È il quarto Paese più popoloso al mondo, con oltre 273 milioni di abitanti, nonché la terza democrazia più grande dopo Stati Uniti e India. Si estende lungo un territorio di 7.810.000 chilometri quadrati che, calcolatrice alla mano, corrisponde a 46 volte le dimensioni della Svizzera. L’Indonesia sta assumendo un’importanza sempre più cruciale all’interno dello scacchiere geopolitico globale. E non solo perché al momento risulta l’ottava economia mondiale, con la prospettiva di raggiungere la quarta posizione entro il prossimo trentennio.

In questo 2022, Jakarta ha infatti assunto per la prima volta in assoluto la presidenza del G20, del quale è Paese membro e, il prossimo novembre, ospiterà un delicatissimo vertice. Un vertice che arriva in un momento particolare, carico di tensioni internazionali e macchiato dalla guerra in Ucraina. Il presidente indonesiano Joko Widodo, al suo secondo mandato, archiviato il contraccolpo causato dal Covid-19, ha intenzione di usare al meglio l’imminente trampolino diplomatico per incrementare il peso specifico dell’Indonesia.

Emblematica, a questo proposito, la strategia adottata da Widodo in relazione al conflitto ucraino. Il leader indonesiano, approfittando del deserto europeo, del disinteresse cinese e dell’ostracismo statunitense, si è fatto avanti indossando i panni del possibile mediatore della contesa tra Russia e Ucraina. È infatti prima volato a Kiev, dove ha incontrato il suo omoloco ucraino, Volodymyr Zelensky, poi si è diretto a Mosca, ospite di Vladimir Putin. Non solo: Widodo, primo leader asiatico a visitare i due Paesi in guerra tra loro, ha pure partecipato al vertice del G7 andato in scena in Germania. Dove, non a caso, il piatto forte è stato proprio il conflitto ucraino.



La strategia di Widodo

A differenza del blocco occidentale, l’Indonesia può essere considerato un Paese “non allineato”. Widodo non ha accolto l’appello dell’Occidente di boicottare il Cremlino dal vertice del G20 indonesiano e, anzi, ha invitato entrambi i presidenti belligenrati in quel di Bali. Ma per quale motivo il leader indonesiano ha deciso di intraprendere il difficile compito di mediatore? Possiamo individuare almeno due ragioni.

La prima è di carattere prettamente strategico e riguarda gli interessi nazionali dell’Indonesia. Nel caso in cui la guerra in Ucraina dovesse protrarsi a lungo, l’eventuale crisi alimentare scaturita dal conflitto potrebbe travolgere anche Jakarta, principale produttrice ed esportatrice di olio di palma. “La mia missione è costruire la pace, perché la guerra deve essere fermata e i suoi effetti sulla filiera alimentare devono essere revocati”, ha detto Widodo. “Le mie visite non sono importanti solo per gli indonesiani, ma anche per altri Paesi in via di sviluppo. Il fine ultimo è quello di evitare che i cittadini dei Paesi in via di sviluppo e a basso reddito possano cadere nella povertà estrema e nella fame”, ha aggiunto.

Il ministro degli Esteri indonesiano, Retno Marsudi, ha inoltre affermato che per l’Indonesia è importante ottenere una ripresa delle esportazioni di grano dall’Ucraina, così come di cibo e fertilizzanti dalla Russia. Il dialogo, ripetono da Jakarta, è l’unico modo per porre fine alla carenza alimentare e ridurre i prezzi delle materie prime. Jakarta, insomma, ha importanti interessi da tutelare. L’aumento dei costi dell’olio da cucina, ad esempio, ha costretto il Paese a vietare in via temporanea per un mese le esportazioni di prodotti a base di olio di palma, nel bel mezzo di una serie di proteste studentesche contro l’aumento vertiginoso dei prezzi alimentari. Ricordiamo, inoltre, che Indonesia e Malesia sono i maggiori esportatori mondiali di olio di palma, rappresentando l’85% della produzione mondiale.

