È esistito un tempo in cui Vladimir Putin guardava a ponente, vedendo nell’Europa la destinazione finale e naturale della Russia. Era l’epoca della Guerra al terrore dell’amministrazione Bush, dei vertici Nato-Russia, della dichiarazione di Roma e degli accordi Ue-Russia sugli spazi comuni. Epoca tanto vicina quanto lontana, dove Mosca e Bruxelles parlavano di costruire un’Europa estesa da Lisbona a Vladivostok e dove Mosca e Washington cooperavano nel nome del benessere collettivo: la pace mondiale.

Le speranze e le aspettative dei fautori della coesistenza pacifica tra Occidente e Russia non hanno avuto, però, vita lunga: sono durate meno di un decennio. Perché il paragrafo del disgelo è collassato progressivamente, tra una rivoluzione colorata ed un cambio di regime, conducendo il sistema internazionale a sperimentare una nuova guerra fredda.

Che qualcosa si era rotto, e che non sarebbe stato il Cremlino a riparare il danno fatto da altri, Putin lo aveva esplicato chiaramente nel 2007, in occasione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, con un discorso-manifesto sulle storture e sull’iniquità del sistema post-guerra fredda. Un discorso profetico, preludiante ad un cambio di paradigma, che un anno più tardi sarebbe stato seguito dalla guerra in Georgia. Il vero punto di svolta nelle relazioni tra i due blocchi è stato comunque costituito dalla Rivoluzione ucraina del 2014, volgarmente nota come Euromaidan, che ha sancito l’inizio definitivo di un confronto egemonico esplicito e su larga scala.

La dichiarazione del 21 febbraio 2022, complemento perfetto del discorso di Monaco di quindici anni prima, non rappresenta che il capolinea del processo di disintegrazione di quello spazio comune incompiuto da Lisbona a Vladivostok. E per capire la storicità e l’epocalità dell’evento, che è destinato ad avere implicazioni profonde e incisive in una moltitudine di teatri e settori, abbiamo deciso di tradurre integralmente e fedelmente il discorso con cui Putin ha riconosciuto la statualità delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.

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La traduzione

Il mio discorso riguarda gli eventi in Ucraina e la ragione per cui sono importanti per noi, Russia. Il mio messaggio, chiaramente, è anche rivolto ai nostri compatrioti in Ucraina.

La questione è molto seria e c’è bisogno di discuterne in maniera approfondita. La situazione nel Donbass è entrata in una fase critica, grave. E oggi vi sto parlando non soltanto per spiegarvi che cosa sta accadendo, ma anche per informarvi delle decisioni che stanno venendo prese e dei possibili passi che potrebbero seguire.

Vorrei enfatizzare ancora una volta che l’Ucraina non è semplicemente un Paese confinante per noi. È una parte inalienabile della nostra storia, della nostra cultura e del nostro spazio spirituale. Lì si trovano i nostri compagni, quelli a noi più cari – non soltanto colleghi, amici e persone che un tempo hanno servito insieme, ma anche parenti, gente legata dal sangue, famiglie.

È da tempo immemorabile che coloro che vivono nel sud-ovest di quella che è stata storicamente terra russa si riferiscono a se stessi come russi e cristiani ortodossi. È stato così da prima del 17esimo secolo, quando una porzione di questo territorio si riunì allo Stato russo, e lo è stato dopo.

In generale, noi diamo questi fatti per scontati, qualcosa di conosciuto da tutti. Eppure, è necessario dire almeno qualche parola in più in merito alle origini di questa questione: affinché sia possibile capire cosa sta succedendo oggi e per spiegare i motivi delle azioni della Russia e ciò che ambiamo a conseguire.

Dunque, comincerò dal fatto che l’Ucraina moderna è stata creata per intero dalla Russia o, per essere più precisi, dai Bolscevichi, dalla Russia comunista. Questo processo ebbe inizio subito dopo la Rivoluzione del 1917 e fu esperito in maniera estremamente brutale da Lenin e compagni – separando, recidendo quella storicamente fu terra russa. Nessuno domandò ai milioni di persone che vivevano lì cosa ne pensassero. Poi, sia prima sia dopo la Grande guerra patriottica, Stalin incorporò nell’Unione Sovietica e trasferì all’Ucraina alcune terre in precedenza appartenute a Polonia, Romania e Ungheria – nel fare ciò, diede alla Polonia una parte di quella che era stata tradizionalmente terra tedesca come risarcimento. E nel 1954, per qualche motivo, Krusciov prese la Crimea dalla Russia e la diede all’Ucraina. È così, in effetti, che si è formato il territorio dell’Ucraina attuale.

Ma, adesso, vorrei focalizzare l’attenzione sul periodo iniziale della formazione dell’Unione Sovietica. Credo che sia estremamente importante per noi. E dovrò cominciare dal principio.

Dopo la Rivoluzione di ottobre del 1917, e la successiva guerra civile, i Bolscevichi iniziarono a costruire un nuovo Stato. Tra loro vi era un notevole disaccordo su come procedere. Stalin, che nel 1922 occupava le posizioni di Segretario generale del Partito comunista e Commissario popolare per gli affari etnici, propose di costruire un Paese basato sui principi dell’autonomia, ovvero: dare alle repubbliche – le future entità territoriali e amministrative – dei vasti poteri con l’entrata in uno stato unico.

Lenin, che era critico nei riguardi di questo piano, suggerì di fare delle concessioni ai nazionalisti, ai quali ci si riferiva a quel tempo come “indipendentisti”. Le idee di Lenin sul significato di stato confederale e sul diritto all’autodeterminazione delle nazioni, inclusa la secessione, diventarono le fondamenta della statualità sovietica. Furono inizialmente confermate nella Dichiarazione sulla formazione dell’Unione Sovietica del 1922 e, in seguito, dopo la morte di Lenin, cristallizzate nella Costituzione sovietica del 1924.

Quegli eventi sollevano molte domande. La prima è anche la principale: era davvero necessario scendere a patti con gli indipendentisti, appagando quel crescendo incessante di ambizioni nazionalistiche alle periferie dell’ex impero? A che pro trasferire a nuove unità amministrative, spesso formate in maniera arbitraria, dei territori vasti e che nulla avevano a che fare con loro? Lasciate che lo ripeta di nuovo: furono trasferiti territori, con tanto di popolazione, appartenuti storicamente alla Russia.

