La partecipazione del presidente russo Vladimir Putin alla Messa ha fatto riflettere su diversi simbolismi. Qualcuno, in particolare un account dichiaratamente a favore della resistenza ucraina contro l’invasione di Mosca, ha messo in dubbio la stessa presenza del leader del Cremlino nella Cattedrale del Cristo Salvatore, ipotizzando un montaggio con scene prese addirittura dall’anno scorso. L’ipotesi, certo suggestiva, sembra essere smentita da una prima analisi delle immagini del presidente russo alla celebrazione della Pasqua ortodossa. Tuttavia già da questa discussione fa comprendere come la narrazione sul conflitto ucraino e sulla presidenza russa sia cambiata radicalmente nel corso delle ultime settimane. Quello che era un leader ampiamente e definitivamente riconosciuto quale interlocutore “normale” del consesso internazionale, oggi viene identificato quale ultima figura tra il misterioso e il misterico. Più un autocrate orientale che un presidente. Dove il mistero diventa parte integrante della sua figura e della percezione di esso nel mondo occidentale, fatto apparire quasi più simile a Kim Jong Un che a un presidente eletto.

L’alone di mistero si unisce a una serie di dubbi e di verifiche realizzate attraverso siti di analisi, commenti, fact-checking. Dal video preregistrato per l’inizio dell’invasione fino alle immagini degli ultimi incontri con i ministri e rappresentanti politici fino anche a quello allo stadio di Mosca, tanti dubitano delle reali apparizione del capo del Cremlino e sul suo stato di salute. A questo si aggiungono poi le continue domande su alcune personalità, boiardi e siloviki, che in un dato momento sembrano scomparire del tutto dalla scena pubblica. Il ministro della Difesa, il capo di Stato maggiore, generali, economisti, oligarchi, familiari e presunte amanti, alti funzionari e capo dei servizi, quest’ultimo pubblicamente bacchettato all’inizio della guerra in Ucraina come in una gogna mediatica.

Il sistema putiniano vive dunque non solo di una propria narrazione interna, ma anche su una narrazione esterna definita attraverso letture a volte esagerate, a volte quasi misteriche, a volte frutto di analisi estremamente approfondite in cui ogni mossa del presidente russo diventa una chiave per interpretare le mosse attuali e future. Un’attenzione che guarda non solo alla sostanza, ma anche alle forme di un potere fatto di ritualità, gesti, parole e appunto narrative.

In questo, la Pasqua e la Messa nella cattedrale del Cristo Salvatore hanno certamente rappresentato un momento essenziale di questo percorso di analisi dell’attualità del Cremlino. Il presidente russo non ha mai mancato un appuntamento religioso. La sua non è solo una (del tutto personale) convinzione interna, che qualcuno fa risalire al lavoro del monaco Tikhon Shevkunov, ma anche parte della sua narrazione imperiale da dare in pasto all’opinione pubblica. Mosca non è solo capitale di uno Stato e di un impero, ma anche centro di una Chiesa nazionale che sostiene il governo, ancillare all’idea neo-zarista ma anche utile piattaforma sociale e culturale per un Paese che uscito dalla lunga parentesi comunista necessitava di una base valoriale per ripartire. Il neoconservatorismo di Putin è passato in questi anni necessariamente per la Chiesa ortodossa russa, ne ha sostenuto la propaganda e ne ha alimentato anche gli obiettivi politici del sistema. Quando il rapporto con l’Occidente si è sfaldato, ben prima della guerra in Ucraina che chiaramente rappresenta una pietra tombale nel matrimonio di convenienza col Cremlino, la Chiesa russa è stata una solida colonna portate di un sistema narrativo in cui si trovavano in modo chiaro un sistema da proteggere e i suoi nemici.

Questo si è manifestato in modo molto netto anche nella guerra in Ucraina. Molti ricorderanno che il presidente russo, nell’ormai famoso discorso con cui ha annunciato le sue intenzioni belliche, ha parlato del comune destino dei due Stati ricordando che tra i motivi dell’unità dello spazio russo vi era anche quello della Chiesa. Putin ha rilanciato il problema della autocefalia della chiesa ucraina, di questo strappo di Kiev che ha voluto rendersi autonoma dal patriarcato di Mosca dopo secoli di unità. Un livello conflittuale quindi ben distante dalle logiche pragmatiche di una guerra, ma che dimostra quella grande matrice culturale e anche propagandistica che ha caratterizzato il potere dello “zar” e la sua “operazione militare speciale”.

La Messa di Pasqua, arrivata in un momento tragico di una guerra logorante, non è una scelta istantanea del leader russo. Putin, come detto, ha costruito un matrimonio molto solido tra il suo potere e la Chiesa per la nuova Russia post-comunista. E considerare la scelta di essere alle celebrazioni come frutto di una contingenza momentanea sarebbe superficiale. Ora però questa immagine del presidente con la candela accesa tra le mani che fa il segno della Croce, che segue pedissequamente il rito del patriarca Kirill, ripreso mentre recita alla sinistra dell’altare le parole con cui viene annunciata la resurrezione del Cristo, assumono anche altri significati. Mentre la Russia combatte una guerra contro altri ortodossi, quando i nemici sono gli occidentali, con tutti i valori che essi rappresentano, per la propaganda è un ulteriore “serrate le fila” in attesa del 9 Maggio: festa che unirà il nazionalismo di matrice sovietica al patriottismo religioso. Due date separate da pochi giorni ma che uniscono i due piani della strategia mediatica russa: da un lato la ricomposizione del mondo russo, in cui la Chiesa di Mosca è uno dei pilastri, dall’altro la rinnovata “lotta al nazismo”, con la “denazificazione” dell’Ucraina e ai nemici della Russia.

Una propaganda martellante che adesso, in qualsiasi caso, dovrà avere una risposta ed essere in qualche modo perseguita, fino anche alle estreme conseguenze di tutto questo. Lo spiega Rosalba Castelletti su Repubblica, secondo cui a questo punto, Putin “non può puntare su un accordo di pace perché élite e popolazione lo interpreterebbero come una resa, ma non ha ancora definito un obiettivo da vendere come onorevole fine delle ostilità, né deciso quale sarà il futuro di quelle che chiama “regioni liberate””. Molti analisti ritengono veritieri i sondaggi che ne danno la popolarità in aumento, anche gli stessi oppositori temono che di base vi sia una forte convinzione interna su giustificare la guerra. E più va avanti, più appare difficile per chiunque provare a individuare una strada per accordi che non evochino gli spettri della dissoluzione dell’Unione Sovietica o della fine dell’impero. I morti aumentano, la devastazione pure. I caduti sono un macigno che pesa sul Cremlino, che sa di avere intrapreso una rotta fatta di sangue. Ma il messaggio è che questa scelta, per quanto drammatica, debba essere vista come obbligata: Putin non poteva fare altro che accettare il suo ruolo di ultimo interprete della Storia russa e rompere gli indugi. Apparentemente indebolito nella leadership e nel fisico, isolato rispetto ai politici ma non rispetto alla cosiddetta “anima russa”, teatrale nei gesti, pio di fronte alla Chiesa russa, ora il capo del Cremlino ha una sola necessità: evitare di perdere. E farlo con il sostegno dei due mondi che rappresentano la base del suo consenso: la Chiesa e il nazionalismo.

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