Trampolino di lancio

Oltre agli interessi nazionali da tutelare, c’è un’altra ragione che può essere utile per spiegare la strategia diplomatica di Widodo. L’Indonesia è uno dei pochi Paesi al mondo ad aver mantenuto una posizione neutrale fin dall’inizio della guerra in Ucraina. In virtù di questa posizione, e del fatto di essere la padrona di casa del prossimo vertice del G20, Jakarta ha tutte le carte in regola per tentare la pacificazione russo-ucraina. In caso di fumata nera nessuno avrà niente da imputare a Widodo, visto che leader ben più rodati del presidente indonesiano hanno fallito nell’intento. Se però – difficile ma non impossibile – ci sarà una fumata bianca, o comunque qualcosa che le assomigli, l’Indonesia guadagnerà in un colpo solo autorevolezza e prestigio internazionale. Utili entrambi per contribuire alla crescita dell’economia nazionale che, prima del Covid, aveva lanciato al mondo segnali da non sottovalutare.

Nel 2021 l’Indonesia Investment Coordinating Board (BKPM) aveva reso noto che gli investimenti diretti esteri (FDI) attirati dall’Indonesia nel primo trimestre del 2021 erano aumentati del 14% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un valore di circa 7,7 miliardi di dollari. Il suo Pil pro capite ha intanto ormai raggiunto la soglia dei 4mila dollari. Come se non bastasse, il 50% della popolazione indonesiana ha meno di 30 anni e oltre il 50% vive inoltre in aree urbane. Secondo alcuni dati, infine, la classe benestante contribuirebbe a formare addirittura il 70% del pil nazionale.

Numeri interessanti che si uniscono all’elevata mole di utenti collegata alla rete registrata tra i giovani indonesiani (oltre 150 milioni, in crescita) e al fatto che più del 60% degli adulti abbia uno smartphone. Un rapporto di Google e Temasek pubblicato nel 2018 era già chiarissimo: “Supportata dalla più grande base di utenti Internet nella regione (150 milioni di utenti nel 2018), l’Indonesia ha l’economia Internet più grande (27 miliardi di dollari nel 2018) e in più rapida crescita (49% CAGR 2015-2018) nella regione. Con un enorme margine in tutti i settori, è destinata a crescere fino a $ 100 miliardi entro il 2025, pari a $ 4 su ogni $ 10 spesi nella regione”.

Un futuro tutto da scrivere

Certo, permangono ancora sfide e ostacoli da superare. Ad esempio l’Indonesia può contare su scarse infrastrutture e, sebbene i dati mobili siano relativamente economici, la larghezza di banda è scarsa. È anche per questo che Widodo intende sfruttare il palcoscenico del G20 per attirare investimenti allettanti.

Nel frattempo ci sono già in essere diversi progetti di rilievo, in primis la costruzione ex novo di una nuova capitale verde e intelligente. Questo attirerà ingenti investimenti, tra cui – si dice – circa 33 miliardi di dollari nei settori delle telecomunicazioni, dei trasporti, nella gestione dei rifiuti e in ambito sanitario. Vale la pena poi parlare dell’Indonesia Vision 2045, un progetto che dovrà porre al centro della società locale concetti come sovranità, giustizia, progresso e prosperità. Il 2045 è considerato il termine per raggiungere lo status di high income country dotato di un pil pro capite di oltre 23 mila dollari. Un altro progetto degno di nota è il Making Indonesia 4.0, uno strumento che ha il compito di promuovere la crescita dell’industria locale e, al tempo stesso, staccare l’Indonesia dall’eccessiva dipendenza dalle importazioni.

Nel migliore tra gli scenari possibili, l’Indonesia ambisce a diventare il prossimo perno tra Oriente e Occidente mentre, dal punto di vista economico, sogna di sfruttare le sue enormi potenzialità economiche per rosicchiare spazio alla Cina. Il problema più grande è che Jakarta non ha una grande esperienza come mediatore di pace al di fuori della regione del sud-est asiatico. E mediare tra Putin, Zelensky, Stati Uniti Cina ed Europa non sarà affatto semplice.

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