A queste unità amministrative, per di più, furono concessi, de facto, lo status e la forma di entità statali nazionali. E questo solleva un’altra domanda: perché fu necessario fare dei regali tanto generosi, inimmaginabili anche per i nazionalisti più ambiziosi, e, oltre a ciò, dare alle repubbliche il diritto incondizionato di secedere dallo stato unificato?

Questo, a prima vista, può apparire incomprensibile, persino folle. Ma soltanto a prima vista. Perché esiste una spiegazione. L’obiettivo principale dei bolscevichi, nel dopo-rivoluzione, era uno: restare al potere, a qualsiasi costo. A qualsiasi costo. E fecero di tutto per rimanervi: accettarono l’umiliante Treatto di Brest-Litovsk, nonostante la situazione economica e militare nella Germania del Kaiser e dei suoi alleati fosse drammatica e l’esito della Prima guerra mondiale fosse ampiamente pronosticabile, e soddisfarono ogni domanda e desiderio dei nazionalisti all’interno del Paese.

Quando si parla del destino storico della Russia e dei suoi popoli, i principi di sviluppo statale di Lenin non erano soltanto degli sbagli: erano, come si dice, peggio di uno sbaglio. E ciò è divenuto palese dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Non possiamo cambiare gli eventi del passato, è vero, ma dobbiamo perlomeno avere il coraggio di ammetterli apertamente e con onestà, senza riserve né magheggi politici. Personalmente, desidero aggiungere che nessun fattore politico, per quanto impressionante o profittevole possa sembrare in un dato momento, potrebbe o dovrebbe essere utilizzato come principio fondamentale della statualità.

Non sto cercano di addossare la colpa a nessuno. La situazione nel Paese a quel tempo, sia prima sia dopo la Guerra civile, era incredibilmente complicata; era critica. L’unica cosa che mi piacerebbe dire qui, oggi, è come stanno le cose effettivamente. È un fatto storico. In effetti, come ho già detto, l’Ucraina sovietica è il risultato delle politiche bolsceviche e può essere giustamente definita “l’Ucraina di Vladimir Lenin”. Lui è stato il suo creatore e il suo architetto. E questo trova pieno e totale riscontro nei documenti in archivio, incluse le rigide istruzioni di Lenin sul Donbass – che fu incorporato all’Ucraina. E, oggi, la “grata progenie” va rovesciando i monumenti di Lenin in Ucraina. La chiamano decomunizzazione.

Volete la decomunizzazione? Molto bene, ci sembra giusto. Ma perché fermarsi a metà strada? Siamo pronti a mostrarvi cosa la vera decomunizzazione significherebbe per l’Ucraina.

Tornando indietro, vorrei ripetere che l’Unione Sovietica prese il posto dell’ex Impero russo nel 1922. Ma, nei fatti, si rivelò sin da subito impossibile preservare o governare un territorio tanto vasto e complesso sui principi amorfi della confederazione. Erano tanto distanti dalla realtà quanto dalla tradizione storica.

Logicamente, il Terrore rosso, il rapido cadere nella dittatura di Stalin, il dominio dell’ideologia comunista, il monopolio del potere del Partito Comunista, nazionalizzazioni ed economia pianificata – tutte queste cose – trasformarono i principi di governo, formalizzati ma ineffettivi, in niente più che una mera dichiarazione. In realtà, le repubbliche dell’unione non ebbero mai nessun diritto alla sovranità: nessuno. Il risultato pratico, infatti, fu la creazione di uno stato assolutamente unitario e fortemente centralizzato.

Nei fatti, ciò che Stalin implementò non furono i principi di governo di Lenin, ma i propri. E li implementò senza produrre emendamenti di rilievo ai documenti fondativi, alla Costituzione, senza revisionare formalmente i principi di Lenin sui quali si fondava l’Unione Sovietica. Dal suo punto di vista, del resto, non ce n’era bisogno: tutto sembrava funzionare bene nel regime totalitario, e appariva persino meraviglioso, attraente e super-democratico.

Eppure, fu un grande peccato non ripulire le basi fondative e formalmente legali del nostro Stato da quelle fantasie utopiche e odiose ispirate dalla rivoluzione, che sono assolutamente distruttive per ogni stato normale. Come spesso è accaduto nella storia del nostro Paese, nessuno si preoccupò di pensare al futuro.

Sembra che la dirigenza del Partito Comunista fosse convinta di aver creato un solido sistema di governo e che le loro politiche avessero risolto le questioni etniche per il meglio. Ma il traviamento, lo spaesamento e la manipolazione dell’opinione pubblica hanno un costo molto alto. Il virus delle ambizioni nazionalistiche era ancora tra noi, e la mina piazzata durante le prime fasi per distruggere l’immunità statale alla malattia del nazionalismo stava ticchettando. Come ho già detto, la mina era il diritto alla secessione dall’Unione Sovietica.

A metà degli anni Ottanta, il crescendo di problemi socioeconomici e l’apparente crisi dell’economia pianificata aggravarono la questione etnica, che non era stata scatenata dai sogni e dalle aspettative incompiuti dei popoli sovietici ma, primariamente, dai crescenti appetiti delle élite locali.

Ad ogni modo, anziché analizzare la situazione, e prendere le misure appropriate – prima di tutto nell’economia e dopo di che trasformando gradualmente il sistema politico e di governo in maniera bilanciata e ben studiata –, la dirigenza del Partito Comunista non si impegnò che in un dibattito ambiguo relativo al disseppellimento del principio leninista dell’autodeterminazione nazionale.

Nel corso della lotta di potere all’interno dello stesso Partito Comunista, per di più, ognuna delle parti, nel tentativo di espandere la propria base elettorale, cominciò a incitare e a incoraggiare senza criterio ai sentimenti nazionalistici, manipolandoli, promettendo ai potenziali sostenitori tutto ciò che desideravano.

Sullo sfondo della retorica populistica e superficiale sulla democrazia e sul futuro lucente basato o su un’economia di mercato o su una pianificata, ma nel mezzo di un vero impoverimento della gente e di diffuse carenze di beni, nessuno di coloro al potere stava pensando alle tragiche e inevitabili conseguenze per il Paese.

Successivamente, intrapresero il percorso già battuto ai primordi dell’Unione Sovietica e assecondando le ambizioni delle élite nazionalistiche, alimentate dall’interno dal partito. Nel fare questo, però, si dimenticarono che il Partito non aveva più – grazie a Dio – gli strumenti per rimanere al potere, come il terrore di stato e una dittatura di tipo staliniano, e che il noto ruolo-guida del Partito stava scomparendo senza lasciar traccia, come nebbia mattutina, davanti ai loro occhi.

