La sacralità del voto è stata la principale conquista democratica della contemporaneità, almeno per una fetta di mondo: ovvero, l’idea che, al di là di ogni sospetto, l’esito delle urne sia santo e inviolabile. Contestabile, accertabile, ma mai sovvertibile con l’uso della forza. Su questi allori si è adagiato l’Occidente, fiero di una pratica che va dall’ostrakon al voto telematico. Eppure qualcosa, in questa liturgia laica del voto, si è rotto, spogliando di rispettabilità i luoghi e gli esiti della democrazia. Persiste ormai nella società globale, facendosi via via più penetrante, l’idea perenne della frode al cittadino, del complotto, del governo patrigno che va combattuto anche attraverso contemporanee e grottesche prese della Bastiglia, al fine di restituire il maltolto: il golpe ormai attira più che la fila ai seggi, a Brasilia come a Washington.

Le ingenue riflessioni a caldo portano a bollare questi assalti come frutto della disperazione, figli del “popolo affamato che fa la rivoluzione”; ma nell’ostilità verso il metodo democratico non c’è solo questo. Si tratta di un coacervo di fattori che mette insieme populismo, diseguaglianza, la paura della perdita dell’identità e la porta dell’inferno che i moderni mezzi di comunicazione hanno spalancato sulla disinformazione. Questi fattori parlano e fanno leva sui forgotten men, un profilo ben definito di cittadino, che per condizione e background, non possiede gli strumenti per un accesso razionale all’informazione politica e che vive il “silenzio delle istituzioni”. Dentro c’è un po’ di tutto, dall’analfabeta politico di Brecht, a una fetta di popolino diseredato, passando per violenti, complottisti e miliziani affetti da anomie varie.

Questo archetipo di cittadino agisce pertanto come un ultras, come un miliziano più che un militante: il suo riferimento, infatti, non è il partito di massa che ha consentito la mobilitazione cognitiva degli elettori per decenni. Su queste frange la politica di palazzo soffia al fine di far deflagrare la regola del sospetto, dilaniare faglie e accogliere dentro di sé anche il nulla cosmico: nella folla, la convinzione politica è mescolata alla cialtroneria, gli attivisti duri e puri agli esaltati, i luoghi comuni al machismo, le bandiere sportive ai ai simboli d’antan.

Il concetto di populismo è legato mani e piedi a questi fenomeni. Ha sempre faticato a imporsi in sede scientifica poiché la difficoltà di definirne un’essenza e di circoscriverne il raggio di applicazione ne ha determinato fra politologi, sociologi, filosofi e storici un destino contraddittorio. Ma è soprattutto il comparire a ogni latitudine di questi assalti, dalle Americhe all’Asia passando per l’Europa, che mette in moto una serie di domande: ovvero, qual è il meccanismo comune che, al di là delle forme di governo, delle storie singole e dei rispettivi sistemi crea una tendenza simile?

Il primo sforzo di riflessione scientifica sul populismo avvenne presso la London School of Economics nel maggio del 1967, all’interno del simposio organizzato dalla rivista Government And Opposition. Nel momento in cui si svolse, il concetto stesso di “golpe” sembrava confinata al mondo latinoamericano, da cui eredita il lemma, tra l’altro. Fu Isaiah Berlin a farsi inteprete del fenomeno, sostenendo che deriva populista e democrazia, non siano incompatibili bensì hanno la stessa radice. Da qui, un modello che non solo ricalca le tendenze populiste odierne ma che traccia perfettamente le pretese di chi, a Capitol Hill o Planalto, è pronto a ghermire pietre e bastoni contro un esito elettorale certificato.

Prima fra tutti, la dicotomia tra società buona e Stato tiranno, che solo un’azione di forza può riequilibrare; l’esaltazione del popolo e l’antielitismo, l’aspirazione a rasserenare il volgo, restituendogli genuinità, armonia e coesione, riproponendo nostalgicamente i valori legati ai tempi antichi. Quegli stessi valori che il postmaterialismo, nel villaggio globale, sembra minacciare. Questo spiegherebbe anche perché, se la globalizzazione è un fenomeno complesso, alcune democrazie di lungo corso vivono queste schizofrenie e altre no: questi fenomeni tendono, infatti, a manifestarsi in contesti nei quali viaggia un processo di modernizzazione istituzionale, etnica, economica e che non stanno ancora “digerendo” il passaggio. Non deve sorprendere, dunque, che questo accada anche negli Stati Uniti, alle prese con un passaggio identitario secolare, e non in tante altre democrazie liberali, sebbene più giovani.

Il clima internazionale post-Guerra Fredda, per paradosso, non ha coadiuvato l’accettazione della democrazia come pratica definitiva anzi, ha spalancato le porte all’idea del disegno internazionale apocalittico ordito da massoni, lobby e organismi famelici di sovranità. La Guerra Fredda aveva dato al cittadino medio globale la sicurezza del castello medioevale: relegato ma al sicuro, eccetto che per le armi atomiche. Quel castello oggi appare, invece, come un fortino assediato, nel quale l’opinione del singolo diventa evanescente. L’establishment che al metodo populista cede, dichiara guerra all’individualismo moderno trincerandosi dietro valori comunitari come la famiglia, la proprietà, la vita civica, il lavoro, un desiderio di tornare alle virtù del corto raggio: refrain che appartengono a tutti gli ispiratori di questi attacchi alla democrazia e che accomunano fenomeni molto differenti che vanno da Trump ai talebani.

Chantal Delsol ha descritto perfettamente questo atteggiamento: si tratta di un puntare i piedi volendo mantenere a tutti i costi una differenziazione, in un’epoca votata alla mescolanza. Quando questo si proietta su migliaia di individui, cognitivamente e/o culturalmente deboli, si trasforma in un’arma di distruzione di massa che fa della mente uno strumento più pericoloso dei proiettili: convincere milioni di persone che un’elezione è stata truccata ha la stessa radice sociale del convincere milioni di persone che il cancro si curi con il bicarbonato e il limone, che i lager nazisti siano un’invenzione o che la fine del mondo dovesse arrivare nel 2012. E di fronte a questo, perfino la bomba atomica perde di virulenza, a confronto.

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