Nelle ultime ore migliaia di iraniani sono scesi nelle strade e nelle piazze per ribadire il loro sostegno all’establishment islamico degli Ayatollah. Per il secondo giorno consecutivo, i simpatizzanti del governo islamico hanno marciato in diverse città, tra cui Mashhad – da dove erano partite le proteste il 29 dicembre – passando per Isfahan, Shiraz, Rasht, Yasoij, Ardabil e Urmia. I manifestanti, secondo quanto riferito dai media di stato, hanno sfilato con le bandiere della Repubblica Islamica e i ritratti del leader della rivoluzione, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei.

Nella capitale, Teheran, è attesa una grande manifestazione a sostegno del governo venerdì. Benché a livello mediatico non sia emerso così chiaramente, nelle rivolte contro il carovita e dei giorni scorsi, un ruolo significativo se lo sono ritagliato anche i partiti curdo-iraniani e i loro simpatizzanti, che hanno appoggiato le proteste. 

I curdo-iraniani contro Teheran

Come sottolinea il quotidiano israeliano Jerusalem Post, infatti, da quando le prime manifestazioni hanno preso il via, i curdi si sono uniti agli altri manifestanti per protestare contro il governo. La minoranza – che conta circa 6/7 milioni di persone – vive soprattutto a Rojhelat, e nel Kurdistan orientale, tra le province di Kermanshah e l’Azerbaigian occidentale. Il Partito per la vita libera del Kurdistan (Pjak), presieduto da Salman Mu’ini e Zilan Wazhin, ha invitato il popolo iraniano a essere unito e “lottare per la democrazia in Iran”.

Il Pjak, affiliato al Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), nella dichiarazione rilasciata domenica, affermava che le proteste che si stavano diffondendo a Rojhelat avevano “il potenziale per portare a grandi cambiamenti”. La nota, pur riconoscendo le ragioni economiche delle manifestazioni, osservava che “che alla radice di tutte le questioni ci sono ragioni politiche. Senza una soluzione democratica e senza applicare metodi di politica democratica, nessun problema in Iran sarà risolto”.

Il Partito democratico del Kurdistan Iraniano (Kdpi), che dal maggio del 2015 ha dislocato alcuni dei suoi contingenti al confine tra Iran e Iraq, a Kelashin, ha invitato le persone a prendere parte alle manifestazioni contro il governo. “Esortiamo le persone a manifestare pacificamente e a non usare la violenza, se non strettamente necessario”, riferisce la nota. Il leader della formazione, Mustafa Hijri, sottolinea che il partito sta lottando per uno “stato democratico federale”. Posizione condivisa da Hussein Yazdanpanah, leader del Kurdistan Freedom Party (Pak), il quale ha affermato nei giorni scorsi di aspettarsi “che gli Stati Uniti e la comunità internazionale ci sostengano”.

Il ritorno alla lotta armata

Nonostante limiti oggettivi e la stretta dipendenza al Kurdistan iracheno, il Kdpi – seguito dal partito fratello Kdp e dal Komal – da due anni a questa parte è tornato alla lotta armata. “L’obiettivo finale – spiega Kamal Chomani su Limes – è portare il conflitto al confine Iraq-Iran e nel Kurdistan iraniano, così da poter reclutare nuove generazioni e strutturarsi nelle città. È questo uno dei fattori chiave che li ha spinti a imbracciare nuovamente le armi non appena la propaggine iraniana del Pkk, il Pjak, ha iniziato a guadagnare terreno tra i giovani in Iran”. Nel frattempo, nel Kurdistan iraniano si continua a combattere.

Secondo il sito filo-curdo Rudaw, i Peshmerga del Kdpi avrebbero ucciso almeno 6 militari delle forze di sicurezza iraniane al confine con l’Azerbaijan, mercoledì pomeriggio. Ulteriore testimonianza delle tensioni mai sopite tra i curdo-iraniani e il governo degli Ayatollah e riemerse in occasioni delle recenti proteste – benché l’universo dei curdo, così settario e diviso, al momento pare non abbia le credenziali giuste e le capacità organizzative per rappresentare una seria minaccia per Teheran. 

Le ambizioni anti-governative dei curdo-iraniani si scontrano con la realtà dei fatti delle ultime ore. Mercoledì, infatti, il generale dei Guardiani della rivoluzione, Mohammed Ali Jafari, annunciava che “la rivolta contro il governo è stata sconfitta”, sottolineando che “i nemici devono sapere che le minacce contro la difesa e la sicurezza dell’Iran non funzionano più”. Dichiarazioni rafforzate e supportate dalle partecipate manifestazioni pro-governative di queste ore. 

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