Alla sessione plenaria del Comitato centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica del 1989, poi, si approvò un documento realmente fatale, la cosiddetta politica etnica del Partito nelle condizioni moderne, la piattaforma del PCUS. Che includeva punti come questi che vi cito:

  • Le repubbliche dell’Unione Sovietica debbono possedere tutti i diritti adeguati al loro status di stati socialisti sovrani.
  • I corpi rappresentativi supremi delle repubbliche dell’Unione Sovietica possono sfidare e sospendere l’operatività sul loro territorio delle direttive e delle risoluzioni del governo sovietico.
  • Ogni repubblica dell’Unione Sovietica dovrebbe avere una propria cittadinanza, applicabile alla totalità dei suoi residenti.

Non gli era chiaro dove tali formule e decisioni avrebbero condotto? Ma non è questo il momento né il luogo per approfondire argomenti attinenti al diritto nazionale o costituzionale, o per definire il concetto di cittadinanza. Ma uno potrebbe chiedersi: perché fu necessario scuotere ulteriormente un Paese che si trovava in una situazione già complicata? I fatti restano.

Il fato dell’Unione Sovietica era stato predeterminato due anni prima della dissoluzione. E oggi radicali e nazionalisti, inclusi e principalmente quelli in Ucraina, si stanno prendendo il merito di aver conseguito l’indipendenza. Ma come abbiamo visto, questo è assolutamente falso. La disintegrazione del nostro Paese unito fu provocata dai tragici errori storici commessi dai leader bolscevichi e dalla dirigenza del PCUS. Errori commessi nella costruzione statale e nelle politiche economiche ed etniche in epoche diverse. Il collasso della Russia storica, nota come Unione Sovietica, pesa sulle loro coscienze.

Fu il nostro popolo, nonostante tutte le ingiustizie subite dalla Russia, le menzogne e i saccheggi oltraggiosi, ad accettare la nuova realtà geopolitica emersa nel dopo-dissoluzione dell’Unione Sovietica e a riconoscere i nuovi stati indipendenti. Non soltanto la Russia riconobbe questi Paesi, ma aiutò i suoi partner della Comunità degli Stati Indipendenti, pur essendo essa stessa in una situazione terribile. E questo vale anche per i nostri colleghi ucraini, che si rivolsero a noi molte volte, sin dal momento dell’indipendenza, per ricevere supporto finanziario. Il nostro Paese assicurò quell’assistenza rispettando la dignità e la sovranità dell’Ucraina.

Secondo le stime degli esperti, confermate da un semplice calcolo dei nostri prezzi energetici, il valore dei prestiti agevolati erogati dalla Russia all’Ucraina, dei trattamenti preferenziali nell’economia e nel commercio e dei benefici complessivi per il bilancio ucraino dal 1991 al 2013 è pari a 250 miliardi di dollari.

Comunque, c’è molto più di questo. L’Unione Sovietica, alla fine del 1991, era in debito di circa cento miliardi di dollari con altri Paesi e fondi internazionali. Ci fu quest’idea, inizialmente, che tutte le ex repubbliche sovietiche pagassero questi prestiti insieme, per spirito di solidarietà e in proporzione al loro potenziale economico. Ma la Russia scelse di ripagare da sola tutti i debiti sovietici e mantenne fede a questa promessa completando questo processo nel 2017.

In cambio, i neo-stati indipendenti avrebbero dovuto cedere alla Russia parte degli assetti stranieri sovietici. Un accordo, a questo proposito, fu siglato con l’Ucraina nel dicembre 1994. Ma Kiev prima non ratificò questi accordi e dopo si rifiutò semplicemente di onorarli avanzando richieste di partecipazione nel Fondo dei diamanti, nelle riserve auree, così come su ex proprietà sovietiche e altri assetti all’estero.

Eppure, nonostante tutte queste sfide, la Russia ha sempre lavorato con l’Ucraina in maniera aperta e onesta e, come ho già detto, rispettandone gli interessi. Abbiamo sviluppato i nostri legami in una molteplicità di campi. Nel 2011, inoltre, l’interscambio bilaterale superava i cinquanta miliardi di dollari. E notate che nel 2019, cioè prima della pandemia, il volume dell’interscambio commerciale dell’Ucraina con tutti i Paesi dell’Unione Europea era inferiore a quel dato.

È stato sorprendente, al tempo stesso, vedere come le autorità ucraine abbiano sempre preferito trattare con la Russia in una maniera che assicurasse loro di godere di ogni diritto e privilegio pur rimanendo libere da ogni obbligo.

Gli ufficiali a Kiev hanno sostituito il partenariato con un’attitudine parassitaria, agendo talvolta in maniera molto sfacciata. Sia sufficiente, a questo proposito, richiamare i continui ricatti sui transiti energetici e il fatto che abbiano letteralmente rubato del gas.

Posso aggiungere, poi, che Kiev ha cercato di utilizzare il dialogo con la Russia come merce di scambio nelle relazioni con l’Occidente, usando la minaccia di legami più ravvicinati con noi per intimidirli e assicurandosi trattamenti di favore dichiarando che altrimenti noi avremmo avuto avuto un’influenza maggiore in Ucraina.

Vorrei enfatizzare che la autorità ucraine, simultaneamente, hanno cominciato a costruire la loro statualità sulla negazione di tutto ciò che unisce gli ucraini a noi, cercando di distorcere la mentalità e la memoria storica di milioni di persone, di intere generazioni che stanno vivendo in Ucraina. Non è sorprendente, pertanto, che la società ucraina sia stata testimone dell’ascesa del nazionalismo di estrema destra, che rapidamente è degenerato in un’aggressiva russofobia e nel neonazismo. Fenomeno sfociato, a sua volta, nella partecipazione dei nazionalisti e dei neonazisti ucraini in gruppi terroristici nel Caucaso settentrionale e in un crescendo di rivendicazioni territoriali verso la Russia.

Un ruolo in tutto questo è stato giocato da forze straniere, inserite in un circuito ramificato di organizzazioni nongovernative e servizi segreti, che hanno alimentato i loro clienti in Ucraina e portato i loro rappresentanti ai seggi del potere.

Andrebbe fatto notare che l’Ucraina, in realtà, non ha mai avuto delle tradizioni stabili di reale statualità. Perciò, nel 1991, optò per un’emulazione scriteriata dei modelli stranieri, privi di legami con la sua storia o la sua realtà. Le istituzioni governative e politiche sono state riaggiustate tante volte per assecondare i sempre più numerosi clan e gli interessi egoistici, che nulla avevano a che fare con gli interessi del popolo ucraino.

