Beto O’Rourke ha annunciato che avrebbe preso parte alle primarie degli asinelli meno di una settimana fa, ma ha già agguantato e poi superato il maggior numero di donazioni mai raccolte nell’arco di un periodo di tempo così limitato. Il texano è riuscito in una vera e propria impresa, registrata pure dalla Cnn: 6,1 milioni di dollari raccolti in sole ventiquattro ore.

Il che è stato sì sufficiente a bypassare le statistiche di Bernie Sanders (circa 300mila dollari in più) , ma vale soprattutto come prova di come attorno all’ex sfidante di Ted Cruz si stiano riunendo sia tanti potenziali elettori sia tanti facoltosi finanziatori ben disposti a investire su quello che sarebbe una sorta di “miracolo politico”.

La prima domanda che vale la pena farsi è la seguente: c’è nell’aria la sensazione che qualcosa di fortemente inaspettato possa succedere in casa democratica? Si tratterebbe di un imprevisto in grado di tagliare fuori ogni certezza partitocratica. In un certo senso sì, ma il sentore che permane riguarda per lo più un poco pronosticabile trionfo del “vecchio leone” del Vermont. Se ci sarà sorpresa, sarà colorata di rosso socialista. Di questo è sicuro chi pensa che questo sia il momentum degli antisistema. Prescindendo dal tipo di populismo cui appartengono.

Come spiegare, allora, tanta attenzione nei confronti di chi, solo alle elezioni di medio termine, quindi quattro mesi fa, ha perso una battaglia di qualche punto percentuale? Beh, si potrebbe rispondere, il Texas non è quasi mai stato contendibile e il fatto che Beto O’Rourke lo abbia reso tale garantisce di per sé sulle sue possibilità presidenziali. Sarebbe un discorso semplicistico e scevro dalla principale argomentazione avanzata da chi di Beto, di questo presunto “effetto Obama 2.0” e di una sua vittoria alla turnata interna degli asinelli non ne vuole sapere: è quanto di più lontano possa esistere dal “millenium socialism” di Alexandria Ocasio Cortez.

Beto O’Rourke non incanna quel rinnovamento generazionale, fondato sulle istanze ecologiste e stataliste, con cui invece la giovane deputata di Brooklyn vorrebbe inondare la piattaforma politica democratica. Basti pensare come non si ricordino occasioni nelle quali il texano si sia schierato in maniera nitida contro il possesso privato delle armi da fuoco. Beto sarebbe, insomma, un perfetto vicepresidente di Joe Biden. Sempre che questo si candidi. Cosa che non è ancora successa.

Sarebbe, in caso, il contraltare anagrafico al più grande “difetto” dell’ex vicepresidente di Barack Obama, cioè l’età: nel 2020, Beto avrà ancora meno di cinquant’anni. I sondaggi – fino a questo momento – lo danno attorno al 3-4% sul piano nazionale. Poco, davvero troppo poco per poter dire qualcosa quando si tratterà di passare dal consenso degli iscritti e dei simpatizzanti in ogni singolo Stato.

Ma al primo appuntamento mancano nove mesi e con la politica americana – non ci smetteremo mai di ripeterlo – conviene usare quel celebre adagio per cui il “mai” non è consigliabile.

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