Erano i primi giorni di settembre quando la Mongolia Interna, provincia autonoma situata nel nord della Cina, ha fatto parlare di sé per via delle dimostrazioni di violenza avanzate da migliaia di persone, scese in strada per attaccare il governo centrale. Il casus belli è da ricercare nella decisione di Pechino di limitare l’insegnamento nelle scuole della lingua mongola a discapito del mandarino.

Come aveva scritto il New York Times, le autorità hanno giustificato la novità parlando di questione tecnica per consentire alle classi di adottare libri di testo più aggiornati. I mongoli, una delle 56 minoranze etniche che compongono la multietnica Repubblica popolare cinese, non sono tuttavia rimasti soddisfatti dell’iniziativa presa dall’alto. O almeno, una buona fetta di cittadini non voleva in alcun modo correre il rischio di finire “armonizzata” come accaduto, in forme e modi diversi, agli uiguri nello Xinjiang e ai tibetani in Tibet.

Alcuni genitori hanno così impedito ai propri figli di prender parte al nuovo trimestre scolastico, iniziato lo scorso primo settembre. Altri hanno invece contestato apertamente la scelta governativa, tanto è vero che, a causa di reiterati episodi di violenza, si è reso necessario perfino l’intervento dei poliziotti antisommossa. Secondo quanto riportato dall’Associated Press, si sarebbero verificati 23 arresti in otto contee. Le motivazioni vanno dalla “raccolta firme per una petizione” ai “disordini”, dalla condivisione di materiali sulla piattaforma social WeChat all'”ostacolare l’attuazione della politica nazionale sui libri di testo”.

Le proteste in Mongolia Interna

Qualche settimana fa le autorità nella contea di Zhenglan hanno annunciato di aver sospeso senza retribuzione due membri del Partito comunista al governo per non aver attuato la politica sui libri di testo. La polizia della città di Chifeng ha invece consegnato i membri del Partito, tra cui due insegnanti di scuola elementare, a un comitato disciplinare locale per le indagini. Da settembre in poi le informazioni sulla situazione sono diventate più difficili da ottenere, ha spiegato Enghebatu Togochog, direttore del Southern Mongolian Human Rights Information Center.

“Prima che accadessero queste cose, eravamo in grado di ottenere informazioni relativamente accurate attraverso i gruppi WeChat. Ora vi è quasi un blackout della comunicazione“, ha aggiunto. Intanto, come sottolineato da Asianews, decine di manifestanti si sono radunati a Ulaanbaatar, capitale della Mongolia, per chiedere il rilascio degli abitanti di etnia mongola arrestati in Cina. Certo è che Pechino non ha intenzione di cedere.

Il ministro della Sicurezza Pubblica, Zhao Kezhi, si è recato in Mongolia Interna per un’ispezione d’emergenza affermando che il Partito Comunista Cinese promuoverà in tutti i modi “la lotta antisecessionista”, applicando ogni misura possibile contro “terrorismo” e “terroristi” al fine di “mantenere l’ordine in campo etnico e religioso”. Stando quanto riferito dal portale Bitter winter, quando 300mila studenti hanno iniziato uno sciopero rifiutando di entrare in classe, le autorità hanno subito individuato i capi della protesta e pubblicato i loro nomi in una lista di ricercati diffusa in varie città. Sul loro capo penderebbe una taglia di mille yuan, poco più di 100 euro.

Gli altri possibili focolai

Oltre alla situazione della Mongolia Interna ci sono almeno altri cinque nodi spinosi che Pechino farebbe bene a considerare con la massima attenzione. Se, come ripete da decenni il governo cinese, l’obiettivo del Partito è quello di stabilire l’ordine e l’armonia sociale, allora è fondamentale che le autorità neutralizzino sul nascere ogni possibile focolaio di tensione. Sia chiaro: la situazione in Cina è sotto controllo ma basta una scintilla per rendere lo scenario assai complesso.

Dicevamo dei quattro nodi spinosi. Il primo riguarda senza ombra di dubbio Hong Kong, dove le proteste nei confronti di Pechino non si placano, tra scontri e arresti. A seguire restano in primo piano gli uiguri nello Xinjiang e i tibetani in Tibet, entrambi in contrasto con l’armonizzazione impartita dal governo centrale. La pandemia di Covid-19 ha decretato la nascita di un quarto polo di potenziale tensione: i lavoratori migranti che, a causa della frenata economica, hanno perso il lavoro o sono finiti in miseria. Al momento tutto tace ma a Pechino nessuno vuole correre rischi.

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