La cosiddetta scelta civilizzazionale filo-occidentale fatta dalle autorità ucraine oligarchiche, in sostanza, non aveva e non ha l’ambizione di creare condizioni di vita più elevate e di migliorare il benessere del popolo, ma aveva e ha l’ambizione di gestire quei miliardi di dollari che gli oligarchi hanno rubato agli ucraini, e che custodiscono nei loro conti in banche occidentali, e di assecondare con riverenza, nel frattempo, i rivali geopolitici della Russia.

Alcuni gruppi finanziari e industriali e alcuni partiti e politici sul libropaga dell’Occidente hanno dipeso dai nazionalisti e dai radicali sin dall’inizio. Altri dicevano di essere favorevoli a delle relazioni cordiali con la Russia, alla diversità culturale e linguistica, e sono ascesi al potere con l’aiuto di cittadini – inclusi i milioni residenti nelle regioni sudorientali – che ne hanno supportato sinceramente le decantate aspirazioni. Una volta ottenuto il seggio desiderato, però, queste persone hanno immediatamente tradito i loro votanti, ritirando le promesse elettorali e, al posto loro, portato avanti una politica influenzata dai radicali e, talvolta, perseguitato gli ex alleati – cioè le organizzazioni pubbliche che supportavano il bilinguismo e la cooperazione con la Russia. Queste persone hanno approfittato del fatto che i loro elettori erano in gran parte dei cittadini rispettosi della legge, con delle visioni moderate e fiduciosi nelle istituzioni, e che, a differenza dei radicali, non agirebbero aggressivamente né farebbero impiego di strumenti illegali.

I radicali, nel frattempo, sono diventati sempre più sfrontati nelle loro azioni e ogni anno hanno aumentato le loro pretese. Per loro è stato facile piegare alla loro volontà le deboli autorità, infettate dai virus del nazionalismo e della corruzione, sostituendo magistralmente i veri interessi sociali, economici e culturali della gente, nonché la vera sovranità dell’Ucraina, con varie speculazioni etniche e attributi etnici formali.

Una statualità stabile non ha mai preso piede in Ucraina: le procedure elettorali e politiche servono come copertura, uno schermo per la redistribuzione del potere e delle proprietà tra i vari clan oligarchici. E la corruzione, che resta sicuramente una sfida e un problema per molti Paesi, inclusa la Russia, ha superato le normali dimensioni in Ucraina. Ha letteralmente permeato e corroso la statualità ucraina, l’intero sistema e tutti i rami del potere.

I nazionalisti radicali hanno profittato del legittimo malcontento pubblico e cavalcato le proteste di Maidan, escalandone in un colpo di stato nel 2014. E hanno ricevuto assistenza diretta da stati stranieri. L’ambasciata degli Stati Uniti, secondo i nostri rapporti, ha dato un milione di dollari al giorno per supportare il campo di protesta in Piazza dell’Indipendenza a Kiev. E grandi quantità di denaro, in aggiunta, sono state trasferite con impudenza direttamente nei conti bancari dei capi dell’opposizione: decine di milioni di dollari. Ma la gente che ha sofferto realmente, le famiglie di coloro che sono morti negli scontri esplosi nelle strade e nelle piazze di Kiev e nelle altre città, cos’hanno ottenuto loro alla fine? Meglio non chiedere.

I nazionalisti che hanno preso il potere hanno dato il via ad una persecuzione, una vera campagna di terrore contro coloro che si opponevano alle loro azioni incostituzionali. Politici, giornalisti e attivisti pubblici sono stati aggrediti e umiliati pubblicamente. Un’ondata di violenza ha avvolto le città ucraine, ha avuto luogo una serie di omicidi di alto profilo che sono rimasti impuniti. Fa rabbrividere il ricordo della terribile tragedia di Odessa, dove dei dimostranti pacifici furono brutalmente assassinati, bruciati vivi nella Casa dei sindacati. I criminali che hanno commesso quell’atrocità non sono mai stati puniti e nessuno li sta neanche cercando. Ma noi sappiamo i loro nomi e faremo di tutto per punirli, trovarli e portarli davanti alla giustizia.

Maidan non ha reso l’Ucraina più vicina alla democrazia e al progresso. Perché i nazionalisti e quelle forze politiche che li hanno supportati, una volta compiuto il colpo di stato, hanno trascinato l’Ucraina in una situazione di stallo, nell’abisso della guerra civile. Otto anni dopo, il Paese è diviso e sta fronteggiando una grave crisi socioeconomica.

Secondo le organizzazioni internazionali, nel 2019, quasi sei milioni di ucraini – sottolineo –, cioè circa il 15% non della forza lavoro ma dell’intera popolazione del Paese, erano andati all’estero alla ricerca di un’occupazione. La maggior parte per lavori saltuari. E questo fatto è rivelatorio: dal 2020, cioè nel mezzo della pandemia, più di 60mila dottori e altri lavoratori sanitari hanno abbandonato il Paese.

Dal 2014, poi, le bollette dell’acqua sono aumentate di quasi un terzo, quelle dell’energia di diverse volte, mentre il prezzo del gas per le famiglie è salito una dozzina di volte. Molte persone, semplicemente, non hanno il denaro per pagare le bollette. Lottano letteralmente per sopravvivere.

Cosa è accaduto? Perché tutto questo sta succedendo? La risposta è ovvia: hanno speso e dilapitato il legato ereditato non soltanto dall’era sovietica, ma anche dall’Impero russo. Hanno perduto decine, centinaia di migliaia di lavori che permettevano alla gente di avere un’entrata dignitosa e di generare entrate fiscali – grazie, tra le altre cose, proprio alla cooperazione ravvicinata con la Russia. Settori come la costruzione di macchinari, l’ingegneria strumentale, l’elettronica, la cantieristica navale e aerea sono stati minati o distrutti. Ma è esistito un tempo in cui non soltanto l’Ucraina, ma l’intera Unione Sovietica, era orgogliosa di queste compagnie.

Il cantiere navale del Mar Nero di Nikolayev è uscito dal mercato nel 2021; i suoi primi moli risalivano all’epoca di Caterina la Grande. Antonov, il famoso costruttore, non produce un singolo aereo commerciale dal 2016. Yuzhmash, una fabbrica specializzata in strumenti spaziali e missilistici, è vicina alla bancarotta. L’impianto acciaierifero di Kremenchung è in una situazione simile. E questo elenco triste potrebbe continuare ancora e ancora.

