Spesso in Europa quando si fa riferimento all’Africa, si concepisce il continente africano come un unico blocco accomunato dalle stesse potenzialità e dalle stesse criticità. In realtà c’è più di un’Africa. C’è, ad esempio, una fascia africana atlantica che oggi rivendica il proprio spazio e le proprie peculiarità. Una regione composta da 23 Paesi adagiata su due emisferi e accomunata da migliaia di chilometri di coste. Nel 2009 a Rabat è stata posta la prima pietra di un lungo e difficile progetto di integrazione e collaborazione. Ieri, sempre nella capitale marocchina, si è tenuta la prima riunione ministeriale degli Stati africani atlantici. Una sede non casuale: è stato proprio il Marocco a spingere come promotore di un percorso che, tra non molto, potrebbe portare a concepire la fascia che va da Capo Spartel a Capo di Buona Speranza come un’unica grande macro area.

La dichiarazione di Rabat

Nella capitale marocchina il messaggio sembra essere passato. Presenti erano infatti 21 ministri degli Esteri di altrettanti Paesi, sui 23 che compongono la regione atlantica dell’Africa. Tra questi c’erano i rappresentanti, oltre che del Marocco, anche di diversi grandi Stati africani che si affacciano sull’Atlantico. Nigeria, Ghana, Repubblica Sudafricana, Senegal, Angola sono alcuni esempi. Al termine della riunione dell’8 giugno, i 21 rappresentanti hanno firmato un documento presentato come “dichiarazione di Rabat”. Al suo interno 17 punti che impegnano, da qui in avanti, i Paesi afro-atlantici a sviluppare ulteriormente i propri rapporti e a collaborare seguendo i principi della prima dichiarazione di Rabat, quella del 2009. Diversi gli argomenti su cui sono state individuate piattaforme in comune: risorse energetiche, economia blu, sviluppo di fonti rinnovabili, ma anche sicurezza e cooperazione contro terrorismo e criminalità. Tutti i ministri presenti in Marocco si sono dati appuntamento a settembre a New York, a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il ministro degli Esteri marocchino, Nasser Bourita, ha fatto gli onori di casa. “L’Africa atlantica – si legge nelle dichiarazioni riportate dai canali social del ministero degli Esteri di Rabat – ha quasi tutto per essere un’area di pace, stabilità e prosperità condivisa”. “Il processo nato a Rabat nel 2009 rinasce oggi sotto una nuova luce – ha proseguito Bourita – ma con lo stesso orizzonte che condividiamo, da Capo Spartel al Capo di Buona speranza. I nostri spazi marittimi ospitano enormi risorse biologiche e non solo, abbiamo inoltre sfide di sicurezza senza precedenti con l’aumento di criminalità organizzata, pirateria e terrorismo”.

Il governo marocchino vede nell’area afro-atlantica la possibilità di sfruttare al meglio tutte le risorse e di creare una vera e propria “piattaforma africana”, a servizio anche dell’intero continente. “I Paesi dell’Africa atlantica ricevono solo il 4 per cento dei flussi degli Investimenti diretti esteri (Ide) verso l’area atlantica – ha sottolineato Bourita – contro il 74 per cento dei Paesi del nord della costa, nonostante il crescente potenziale economico della regione. Ci condanniamo a non sfruttare il potenziale del nostro spazio, se non mobilitiamo il suo potenziale per la cooperazione. Perché non basta avere l’Atlantico in comune. Si tratta anche di condividere una prospettiva, una visione e azioni”.

Le risorse dell’area afro-atlantica

Nell’Atlantico si affacciano alcuni dei principali Paesi produttori di petrolio dell’Africa. Nigeria e Angola in primis, oltre che Gabon e Guinea Equatoriale. Inoltre lungo la costa atlantica si concentrano alcune delle metropoli più grandi e importanti del continente. Turismo e sfruttamento delle risorse del mare potrebbero essere altri punti a favore per una maggiore collaborazione nell’area. Risorse comuni, ma anche problemi comuni: pirateria e diffusione del terrorismo su tutti. Ad ogni modo, l’Africa atlantica sembra avere tutte le carte in regola per diventare una macro area, una grande piattaforma capace di includere Paesi molto diversi tra loro ma che condividono uno spazio comune tra i più promettenti a livello internazionale in termini di futuri investimenti. “È semplicemente la metà dell’Africa che non è soggetta ad alcuna strutturazione”, ha dichiarato una fonte diplomatica su LaPresse.

Una fetta importante, sia a livello territoriale che economico, del continente che fino ad oggi non aveva mai preso seriamente in esame l’idea di unirsi. E, conseguentemente, di sviluppare progetti comuni. Mettere a rete un sistema di infrastrutture, come porti, autostrade e gasdotti, rendere l’Africa atlantica maggiormente interdipendente ma al tempo stesso anche più autonoma da altre aree e competitiva sotto il profilo economico e politico. Il progetto nato a Rabat è in fase embrionale, ma i presupposti per un successo ci sono tutti. Riunire in Marocco 21 governi africani che rappresentano Paesi di lingue, religioni e culture diverse tra loro, è stato già un importante passo, quasi inedito. Un successo anche per la diplomazia del regno marocchino. Rabat con la riunione organizzata nei giorni scorsi ha mostrato di poter ambire a un ruolo vitale nelle relazioni africane e di poter giocare un ruolo di primo piano nella politica africana e non solo.

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