Il Covid-19 costringe la geopolitica a delle prove inaspettate. Fino a qualche settimana fa, Donald Trump e Xi Jinping sembravano due figure inattaccabili. Ma ora il quadro, in specie dal punto di vista prospettico, può mutare con estrema facilità e con estrema rapidità. Quando e se il mondo riuscirà ad uscire dall’inferno pandemico, quale sarà il quadro geopolitico complessivo? La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina avrà ancora senso di esistere? I due colossi si rimpalleranno reciproche accuse di responsabilità? Sono domande complesse cui rispondere adesso. Di sicuro c’è come questi due personaggi della politica contemporanea possano subire effetti molto diversi tra loro. E poi c’è il quesito tra i quesiti: Donald Trump e Xi Jinping saranno ancora i leader delle loro rispettive nazioni alla fine di questa pandemia?

Donald Trump

Donald Trump, almeno nella prima fase relativa alla diffusione dei contagi da coronavirus, ha minimizzato. Prima di dichiarare lo stato d’emergenza nazionale, The Donald ha impiegato un po’ di tempo. Del resto. quello è stato l’atteggiamento di tutti i grandi sistemi economici, prescindendo dal caso cinese. Germania, Regno Unito, Francia: hanno tergiversato in molti. L’opzione del laissez faire, però, potrebbe costare più di qualcosa al presidente degli Stati Uniti d’America.

Il vice Mike Pence era stato individuato per gestire la crisi. Poi è arrivato il cambio di narrativa, con le misure stringenti, tra cui il blocco dei voli dall’Europa. La grande questione riguarda la tenuta del sistema sanitario, che com’è noto non è garantito a tutti. C’è il tema delle assicurazioni. E c’è quello del numero dei test a disposizione della Sanità Usa. Sono due ambiti diversi ma che logicamente si intersecano. E di soldi, per fare fronte al fenomeno, ne serviranno parecchi.

Novembre 2020 non è più tanto lontano. Le elezioni presidenziali sarebbero dovute essere un banco di prova sulle azioni messe in campo durante l’intero primo mandato. Il boom occupazionale interno rischia di passare in secondo piano. Adesso, con lo scoppio improvviso dell’epidemia pandemica dovuta al Covid-19, gli Stati Uniti potrebbero vagliare solo la gestione di queste fasi, che sono complesse. Anche perché emergerà di sicuro una questione molto cara ai Democratici: l’estensione della gratuità del sistema sanitario a più cittadini possibili. Joe Biden, che rischia davvero di divenire il favorito per la corsa alla Casa Bianca, è per una linea mediana. Bernie Sanders, invece, è per il Medicare for hall. Un punto programmatico che può divenire vantaggioso sostenere per via delle difficoltà che tanti americani potrebbero incontrare.

Donald Trump ha rischiato di essere contagiato. Un allarme, quantomeno, c’è stato. Un membro dello staff di Jair Bolsonaro, Fabio Wajngarten, è risultato positivo al coronavirus. E Wajngarten faceva parte della delegazione brasiliana che ha cenato con Trump e Pence negli States pochi giorni prima di accusare qualche sintomo. Più di qualche media, poi, ha reso noto di come Jair Bolsonaro stesso fosse risultato positivo. Notizia poi smentita dall’esito del secondo tampone a cui il presidente sudamericano si è sottoposto. In contemporanea con l’annuncio sullo stato di emergenza, Trump ha anche affermato di avere in programma di fare il tampone, che è poi risultato negativo. Comunque sia, nella Casa Bianca sono state prese tutte le misure cautelative possibili: ogni persona che si avvicinerà al tycoon dovrà anzitutto misurarsi la febbre.

Il Covid-19 rischia di costituire un pericoloso avversario di questa presidenza. Lo spettro più grande corrisponde al nome di rescissione economica: se gli Stati Uniti dovessero subire un effetto economico di quella portata, i risultati conseguiti da Trump in questi quattro anni potrebbero non essere interpretati come sufficienti dal popolo americano.

Xi Jinping

Sembrava incapace di tenere sotto controllo l’epidemia che aveva gettato nel caos la Cina. Come se non bastasse, tutti puntavano il dito contro il Partito Comunista cinese. Contro quei metodi poco trasparenti usati da Pechino e colpevoli, a detta di numerosi commentatori occidentali, di aver provocato la tempesta perfetta: la pandemia scatenata dal nuovo coronavirus. Neanche 50 giorni fa Xi Jinping stava attraversando l’”ora più buia” della sua carriera politica.

Gennaio inoltrato sul calendario. Il Capodanno cinese è alle porte. Dopo giorni di incertezza, Pechino decide per il lockdown di Wuhan, la megalopoli dello Hubei epicentro della diffusione del Covid-19. Nel giro di poche ore la quarantena forzata viene estesa a tutta la provincia, che conta circa una sessantina di milioni di abitanti. Molti pensano che Xi sia ormai alle strette e che quando la furia del coronavirus sarà passata il presidente perderà il favore del popolo. Errore enorme. È accaduto l’esatto contrario: il Covid-19 ha rafforzato l’immagine del presidente, che adesso brilla più che mai.

A una cinquantina di giorni dalla cura estrema, il signor Xi visita Wuhan. È un messaggio forte e simbolico: ho sconfitto il “demone” e adesso sono qui, dove lui è nato, per dimostrarvi che insieme abbiamo vinto. Eppure a fine gennaio i segnali lanciati dal presidente andavano in tutt’altra direzione. Il 25 gennaio Xi dichiarava che la situazione era grave mentre pochi giorni dopo definiva il virus un diavolo da estirpare. Nel frattempo la quarantena inizia a fare effetto. La curva dei contagi scende gradualmente, i nosocomi si svuotano e le morti diminuiscono. Prima di fare tappa a Wuhan, il signor Xi visita un nosocomio di Pechino e lancia i primi segnali di ottimismo. È il preludio per l’ingresso trionfale nello Hubei.

Mentre dall’altra parte dell’Oceano Trump ha paragonato il nuovo coronavirus a una sorta di influenza – salvo poi fare frettolosamente retromarcia – Xi non ha mai sottovalutato il rischio. Al netto dell’imbarazzo iniziale, provocato dai ritardi e da una burocrazia politica farraginosa, il presidente cinese è riuscito a salire su un treno già in corsa e a ad aggiustarne la traiettoria. Certo, la strada è ancora in salita perché il presidente deve riconquistare la fiducia degli abitanti dello Hubei, ai quali è stato richiesto un sacrificio enorme.

Quando è sceso dal pulmino che lo ha accompagnato a Wuhan, Xi è stato accolto da grida di giubilo e applausi ma il lavoro da fare è tanto, soprattutto dal punto di vista economico. All’esterno della Cina, invece, Xi Jinping sta cercando di accreditarsi come una specie di salvatore del mondo. La narrazione offerta da Pechino è semplice: il nostro sacrificio è stato necessario per salvare il pianeta intero. Una narrazione, indipendentemente da come la si consideri, sicuramente più attraente di quella offerta al proprio elettorato da Donald Trump.

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