L’ennesima macelleria sociale consumatasi negli Stati Uniti ha impiastrato di sangue e di ulteriore precarietà il futuro della più grande democrazia del Mondo. Per altro, riducendo a brandelli le fondamenta di quel “diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità”, che Washington e i sodali dell’atlantismo hanno poi visto tradursi in barbarie, terrore, e violenza, nelle regioni assoggettate alle strategie-militari a stelle e strisce. Dopo Orlando, Dallas. Con dinamiche e sviluppi decisamente differenti, ma entrambe le città abbinate da un comune denominatore: un’esasperazione della follia che non sta conoscendo ostacoli razionali. Come un mese fa il Nord della Florida è stato proscenio della furia di uno psicopatico in preda alle sue crisi d’identità sessuali, così il Texas ieri notte è stato scosso dalla desolazione di cinque poliziotti freddati, e da un tesissimo clima di guerriglia urbana.

Il rumore delle canne da fuoco ha palesato, soprattutto, le criticità di un sistema di controllo che, proiettile dopo proiettile, non riesce a cauterizzare il sangue, e sente incrinarsi le certezze di impeccabilità da sempre brandite. La pista più accreditata porta ad un’esecuzione targata Micah Xavier Johnson, un 25enne non schedato, che sembra coltivasse pulsioni rivoluzionarie ed emotive per le Pantere Nere – organizzazione afro-americana degli anni ‘60, atta ad imporre la rivolta della comunità nera contro le impertinenze egemoniche dei bianchi -. A dare tonalità maggiormente cupe alla vicenda sono i trascorsi del giovane, quale riservista dell’esercito americano, che prese persino parte alla spedizione in Afghanistan. Alla faccia della dottrina de “Enjoy the Navy!”… Obama ha assicurato che “sarà fatta giustizia”, nonostante sia ampiamente consapevole che gli strascichi della millesima trama di stragi e sparatorie abbiano decretato un’ingloriosa conclusione di due mandati all’insegna di una propaganda inconsistente.

 Il 2008 ci consegnò il primo Presidente di colore della storia degli States deciso a ridurre le diseguaglianze e a favorire la redistribuzione della ricchezza, prodigandosi persino in un rimpatrio delle truppe dal Medio Oriente. Il 2012, addirittura, ci diede l’idea che l’utopia di una regolarizzazione di massa dei clandestini potesse essere finalmente realtà tramite singolari algoritmi fiscali dalla dubbia efficacia, studiati a puntino dai collaboratori di Barack. Oltre il clamore dei proclami, invece, il passato recente della Casa Bianca ci ha offerto l’immagine di uno Zio Sam in panne, a cui è stato sbugiardato il fascino dell’opportunità, e che è stato ammutolito dalla paura delle sue instabilità. Dalla torretta di guardia, Trump scorge e furtivamente ghigna sulle sciagure yankee: le sue bordate su un incremento della tutela dei cittadini USA che lentamente sta scricchiolando, si agganciano al preoccupante aumento delle percentuali di senzatetto e di disoccupazione, e al tardivo arrivo degli investimenti esteri. E la risposta dei Democratici appare altrettanto in ritardo.

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