Gli Stati Uniti dovrebbero riuscire a spaccare l’asse tra Cina e Russia convincendo il Cremlino a desistere dalle sirene di Pechino. È questo il messaggio lanciato dalla rivista americana Foreign Affairs, pubblicata dal Council on Foreign Relations: forse il più autorevole think tank statunitense sulle relazioni internazionali. Un articolo che quindi ha anche il valore di rappresentare la linea politica di un centro studi che ha contatti molto intensi con gli apparati statali americani fino alla stessa amministrazione presidenziale.

L’idea del professor Charles Kupchan è quella di spaccare il “matrimonio di convenienza” tra Cina e Russia facendo leva sui dubbi degli apparati russi. Come scritto su questa testata, il rapporto tra le due potenze è soprattutto un asse tattico che nasconde spesso delle fondamentali divergenze strategiche. Le questioni divisive (che ci sono e che sono anche molto forti) sono però state in questi anni messe da parte anche a causa della politica molto assertiva dell’Occidente nei confronti di Mosca. Negli ultimi dieci anni, gli Stati Uniti hanno sensibilmente stretto la tenaglia intorno al Cremlino sia a livello politico che finanziario. E il momento dell’annessione russa della Crimea ha segnato una svolta apparentemente definitiva nei rapporti con l’Occidente fino a far tornare in mente gli anni della Guerra Fredda. Una tensione che si è riacutizzata in questi anni e che sembrava doversi in qualche modo appianare con la presidenza di Donald Trump. Tuttavia, proprio le accuse contro il leader repubblicano sulla vicinanza con Vladimir Putin hanno di fatto costretto la Casa Bianca a evitare qualsiasi tipo di possibile riassestamento dei rapporti tra Washington e Mosca.

Le cose però potrebbero essere destinate a cambiare. Il motivo non è tanto da ricercare in possibili rivoluzione in seno al Cremlino, quanto nella convinzione degli Stati Uniti di non poter contrastare l’influenza globale cinese senza impegnarsi a sganciare la Russia dalla sua orbita. Per farlo, Foreign Affairs punta in particolare sull’abbandono dello scontro ideologico per concentrarsi sugli interessi nazionali e sulla ricerca di “terreni comuni”, a partire dall’Artico, dall’ambiente, dalla corsa ai missili per finire alla stabilità strategica. Gli Stati Uniti (e con loro gli alleati) dovrebbero far comprendere a Mosca i vantaggi della cooperazione con l’Occidente – sia a livello tecnologico che economico – e soprattutto mostrare che l’unica a strappare influenza a Mosca è Pechino: non Washington o i partner europei.

La scelta dell’autorevole think tank americano non è da sottovalutare. Joe Biden in questi primi mesi di amministrazione è partito definendo “killer” il suo omologo russo per poi incontrarlo a Ginevra in un incontro abbastanza cordiale. La Casa Bianca ha dato il via libera al Nord Stream 2 senza imporre ulteriori sanzioni alle aziende che partecipano al gasdotto tra Germania e Russia. E per quanto riguarda alcune questioni come il dominio cibernetico, gli attacchi hacker e la corsa al riarmo ci sono stati primi segnali disgelo. Anche la decisione di non sostenere i proclami di Kiev sull’ingresso nella Nato è apparsa come una mano tesa verso il Cremlino che non è sfuggita a molti osservatori. Tutti elementi che non devono certo far credere che sia scoppiato l’amore tra le due potenze, ma di sicuro il dialogo appare molto meno duro di quanto ci potesse attendere dopo le prime settimane di presidenza democratica.

Il compito chiaramente non è semplice. La Federazione Russa, in questi anni, ha subito un assedio finanziario e politico da parte dell’Occidente che non può essere dimenticato. Dal loro punto di vista, Putin e Xi Jinping sanno di potersi sostenere a vicenda di fronte a un blocco euro-americano che ha più volte dimostrato di entrare in campi che secondo i due leader sono di loro stretta sovranità. Pechino ha stretto accordi energetici con Mosca di straordinaria importanza. Ed esistono accordi strategici, sia a livello politico che finanziario, che non possono essere dimenticati, a partire dal sistema di Shangai.

In questo però l’asse tra Cina e Russia rischia di apparire nel tempo sempre più asimmetrico. Le sirene orientali sono state le uniche ad attrarre Putin perché a ovest non ha trovato nessuno realmente disponibile al dialogo. Però è chiaro che ai russi non faccia piacere essere considerati una potenza quasi asiatica e sempre più secondaria rispetto all’influenza e all’economia cinesi. Pechino è riuscita in questi anni a imporre un modello di globalizzazione e una rete di alleanze e partenariati che ha indebolito una sfera russa post-sovietica che spaziava dall’Asia centrale ai Balcani fino ad alcuni Paesi africani. E se la Repubblica popolare ha potuto concentrarsi sull’estensione delle sue reti verso occidente, è perché considera, di fatto, assicurato il confine settentrionale così come ritiene il Pacifico un problema con gli Stati Uniti. E tutto questo si inserisce all’interno di un meccanismo economico in cui è la Russia a essere sempre più dipendente dalla Cina, che al contrario ha saputo imporre anche un’evoluzione tecnologica e militare che può fare anche a meno dell’amicizia con Mosca.

Qualcosa però sembra muoversi. Washington da alcuni piccoli e grandi segnali, sembra avere avviato questa diplomazia parallela con Mosca. Se l’obiettivo finale resta la Cina, è chiaro che l’asse con la Russia è uno dei problemi principali della Casa Bianca. E sarà probabilmente uno degli obiettivi della strategia americana a medio e lungo termine.

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