Per quanto riguarda il sistema di trasporto del gas, fu costruito interamente dall’Unione Sovietica e oggi ha raggiunto un tale livello di deterioramento che usarlo implica dei rischi rilevanti e comporta un costo elevato per l’ambiente.

Da questa situazione nasce la domanda: povertà, mancanza di opportunità, e perdita di potenzialità tecnologiche e industriali – è questa la scelta civilizzazionale filo-occidentale che da anni utilizzano per ingannare milioni di persone con la promessa di pascoli paradisiaci?

Tutto ha avuto come esito un’economia ucraina in frantumi, un vero e proprio saccheggio ai cittadini del Paese, mentre l’Ucraina veniva posta sotto controllo esterno, diretto non soltanto da capitali occidentali, ma anche dal basso, attraverso un intero circuito di consiglieri stranieri, organizzazioni nongovernative e altre istituzioni presenti in Ucraina. Hanno un’influenza diretta in tutte le nomine e i licenziamenti di tutti i rami del potere, ad ogni livello, dal governo centrale alle municipalità, e nelle compagnie statali come nelle corporazioni, incluse Naftogaz, Ukrenergo, Ukrainian Railways, Ukroboronprom, Ukrposhta e l’Autorità dei porti marittimi ucraina.

Non esiste nessun potere giudiziario indipendente in Ucraina. Le autorità di Kiev, su richiesta dell’Occidente, hanno delegato il diritto prioritario di selezionare i membri dei corpi giudiziari supremi, il Consiglio di giustizia e la Commissione delle alte qualifiche giudiziari, alle organizzazioni internazionali.

Gli Stati Uniti, peraltro, controllano direttamente l’Agenzia nazionale per la prevenzione della corruzione, l’Ufficio nazionale anticorruzione, l’Ufficio speciale della procura contro la corruzione e l’Alta corte contro la corruzione. Tutto questo viene fatto dietro il nobile pretesto di dare man forte agli sforzi contro la corruzione. Va bene, ma dove sono i risultati? La corruzione non è mai stata così diffusa.

Gli ucraini sono consapevoli che questo è il modo in cui viene gestito il loro Paese? Realizzano che il loro Paese non è stato neanche ridotto in un protettorato economico, o politico, ma in una colonia retta da un regime fantoccio? Lo stato è stato privatizzato. Il risultato è che il governo, che si autodefinisce il “potere dei patrioti”, non agisce più in una capacità nazionale ma spinge l’Ucraina verso una perdita costante di sovranità.

La politica di sradicamento della cultura e della lingua russa e la promozione dell’assimilazione vanno avanti. La Verkhovna Rada ha prodotto un profluvio di leggi discriminatorie, e la legge sui cosiddetti popoli indigeni è già entrata in vigore. Persone che si identificano come russe e che vogliono preservare la loro identità, la loro lingua e la loro cultura stanno ricevendo un messaggio: non siete i benvoluti in Ucraina.

Le leggi sull’istruzione e sull’ucraino come lingua di stato hanno estromesso il russo dalle scuole, dagli spazi pubblici, persino nei negozi. La legge sul cosiddetto controllo dei funzionari, insieme alle purghe tra i ranghi, ha creato un quadro per il “trattamento” dei dipendenti pubblici indesiderati.

Vi sono sempre più atti che permettono a forze dell’ordine e forze armate di reprimere la libertà di parola, di dissenso, di perseguire l’opposizione. Il mondo già conosce la pratica deplorevole dell’imposizione di sanzioni unilaterali illegittime contro i Paesi, gli individui e le entità legali straniere. Ma l’Ucraina, in questo senso, ha superato i suoi padroni occidentali inventando sanzioni contro i propri cittadini, compagnie, canali televisivi, mezzi di comunicazione e persino membri del parlamento.

Kiev continua a preparare la distruzione della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca. Non si tratta di un giudizio emotivo: lo è dimostrato dalle decisioni concrete e dai documenti. Le autorità ucraine hanno cinicamente trasformato la tragedia dello scisma in uno strumento di politica statale. Le autorità attuali non reagiscono agli appelli del popolo ucraino per l’abolizione delle leggi che violano i diritti dei credenti. E presso la Verkhovna Rada, come se non bastasse, sono state registrate nuove bozze legislative dirette contro il clero e i milioni di parrocchiani della Chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca.

Alcune parole sulla Crimea. La gente della penisola ha deciso liberamente di stare con la Russia. Le autorità di Kiev non possono sfidare una decisione chiaramente statuita dalla gente, perciò hanno optato per l’azione aggressiva, per l’attivazione di cellule estremistiche –  incluse le organizzazioni terroristiche di stampo islamista – e per l’invio di agenti sovversivi che conducano attacchi terroristici contro le infrastrutture critiche e rapiscano i cittadini russi. Abbiamo prove fattuali che queste azioni aggressive vengano condotte con il supporto dei servizi segreti occidentali.

L’Ucraina, nel marzo 2021, ha adottato una nuova strategia militare. Il documento è dedicato quasi interamente al confronto con la Russia e stabilisce l’obiettivo di coinvolgere stati stranieri in un conflitto contro il nostro Paese. La strategia prevede l’organizzazione di ciò che può essere descritto come un movimento terroristico di retroguardia nella Crimea russa e nel Donbass. E delinea, inoltre, i contorni di una potenziale guerra, che dovrebbe concludersi, secondo gli strateghi di Kiev, “con l’assistenza della comunità internazionale in termini favorevoli per l’Ucraina”, e – ascoltate attentamente, ve ne prego –, “con il supporto militare straniero nel confronto geopolitico con la Federazione russa”. Questo non è altro, nei fatti, che preparazione di ostilità contro il nostro Paese, la Russia.

Come sappiamo, è stato già detto oggi che l’Ucraina ha intenzione di dotarsi di armi nucleari proprie, e non soltanto per “vantarsi”. L’Ucraina possiede tecnologia nucleare di origine sovietica e i veicoli per trasportare tali armi, come gli aerei, così come possiede i missili tattici di precisione Tochka-U – la cui gittata è di oltre cento chilometri. Ma possono fare di più; è soltanto questione di tempo. Hanno le basi per farlo sin dall’era sovietica.

In altre parole, dotarsi di armi nucleari tattiche sarebbe più facile per l’Ucraina che per altri Paesi che non citerò qui, e che stanno conducendo tali ricerche, specialmente se Kiev ricevesse supporto tecnologico straniero. E non possiamo neanche escludere che ciò accada.

