento di un accordo con il presidente-imperatore cinese, che non è più riuscito ad incontrare. La scadenza elettorale del 2020 induce l’inquilino della Casa Bianca a ragionare pragmaticamente per mantenere in terreno positivo quei dati economici che sono stati, sinora, il fiore all’occhiello dalla sua amministrazione. E la minaccia di colossi come General Motors di ridurre la produzione sul suolo Usa non va presa assolutamente sotto gamba. Mentre, nell’Impero di Mezzo, Xi deve fare i conti con il rischio che la guerra dei dazi contribuisca all’ampliamento del divario tra le aree rivierasche del Paese, più sviluppate, e l’entroterra che rimane molto più indietro.

In questo contesto, l’elemento decisivo che potrebbe stimolare una ripresa dei commerci su scala globale è l’indebolimento del dollaro dopo la fine delle politiche di restrizione monetaria della Fed che nel 2018 hanno drenato negli Usa decine di miliardi investiti in Paesi emergenti o in via di sviluppo, contribuendo a una serie di importanti crisi monetarie (Argentina, Turchia, Iran, Nigeria). Gli esperti, infatti, si aspettiamo un dollaro più debole nel 2019, scrive Advisor Online.

“I motivi? Sicuramente la fine del tightening della Fed e i deficit in aumento peseranno sul dollaro e finiranno per supportare gli emergenti. Esiste una correlazione tra il dollaro e gli asset emergenti: un dollaro più debole porta a una sovraperformance dell’azionario emergente rispetto alle controparti sviluppate ed è associato a spread inferiori per il debito emergente in hard currency”. Secondo previsioni di Schroders, “l’indice del dollaro dovrebbe indebolirsi di circa il 2% nel 2019 e di un ulteriore 2% nel 2020. Un dollaro più debole non è una buona notizia soltanto per i mercati. Secondo un recente studio della casa inglese il ruolo dominante del dollaro nel commercio globale amplifica il suo impatto sui flussi internazionali di beni e credito, soprattutto per i mercati emergenti, che tendono ad essere maggiormente legati alla moneta americana”. Questo, in ogni caso, non cambia in maniera decisiva gli scenari riguardanti i Paesi più avanzati, ma ci permette di ricordare come, nel campo del commercio, siano principalmente le dinamiche dietro i flussi di beni e merci, e non i flussi stessi, l’elemento decisivo.

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