Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump parla del suo omologo russo, Vladimir Putin, in due tweet sorprendenti (visto il clima che circonda il Cremlino) ma che rientrano perfettamente nei canoni eterodossi del  tycoon Usa. Dopo settimane in cui sembrava esserci di nuovo una cortina di ferro a calare sul confine occidentale russo, ecco che arrivano i cinguettii trumpiani, come speranza di un ritorno alla normalità.

“Ho chiamato il presidente russo Putin per congratularmi con lui per la sua vittoria elettorale (in passato anche Obama lo chiamò). I  Fake News media sono impazziti perché volevano che io lo scorticassi. Sbagliano. Andare d’accordo con la Russia (e altri) è una cosa buona, non cattiva…” Questo il primo tweet del profilo ufficiale del presidente Usa. 

Il secondo tweet è ancora più preciso e tagliente nei confronti dei motivi del riavvicinamento e dei predecessori alla Casa Bianca: “Possono aiutare a risolvere i problemi con Corea del Nord, Siria, Ucraina, Isis, Iran e anche la corsa al riarmo”. Così il presidente Usa, che poi aggiunge: “Bush ha tentato a lungo di andarci d’accordo, ma non ha avuto l’intelligenza. Obama e Clinton ci hanno provato ma non hanno avuto l’energia o la chimica (ricordate il Reset). Pace attraverso la forza!“, ha aggiunto il presidente.

C’è tutta la politica estera secondo The Donald in questi due tweet. Diretta, pungente, a tratti anche semplicistica, ma sicuramente molto meno complicata e negativa di quanto si voglia credere. Almeno con la Russia. Trump vuole il dialogo con Putin e, con questi tweet, sembra voler dire a tutti che è pronto a riprendere i fili del discorso di una collaborazione  che interessa a entrambi i Paesi prima ancora che a entrambi gli Stati.

Perché è importante sottolineare questa differenza? Perché i due leader probabilmente sono molto più consapevoli dei rischi e dei lati negativi di questa nuova Guerra fredda rispetto ai molti falchi, presenti in entrambi gli schieramenti, che credono che questa tensione sia utile se non anche semplicemente giusta. Ed è una consapevolezza presente, molto probabilmente, anche in altri apparati statali del mondo.

Dopo l’elezione di Vladimir Putin al Cremlino, nessun leader occidentale sembrava interessato a congratularsi con lui per la vittoria. Le accuse si sprecano da anni, ormai radicate in un sentimento collettivo di russofobia. E il caso Skripal non ha fatto altro che dare man forte alle scelte anti russe di molti governi, che si sentono autorizzati dalla stessa opinione pubblica a rendere dichiarazioni contrarie a Mosca. 

Poi arriva Trump, il comandante in capo del Paese considerato l’eterno avversario dei russi, che alza la cornetta del telefono e chiama il suo omologo al Cremlino per congratularsi. In barba a Russiagate, accuse di essere manipolato da Mosca e ondata di attacchi ai russi, il presidente americano fa un gesto che poi, a cascata, seguono tutti gli altri. In quella telefonata, Trump chiede di appianare le divergenze e si parla di un possibile vertice a due fra Russia e Stati Uniti. Un segnale di disgelo di fondamentale importanza.

I due tweet di Trump ricordano a tutti i motivi di questo dialogo: oggi la Russia è un attore geopolitico talmente importante da non poter condurre una guerra nei suoi confronti senza che la rimessione sia certa per tutto il mondo occidentale. E del resto, Trump sa benissimo che continuare con lo scudo alzato nei confronti di Mosca, significa non solo farsi un nemico potente, ma lasciarlo scivolare nell’asse asiatica con Pechino e Teheran. Se Washington vuole iniziare a scalfire l’unità del blocco eurasiatico, può farlo solo partendo dal dialogo. Inoltre, ormai è evidente, la Russia ha in mano le redini quantomeno del Medio Oriente e del conflitto siriano. Se gli Usa vogliono un accordo che riequilibri la posizione di forza nella regione, devono passare per Mosca.

“Pace attraverso la forza!” scrive in maiuscolo The Donald. Una frase tipica del suo vocabolario social, ma che indica un fattore essenziale. La sua retorica è volta ad aprire nuovi spiragli di dialogo. In questo senso, la logica con cui ha agito con Kim Jong-un è per ceti versi simile: mostrare i muscoli per arrivare a un incontro. Ed è un qualcosa che forse stiamo vedendo anche con l’Iran e l’accordo sul nucleare.

Certo, questa politica ha dei difetti. La retorica bellica può condurre a un irrigidimento e a una recrudescenza in tanti teatri di guerra. Non tutti i presidenti sono Vladimir Putin. Se tutti i leader facessero così, il rischio di una guerra mondiale potrebbe davvero essere dietro l’angolo. Tuttavia, va anche ricordato come da parte dell’attuale inquilino della Casa Bianca, la volontà di trovare un accordo (forse per il suo passato da imprenditore di successo) passa anche attraverso bluff e gesti plateali. È un suo metodo che, ci tiene a precisarlo, è del tutto diverso dai suoi predecessori. E visti i risultati dell’accoppiata Barack ObamaHillary Clinton, non è detto sbagliato.

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