La comparsa di armi di distruzione di massa in Ucraina cambierebbe drasticamente la situazione nel mondo, in Europa, e specialmente per noi, Russia. Non possiamo che reagire a questo pericolo reale, specialmente, ripeto, in considerazione del fatto che i padroni occidentali dell’Ucraina potrebbero aiutarla ad ottenerle così da creare un’altra minaccia al nostro Paese.

Vediamo in continuazione quante armi stiano venendo trasferite al regime di Kiev. Gli Stati Uniti da soli, dal 2014, hanno allocato miliardi di dollari per questo scopo, con tanto di rifornimento di armi ed equipaggiamento di addestramento di specialisti. Negli ultimi mesi, un flusso regolare e costante di armi occidentali è stato diretto verso l’Ucraina, in segno di sfida, con il mondo intero spettatore. Consiglieri stranieri supervisionano le attività delle forze armate e dei servizi segreti dell’Ucraina e ne siamo ben consapevoli.

Negli anni recenti, con il pretesto di condurre esercitazioni, i contingenti militari dei Paesi Nato sono stati presenti in maniera quasi costante nel territorio dell’Ucraina. Il sistema di controllo delle truppe ucraine è stato già integrato in quello della Nato. Questo significa che il quartier generale della Nato può emanare dei comandi diretti alle forze armate ucraine, persino alle loro unità separate e alle loro squadre.

Gli Stati Uniti e la Nato hanno cominciato a trasformare impudentemente il territorio dell’Ucraina in un potenziale teatro di operazioni militari. Le loro esercitazioni regolari sono chiaramente antirusse. Soltanto l’anno scorso, esse hanno coinvolto oltre 23mila truppe e più di mille dispositivi militari.

È stata già adottata una legge che permette alle truppe stranieri di entrare in Ucraina nel 2022 per prendere parte a delle esercitazioni multinazionali. Stiamo parlando, chiaramente, di truppe Nato per la maggior parte. Almeno dieci di queste esercitazioni sono previste quest’anno.

È ovvio che tali eventi servano per mascherare il rapido ammassamento di un dispositivo militare della Nato sul territorio ucraino. A questo si aggiunga che l’insieme delle strutture potenziate con l’aiuto americano a Borispol, Ivano-Frankovsk, Chuguyev e Odessa, per menzionarne qualcuna, possibilita il trasferimento di unità militari in un arco di tempo molto breve. Lo spazio aereo dell’Ucraina è aperto a voli strategici e di ricognizione degli Stati Uniti, e aerei a pilotaggio remoto vengono impiegati per monitorare il territorio russo.

Aggiungo che il Centro per le operazioni navali di Ochakovo, costruito dagli americani, permette alla flotta Nato di supportare talune attività, incluso l’uso di armi ad alta precisione, contro la Flotta russa del Mar Nero e contro la nostra intera infrastruttura costiera.

Gli Stati Uniti, un tempo, intendevano costruire simili strutture anche in Crimea, ma i crimeani e i residenti di Sebastopoli hanno mandato all’aria i loro piani. Lo ricorderemo per sempre.

Ripeto: un centro simile, oggi, è stato già costruito a Ochakovo. Lasciate che vi ricordi che nel 18esimo i soldati di Aleksandr Suvorov combatterono per questa città. Ed è grazie al loro coraggio che diventò parte della Russia. Sempre nel 18esimo secolo, inoltre, le terre del litorale del mar Nero, inglobate dalla Russia a seguito delle guerre con l’Impero ottomano, furono ribattezzate Novorossiya. Oggi, stanno tentando di condannare queste pietre miliari della storia all’oblìo, insieme ai nomi delle figure militari e statali dell’Impero russo senza il cui sacrificio l’Ucraina moderna non avrebbe né tante grandi città e neanche uno sbocco nel Mar Nero.

Un monumento ad Aleksandr Suvorov è stato recentemente demolito a Poltsava. Cosa c’è da dire? State rinunciando al vostro passato? Al cosiddetto legato coloniale dell’Impero russo? Bene, in questo caso, siate coerenti.

Vorrei farvi notare, inoltre, che l’articolo 17 della Costituzione dell’Ucraina statuisce l’illegalità della presenza di basi militari straniere sul suo territorio. Ma è saltato fuori che si tratta di una convenzionalità piuttosto facile da aggirare. Perché l’Ucraina è casa di missioni di addestramento della Nato, che, nei fatti, sono delle basi militari straniere. Soltanto che chiamano le basi con un altro nome, missioni, e il gioco è fatto.

Kiev ha a lungo proclamato di avere meta strategica l’adesione alla Nato. Sì, ogni Paese ha il diritto di scegliere il proprio sistema di sicurezza e di entrare a far parte di alleanze militari. E non ci sarebbe nessun problema in questo, se non fosse per la presenza di un “però”. I documenti internazionali statuiscono espressamente il principio della sicurezza equa e indivisibile, che include l’obbligo di non rafforzare la sicurezza di uno stato a spese della sicurezza di altri stati. Questo è quanto statuito dalla Carta per la sicurezza europea adottata dall’Osce a Istanbul nel 1999 e dalla Dichiarazione di Astana dell’Osce del 2010.

In altre parole: la scelta di tutelarsi non dovrebbe costituire un pericolo per gli altri stati, ma l’entrata dell’Ucraina nella Nato è una minaccia diretta alla sicurezza della Russia.

Lasciate che vi ricordi che nell’aprile 2008, al vertice dell’Alleanza Atlantica di Bucarest, gli Stati Uniti enunciarono la decisione di volere che  Ucraina e Georgia diventassero membri della Nato. Molti alleati europei degli Stati Uniti erano a conoscenza di tutti i rischi associati ad una tale prospettiva, ma furono forzati ad accettare la volontà del loro partner maggiore. Gli americani li hanno semplicemente usati per perseguire una chiara politica antirussa.

Molti stati membri dell’Alleanza continuano a essere molto scettici circa l’entrata dell’Ucraina nella Nato. Stiamo ricevendo messaggi da alcune capitali europee che ci invitano a non preoccuparci, perché non accadrà da un giorno all’altro. Che è quello che ci stanno dicendo anche gli Stati Uniti. “Beh”, rispondiamo noi, “se non succede domani, allora sarà dopodomani. Ma cosa cambia da una prospettiva storica? Nulla”.

Ma il fatto è che siamo consapevoli della posizione e delle parole della dirigenza degli Stati Uniti, per la quale le attività ostili nell’Ucraina orientale non escludono la possibilità che quel Paese aderisca alla Nato qualora ne soddisfi i criteri e superi la corruzione.

