La controffensiva americana contro l’offensiva cinese. La nuova Guerra Fredda in corso tra Cina e Stati Uniti è una guerra di logoramento, di annunci, dichiarazioni, di minacce più o meno velate. Nessuno ha davvero intenzione di arrivare all’ultima ratio dello scontro militare, dannosa per un Paese in fase di transizione come quello americano, sconveniente per uno in rapida ascesa come quello cinese.

Ecco allora che la guerra assume altre forme, forse meno evidenti ma altrettanto pericolose. Commercio, tecnologia, dati, scienza, diplomazia, cultura: in questi, e molti altri ambiti, assistiamo a un testa a testa pressoché quotidiano tra la volontà di Washington di mantenere lo status quo dell’ordine globale e il desiderio di Pechino di adattare il mondo alle sue nuove dimensioni di superpotenza.

Se negli scorsi decenni gli Stati Uniti non avevano problemi di sorta, oggi che l’ex Impero di Mezzo è diventato (o meglio: tornato a essere) un gigante, la Casa Bianca deve fare i conti con una presenza alquanto ingombrante. Senza scomodare la Trappola di Tucidide spiegata alla perfezione da Graham Allison in Destinati alla Guerra (Fazi Editore), appare evidente come l’attuale equilibrio sia destinato, presto o tardi, in un modo o nell’altro, a rompersi per sempre.

Università e cultura

Gli Stati Uniti hanno puntato il dito contro il fenomeno dell’influenza cinese all’interno di Paesi terzi perpetuata attraverso vari mezzi, su tutti lo spionaggio. Il tema è altamente sensibile, visto che – la storia ce lo insegna – praticamente ogni potenza si è affidata a spie. Il problema principale è che la frizione tra cinesi e americani è arrivata vicino al breaking point, ovvero a un punto di rottura tale che il confine tra soft power e spionaggio è diventato talmente labile da non esser quasi più percepito.

Washington ha messo nel mirino università, centri di ricerca, accademie, aziende tecnologiche. Teme che possano esistere covi di spie cinesi pronte a carpire segreti off limits, regalando alla Repubblica Popolare un vantaggio decisivo nello sprint finale verso il gradino più alto del podio. Lo spionaggio, dunque, ha assunto varie fisionomie. Oltre a quello militare, economico e politico, è salita alla ribalta la citata influenza cinese sulle università.

Entriamo così in una “guerra culturale”, dove tutto ruota attorno alla cultura. Prendiamo i cosiddetti Istsituti Confucio, istituzioni create dall’ufficio Hanban del Ministro dell’Istruzione della Cina per diffondere oltre la Muraglia la lingua e la cultura cinese. Il primo di questi è stato aperto in Corea del Sud il 21 novembre 2004. In Italia, oggi, se ne contano 13.

Ebbene, la nuova Guerra Fredda sino-americana ha spinto Washington a considerare la presenza di vari rappresentanti del governo cinese nelle università straniere un problema da risolvere quanto prima. I media statunitensi hanno più volte fatto luce sul fatto di come alcuni Istituti Confucio non fossero altro che avamposti nei quali veniva esercitata attività sotto copertura. Raccogliere informazioni, generare influenza pro Cina e trasmettere la propaganda del Partito Comunista cinese erano i “peccati” attribuibili ai centri incriminati.

Nuovi metodi di spionaggio

Il timore più grande di Washington è quello di non riuscire a individuare spie e informatori di Pechino. Il motivo è facilmente intuibile. A differenza del passato i profili da tenere sotto stretta sorveglianza hanno assunto una fisionomia inedita. Lavoratori qualificati, professori, accademici: stiamo parlando di persone che, fino a qualche anno fa, gli Stati Uniti erano desiderosi di accogliere nel proprio Paese per integrarli nel loro sistema produttivo.

Per capire l’aria che si respira oltreoceano vale la pena ascoltare le parole di Christopher Wry, direttore dell’Fbi. Wry ha spiegato che l’agenzia sta aprendo un caso di controspionaggio riguardante la Cina ogni 10 ore. Come se non bastasse, su 5mila casi attivi la metà si riferisce alla Cina.

In Europa il clima è più disteso, anche se molti alleati americani hanno iniziato a stringere le maglie dell’istruzione. Come ha scritto L’Espresso, la Svezia ha chiuso tutti e quattro gli Istituti che erano presenti sul proprio territorio. L’Olanda ha detto addio al centro dell’università di Leiden e anche Francia, Belgio, Danimarca e Gran Bretagna hanno effettuato tagli o modifiche. In Australia numerose università hanno addirittura imposto la revisione dei contratti agli stessi centri. E questo perché è il governo cinese che controlla aspetti cruciali, come il programma di studio, metodo di istruzione, reclutamento degli insegnanti e altri ancora. D’altronde il Confucio nasce come joint venture tra una data università straniera e il braccio dedicato agli affari esteri del Ministero dell’Educazione cinese.

Tik Tok e la guerra dei dati

Non è catalogabile come nuovo metodo di spionaggio, ma la piattaforma di social media cinese Tik Tok, diffusissima tra gli adolescenti occidentali, è finita nell’occhio del ciclone americano. La sua colpa? Oltre a diffondere una propaganda troppo filo cinese, la app – sostengono gli Stati Uniti – avrebbe due pecche pesantissime.

La prima: Tik Tok catturerebbe i dati degli utenti e potrebbe quindi, in linea teorica, consegnarli al governo cinese. La piattaforma ha negato l’accusa di Washington ma Donald Trump non si è certo fermato qui. L’altra macchia riguarderebbe infatti l’eventualità che la Cina possa usare l’applicazione per effettuare campagne di disinformazione o censure. In definitiva, The Donald ha bollato Tik Tok come “minaccia per la sicurezza nazionale”, emulando, per certi versi, quanto fatto un anno fa con Huawei.

La guerra dei dati, di cui Tik Tok è la punta dell’iceberg, è soltanto all’inizio. La piattaforma di cinese ha esposto denuncia contro l’amministrazione Trump, per aver bandito il suo utilizzo negli Stati Uniti. Sul sito della app è apparsa una nota che spiega la posizione della società: “Siamo totalmente in disaccordo con la posizione dell’amministrazione Usa secondo cui TikTok è una minaccia per la sicurezza nazionale”. Tik Tok ha inoltre dichiarato di agire contro un “ordine esecutivo che minaccia di vietare le nostre operazioni statunitensi”, eliminando peraltro la creazione di 10 mila posti di lavoro statunitensi e danneggiando irreparabilmente i milioni di cittadini Usa che si rivolgono a questa app per distrarsi e tirarne un supporto particolarmente vitale durante la pandemia. È per questo che la ByteDance, la compagnia cinese editrice della piattaforma video, ha deciso di intraprendere un’azione legale contro il governo americano.

Ma per quale motivo poter contare su più dati rappresenta un vantaggio cruciale per un governo come quello cinese? Semplice: Pechino ha deciso di puntare sull’intelligenza artificiale. Da questo punto di vista, più dati ci sono e più la qualità delle tecnologie prodotte può assumere livelli di precisione mai visti. Considerando poi la particolarità del sistema politico cinese (non ci sono ostacoli derivanti dalla privacy), l’equazione è completa. A condizioni simili gli Stati Uniti non possono reggere il confronto. Trump ha avuto il merito di accorgersi di quanto stava accadendo ma la tempistica non è stata delle migliori. La Cina ha accumulato un discreto vantaggio in più campi. Alcuni dei quali, proprio come la citata intelligenza artificiale, decisivi per il futuro del mondo intero.

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