Sulla Brexit e sui suoi presunti disastrosi effetti sulla vita del Regno Unito è stato detto di tutto. L’Apocalisse, stando ai critici, doveva essere alle porte e tutti si aspettavano qualcosa di orribile già alle prime ore successive al voto nel referendum popolare del fatidico 23 giugno 2016. Fino ad ora, non è accaduto nulla di tutto ciò che era stato teorizzato dagli oppositori all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. È vero: la Brexit, formalmente, deve ancora aver luogo. Quindi anche i suoi sostenitori più ferrei devono attendere qualche mese o anno per vederne dispiegati i suoi effetti. Ma nessuno può dimenticare cosa si erano immaginati i suoi acerrimi nemici per il futuro immediato di Londra, tra secessioni, crisi economica, abisso razzista, rigurgiti di potenza imperiale, ostilità con l’Europa. Il tutto ammantato dalla più tipica retorica mainstream e progressista che ha visto nel voto popolare non un gesto di democrazia, ma del più bieco populismo retrogrado.

Ed ecco dunque che non deve sorprendere, ma far riflettere, l’editoriale di Jonathan Cooper apparso sul Guardian la scorsa settimana. Ebbene, Cooper alza il livello delle accuse nei confronti della Brexit affermando che quest’ultima minaccia i diritti degli omosessuali britannici. “La Camera dei Comuni ha votato per respingere l’unico trattato vincolante per il Regno Unito che protegge espressamente contro la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. Se il disegno di legge sul ritiro dall’Ue non sarà modificato nei Lord, la Carta Ue (la Carta dei dritti fondamentali dell’Unione europea Ndr) cesserà di avere effetto nel diritto del Regno Unito dopo la Brexit. L’articolo 21 della carta, tra l’altro, vieta la discriminazione basata sull’orientamento sessuale”.

Insomma, tra le tante profezie di sventura sulla Brexit, adesso si aggiunge la discriminazione sessuale. Una profezia di sventura che non deve stupire, giacché il voto popolare è sempre stato letto come la rivincita della società bigotta, retrograda e ignorante contro la popolazione illuminata e foriera di evoluzione sociale che voleva la Gran Bretagna nell’Unione europea. Ma è anche una lettura che lascia interdetti non soltanto per i toni disperati, ma anche perché il signor Cooper commette alcuni errori abbastanza netti.

Innanzitutto, un primo grave errore è quello di considerare la comunità omosessuale, anzi, Lgbt, come una sorta di comunità autonoma all’interno della nazione. Un errore che rende, di fatto, un corpo estraneo, un gruppo di persone che tali non sono e che probabilmente hanno anche votato, in parte, per l’uscita dall’Ue. La comunità Lgbt britannica si suppone abbia al suo interno la stragrande maggioranza di persone che vota in coscienza non solo per tutelarsi come omosessuali, ma, prima di tutto, come cittadini del Regno. Renderla una sorta di enclave che pensa solo ai diritti della propria comunità appare decisamente più discriminatorio di quanto si pensi, perché si presuppone un giudizio elettorale fondato esclusivamente sui propri diritti. In secondo luogo, il signor Cooper afferma che “la comunità Lgbt nel Regno Unito rimane vulnerabile ed emarginata. Alcuni ancora ci disprezzano. Nell’ultimo decennio o giù di lì, in modo esponenziale, i nostri diritti sono stati riconosciuti dalla legge” scrive Cooper, che continua: “La Carta dell’Unione europea, con la sua panoplia di diritti che può essere applicata alle persone omosessuali, è stata adottata nel 2000 … E ora, a meno che la Camera dei Lord non faccia la sua magia, il governo, con il pretesto di Brexit, sta lanciando quella lettera nella spazzatura “, dice Cooper. Un discorso sicuramente politicizzato e anche denigratorio nei confronti della stessa politica (e società) britannica che, a prescindere dall’Unione europea, è sempre stata molto liberale e aperta al riconoscimento dei diritti degli omosessuali.

Il governo di Gordon Brown aveva già promulgato l’Equality Act nel 2010, che possiede ancora un proprio valore legale a prescindere dall’Unione europea. Quindi il Regno di certo non cadrebbe nel vortice della discriminazione a seguito della Brexit. Inoltre, accusare l’attuale governo May di avere ostilità verso i diritti Lgbt fa sorridere. Il premier britannico non solo ha detto più volte di essere a favore dell’uguaglianza dei diritti tra omosessuali ed eterosessuali (facendo pubblica ammenda delle scelte dei conservatori in passato), ma ha anche premuto sul governo delle Bermuda perché permettesse il matrimonio gay.

Il fatto è che il signor Cooper, con questo editoriale, non fornisce indicazioni su un’Europa come entità politica imparziale, ma ricorda semplicemente che esiste un fronte progressista che è totalmente a favore dell’Unione europea in quanto portatrice di un’ideologia dominante. L’Europa descritta in questo editoriale diventa immediatamente un’istituzione ideologica. E la scelta di chi ne vuole uscire diventa esclusivamente basata proprio su quel presunto populismo retrogrado (xenofobo, omofobo ecc…) con cui ha galoppato la propaganda contraria alla Brexit. Una polarizzazione che non aiuta nessuno e che anzi, paradossalmente aiuta proprio chi è contrario all’Unione. Ma sembra che dal fronte mainstream questo piccolo particolare non venga compreso. E si continua a sostenere una retorica progressista che ormai fa acqua da tutte le parti.

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