E cercano di convincerci, tutto il tempo, che la Nato è un’alleanza puramente difensiva, amante della pace, che non pone alcuna minaccia alla Russia. Vogliono che li crediamo sulla parola. Ma sappiamo bene quanto valgano queste parole. Nel 1990, durante le discussioni sull’unificazione della Germania, gli Stati Uniti promisero alla dirigenza sovietica che non ci sarebbe stata nessuna espansione della giurisdizione e della presenza militare della Nato verso est, neanche di un metro. Questa era la loro parola.

Diedero un sacco di rassicurazioni verbali, ognuna delle quali si è rivelata vuota.

Parlarono, diedero rassicurazioni verbali, e tutto si rivelò un contenitore di frasi vuote. Più tardi, iniziarono a rassicurarci sul fatto che l’entrata nella Nato dei Paesi dell’Europa centro-orientale avrebbe soltanto migliorato le relazioni con Mosca, liberandoli dalle paure derivanti dalla loro amara eredità storica, e che si sarebbe persino venuta a creare una cintura di stati amichevoli verso la Russia.

È accaduto esattamente l’opposto. I governi di alcuni Paesi est-europei, facendo leva sulla russofobia, hanno portato i loro complessi e gli stereotipi sulla minaccia russa direttamente nell’Alleanza, insistendo sul rafforzamento delle potenzialità della difesa collettiva e sul suo dispiegamento principalmente contro la Russia. La cosa peggiore è questo è accaduto durante gli anni Novanta e i primi anni Duemila, quando, grazie all’apertura e alla nostra buona volontà, le relazioni tra Russia e Occidente avevano raggiunto un livello elevato.

La Russia ha rispettato tutti i suoi  obblighi, inclusa la ritirata dalla Germania e dall’Europa centro-orientale, contribuendo immensamente al superamento dell’eredità della Guerra fredda. Abbiamo frequentemente proposto varie opzioni cooperative, incluse nei formati Nato-Russia e Osce.

Inoltre, dirò qualcosa che non ho mai detto pubblicamente. La dirò per la prima volta. Nel 2000, durante una visita a Mosca dell’uscente presidente americano Bill Clinton, gli chiesi come si sarebbe sentita l’America ad avere la Russia nella Nato.

Non rivelerò tutti i dettagli di quella conversazione, ma la reazione alla mia domanda fu, diciamo, molto contenuta, e come gli americani realmente hanno reagito a quest’opportunità lo si è capito da come si sono comportati successivamente verso il nostro Paese. Mi sto riferendo al supporto aperto ai terroristi nel Caucaso settentrionale, all’indifferenza alle nostre domande e alle nostre preoccupazioni circa la sicurezza, all’espansione continua della Nato, al ritiro dal Trattato anti-missili balistici, e così via. La domanda sorge spontanea: perché? Perché tutto ciò, a che scopo? Molto bene, non ci volete come degli amici o degli alleati, ma perché fare di noi dei nemici?

Esiste una sola risposta: non si tratta del nostro regime politico e non ha a che fare con niente di tutto ciò. Il fatto è che, molto semplicemente, non hanno bisogno di un Paese grande e indipendente come la Russia nei dintorni. Questa è la risposta a tutte le domande. Questa è la fonte della tradizionale politica dell’America verso la Russia. Da qui l’attitudine a tutte le nostre proposte nella sfera della sicurezza.

Uno sguardo alla mappa è più che sufficiente, oggigiorno, per vedere quanto i Paesi occidentali abbiano mantenuto le loro promesse di evitare l’espansione a est della Nato. Il loro è stato un inganno. Abbiamo assistito a cinque ondate espansive della Nato, una dopo l’altra: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia nel 2004, Albania e Croazia nel 2009, il Montenegro nel 2019 e la Macedonia del Nord nel 2020.

Il risultato è stato che l’Alleanza, cioè la sua infrastruttura militare, è giunta sino ai bordi della Russia. E questo è uno dei fattori-chiave della crisi securitaria europea, avendo avuto un impatto perlopiù negativo sull’intero sistema delle relazioni internazionali e condotto alla perdita di fiducia reciproca.

La situazione continua ad aggravarsi, anche nella sfera strategica. Inoltre, come parte di un progetto degli Stati Uniti circa la creazione di un sistema di difesa missilistica globale, stanno venendo costruite delle aree per il posizionamento di missili antibalistici in Romania e in Polonia. Ed è risaputo che quelle postazioni, lì localizzate, possono essere utilizzate per lanciare dei missili da crociera Tomawahk diventando un sistema di attacco a scopo offensivo.

In aggiunta, gli Stati Uniti stanno sviluppando il missile universale Standard-6, capace di garantire difesa missilistica e aerea e di colpire bersagli a terra e in superficie. In altre parole, il presunto sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti a scopo difensivo si sta sviluppando e sta espandendo nuove capacità offensive.

Le informazioni in nostro possesso ci danno ragione di credere che l’entrata dell’Ucraina nella Nato, con annesso lo schieramento di strutture Nato in loco, sia stata già decisa: è solo una questione di tempo. E comprendiamo bene che in un simile scenario, il livello delle minacce militari alla Russia aumenterebbe drammaticamente, di molte volte. E vorrei enfatizzare, a questo punto, che il rischio di un attacco improvviso contro il nostro Paese si moltiplicherebbe.

Vi spiego: i documenti di pianificazione strategica degli Stati Uniti confermano la possibilità di un cosiddetto attacco preventivo contro i sistemi missilistici di un nemico. E chi sia l’avversario principale di Stati Uniti e Nato lo sappiamo anche: è la Russia, che i documenti ufficiali della Nato dichiarano essere la principale minaccia alla sicurezza euroatlantica. E l’Ucraina servirà come trampolino di lancio avanzato per questo attacco. Se i nostri antenati lo avessero saputo, semplicemente non ci crederebbero. Mi piacerebbe che le persone in Russia e Ucraina lo capiscano.

Molti aeroporti ucraini non sono lontani dai nostri confini. Se l’aviazione tattica della Nato stazionasse lì, parlo anche dei trasportatori di armi di precisione, sarebbe capace di colpire il nostro territorio fino alle profondità della linea Volgograd-Kazan-Samara-Astrakhan. Il dispiegamento di radar di riconoscimento sul territorio ucraino consentirebbe alla Nato di controllare da vicino lo spazio aereo della Russia fino agli Urali. 

