Capitol Hill, Washington, 6 gennaio 2021: l’assalto dei seguaci di Donald Trump al Congresso Usa mette sotto shock gli Stati Uniti. Praça dos Três Poderes, Brasilia, 8 gennaio 2023: i supporter di Jair Bolsonaro fanno lo stesso con i palazzi dell’esecutivo, del legislativo e del giudiziario del potere verdeoro che danno il nome alla piazza delle istituzioni della capitale brasiliana.

Due eventi, due assalti alla democrazia, due fratture che uniscono le candide e sontuose sedi del potere a stelle e strisce sulle rive del Potomac alle moderne e divisive (artistiche per alcuni, pacchiane per altri) controparti della città brasiliana nata per esser capitale e inaugurata nel 1960 proprio laddove nei suoi sogni profetici San Giovanni Bosco immaginava sarebbe nata una nuova città ottant’anni prima.

Un brutto segnale per la democrazia

La polarizzazione politica, non nuova in due Paesi tanto importanti, sfocia nel ribellismo. La fragilità della democrazia interna si trasforma in esplosione di rabbia laddove delle minoranze rumorose danno l’assalto al patrimonio comune della nazione, i palazzi del potere.

La jacquerie dilaga e mette in mostra la complessità della dialettica politica in una fase storica complicata per diversi Paesi. E mostra quanto nell’Occidente e nei Paesi più affini stia emergendo una disaffezione per il modello democratico che lascia basiti per la velocità con cui si va diffondendo. I leader di estrema destra, sovranisti e populisti, vengono superati sul campo dalle loro stesse basi nel momento in cui il potere sfugge loro di mano.

Capitol Hill e Brasilia, le convergenze

Il modello “Capitol Hill” va in replica in Brasile con tutti i distinguo del caso. Accomunano i fatti del 2021 e quelli del 2023 molti elementi.

L’agente provocatore, primo punto chiave: l’estrema destra populista colpisce, senza una vera regia e in maniera decisamente autorganizzata, a Washington come a Brasilia.

Le radici sociali, in second’ordine: i movimenti di Capitol Hill e la base bolsonarista uniscono un milieu antisistema radicato principalmente nelle classi medie impoverite, alimentato dall’adesione comune di molti protestanti alle Chiese protestanti evangeliche e pentecostali, dal grande afflato millenarista, dal sostegno al libertarismo spinto, dal rifiuto delle linee guida dominanti su temi come la gestione della pandemia di Covid-19 e l’approccio ai mutamenti culturali e al progressismo. Sono evangelici e pentecostali molti degli elettori di Trump e Bolsonaro arrivati in piazza con forza e violenza; sono, ed è un parallelismo da osservare, cattolici i leader contro cui la rabbia si scatena, Lula e Joe Biden.

Le motivazioni di fondo, terzo e più importante punto di saldatura: un’avvelenata negazione della democrazia sostanziale porta i brasiliani di oggi a ritenere Lula un presidente illegittimo così come due anni fa i trumpiani di ferro portavano avanti il mito dell’elezione rubata come causa della sconfitta del tycoon diventato capo dello Stato.

Va da sé che movimenti abituati a muoversi con lo spirito dell’opposizione permanente e con la caccia al complotto (lo Stato profondo come freno del trumpismo negli Usa, un non meglio precisato “comunismo” nel Brasile post-Bolsonaro) vanno in crisi laddove la perdita del potere da parte dell’uomo forte del momento nega il presupposto millenarista di invincibilità e redenzione che ogni leader populista porta con sé. Un presupposto che mal si concilia con l’ipotesi, remota e inaccettabile, della sconfitta elettorale.

Le differenze tra i due eventi e gli scenari futuri

Questi i punti di contatto tra ciò che è accaduto ieri in Brasile e i fatti di due anni fa a Washington. Ma la storia non funziona per analogia spinta e ogni contesto sociale e politico muta la riproposizione degli eventi. Il modello Capitol Hill non è un prodotto da laboratorio e, anzi, ci sono differenze sostanziali tra i due eventi, pur all’interno dello stesso milieu.

In primo luogo, Donald Trump nel 2021 era alla testa della manifestazione contro la certificazione di Joe Biden sfociata poi, nella sua coda violenta, nell’assalto al Campidoglio. Oggi, invece, Bolsonaro condanna le manifestazioni dal suo buen ritiro della Florida, a Orlando, in cui si è rifugiato temendo l’incriminazione in patria dopo l’ascesa di Lula.

I trumpiani del 2021 hanno assaltato il Congresso cercando, con durezza, di mettere le mani sui membri del Partito Democratico e i Repubblicani accusati di aver tradito Trump in un assalto violentissimo costato diversi morti, in nome di un Presidente formalmente ancora in carica.

I bolsonaristi del 2023 invece attaccano la Piazza dei Tre Poteri dopo essersi accampati per otto settimane fuori dalle caserme dell’esercito, invocando il golpe, e in nome di un leader non più in carica che li ha snobbati prima e scaricati poi, vedendoli come un fastidio. La protesta è avvenuta di domenica, quando i palazzi non erano occupati dai membri delle istituzioni, evitando di fatto un risultato peggiore in termini di conta dei danni e limitando la conta della manifestazione a un’ottantina di feriti.

Quel che è certo è che fatti come Washington 2021 e Brasilia 2023 sono messaggi chiari sullo stato delle nostre democrazie. La rivolta populista contro i poteri tradizionali è stata in un primo momento la comprensibile reazione alla crisi di leadership delle classi dirigenti della globalizzazione, ma ha finito per produrre un rigurgito paranoico e antidemocratico superando la retorica, incendiaria, degli stessi leader che di essa si sono serviti a fini elettorali.

La classificazione dei rivali politici non come inimici, avversari personali di un singolo esponente, ma come hostes, nemici pubblici da perseguire, emerge chiaramente nel brodo culturale nutritosi di social media antisistema come Reddit e la nuova frontiera di Twitter targata Elon Musk, di tesi complottiste sulla negazione della democrazia e su aspettative tragiche per il futuro del proprio Paese dopo l’alternanza al potere. Tema destinato a produrre sempre più attriti e sempre più dinamiche dannose per la salute di sistemi democratici già colpiti da disuguaglianze, onda lunga della pandemia, blocco dell’ascensore sociale. Ciò che accade a Nord e a Sud dell’Equatore nelle Americhe di oggi è per ora difficilmente immaginabile in Europa. Ma dalle proteste di piazza dell’era pandemica è emersa l’esistenza di una base culturale simile anche nel Vecchio Continente, da tenere strettamente monitorata. Per evitare che in futuro a processi democratici legittimi si associno movimenti pericolosi per la salute e l’immagine di Paesi democratici come quelli di Washington e Brasilia.

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