Infine, dopo che gli Stati Uniti hanno stracciato il Trattato sulle forze nucleari a medio raggio, il Pentagono ha cominciato a sviluppare alla luce del Sole molti armamenti offensivi lanciabili dal suolo, tra i quali dei missili balistici capaci di colpire bersagli ad una distanza di 5.500 chilometri. Se questi sistemi venissero installati in Ucraina, sarebbero capaci di colpire obiettivi ovunque nella parte europea della Russia. Il tempo di volo di un missile da crociera Tomahawk verso Mosca sarebbe inferiore ai 35 minuti, un missile balistico lanciato da Kharkov impiegherebbe 7-8 minuti, mentre armi d’assalto ipersoniche ci metterebbero 4-5 minuti. Sarebbe come avere un coltello puntato alla gola. Non ho dubbi sul fatto che sperano di concretizzare questi piani, come hanno fatto più volte in passato, espandendo la Nato verso est, muovendone l’infrastruttura fino ai confini russi e ignorando completamente le nostre preoccupazioni, le nostre proteste e i nostri moniti.

Scusatemi, ma a loro semplicemente non importa niente di queste cose e hanno fatto tutto ciò che hanno ritenuto necessario. E, sicuramente, si comporteranno ugualmente nel prossimo futuro, seguendo il noto detto: “i cani abbaiano e la carovana passa”. Lasciate che lo dica chiaramente: non accettiamo questo comportamento e non lo accetteremo mai. Detto questo, la Russia ha sempre sostenuto la risoluzione dei problemi più complicati al tavolo negoziale, attraverso i mezzi della politica e della diplomazia.

Siamo ben consapevoli della colossale responsabilità che giochiamo nella stabilità regionale e globale. La Russia, nel 2008, cercò di realizzare un’iniziativa: la conclusione di un Trattato per la sicurezza europea che impedisse ai singoli stati o ad un’organizzazione internazionale di rafforzare la loro sicurezza alle spese di quella altrui. La nostra proposta, ad ogni modo, fu rigettata così, su due piedi, con la scusa che alla Russia non fosse consentito di porre dei limiti alle attività della Nato. E ci fu fatto capire esplicitamente, inoltre, che soltanto i membri dell’Alleanza Atlantica potessero avere delle garanzie securitarie legalmente vincolanti.

Lo scorso dicembre, abbiamo consegnato ai nostri partner occidentali una bozza di trattato tra la Federazione russa e gli Stati Uniti sulle garanzie di sicurezza, insieme ad una bozza di accordo su misure per garantire la sicurezza della Federazioen russa e degli stati membri della Nato.

Gli Stati Uniti e la Nato hanno risposto con dei comunicati generali. Erano sì presenti dei bagliori di razionalità, ma riguardavano argomenti di importanza secondaria e tutto sembrava un tentativo di cambiare argomento e divergere la discussione verso altri lidi.

Abbiamo risposto a quei comunicati di conseguenza, evidenziando che eravamo pronti a seguire la strada delle trattative, a condizione che, però, tutte le questioni venissero considerate come un unico pacco includente le proposte chiave della Russia, che contengono tre punti-chiave. Il primo: evitare un’ulteriore espansione della Nato. Il secondo: che l’Alleanza si astenga dal dispiegare sistemi di arma offensivi lungo i confini russi. E, infine, il ritorno dell’infrastruttura e delle capacità del blocco in Europa al 1997, anno della firma dell’Atto fondativo Nato-Russia.

Queste proposte di principio da parte nostra sono state ignorate. E lo reitero: i nostri partner occidentali hanno di nuovo ripetuto quelle formule così familiari sulla libertà di ogni stato di scegliere come tutelarsi, a quale alleanza o unione militare aderire. In pratica, la loro posizione non è cambiata per niente e continuiamo ad ascoltare i ritriti riferimenti alla famigerata politica della politica aperta della Nato. E, per di più, stanno nuovamente cercando di minacciarsi, ci stanno minacciando con le sanzioni, che comunque introdurranno in ogni caso visto che la Russia continua a rafforzare la propria sovranità e le sue forze armate. Non ci penseranno due volte prima di venirsene con un pretesto, o magari fabbricandone uno, con il quale lanciare un altro attacco a base di sanzioni, al di là degli sviluppi in Ucraina. Il loro solo e unico obiettivo è di frenare lo sviluppo della Russia. E continueranno a farlo, proprio come hanno fatto prima, anche senza un pretesto formale, soltanto perché noi esistiamo e non scenderemo mai a compromessi sulla nostra sovranità, sui nostri interessi nazionali e sui nostri valori.

Vorrei essere chiaro e diretto: date le attuali circostanze, con le nostre proposte per un dialogo equo su temi fondamentali che sono rimaste inascoltate Stati Uniti e Nato, e con il livello di minacce al nostro Paese cresciuto in maniera significativa, la Russia ha tutto il diritto di reagire per la sua sicurezza. Ed è precisamente questo che faremo.

Per quanto riguarda lo stato delle cose nel Donbass, vediamo che l’élite al governo a Kiev non ha mai nascosto la nolontà di rispettare il Pacco di misure di Minsk per la risoluzione del conflitto e non è interessata ad un compromesso pacifico. Loro, al contrario, stanno cercando di orchestrare un blitzkrieg nel Donbass, come già accaduto nel 2014 e nel 2015. E sappiamo bene quale esito ebbero quelle avventure spericolate.

Non c’è giorno che passi senza che le comunità del Donbass non vengano bombardate. La forza militare, di recente rafforzata, fa uso di attacchi con droni, armi pesanti, missili, artiglieria e lanciarazzi. Le uccisioni di civili e gli abusi sulla gente, inclusi i bambini, le donne e gli anziani, proseguono in maniera indisturbata. E non intravediamo una fine a ciò all’orizzonte.

Il cosiddetto mondo civilizzato, nel frattempo, del quale i nostri colleghi occidentali si sono autoproclamati gli unici rappresentanti, preferiscono non vedere tutto ciò, come se questo orrore e questo genocidio, che rischiano quasi quattro milioni di persone, non esistesse. Ma esistono. Ed esistono perché non erano d’accordo con il colpo di stato supportato dall’Occidente che ha avuto luogo in Ucraina nel 2014 e si sono opposte alla transizione verso il primitivismo e all’elevamento del neonazismo e del nazionalismo aggressivo al rango di politica nazionale. Stanno combattendo per il loro diritto elementare a vivere nella propria terra, a parlare la loro lingua e a preservare la loro culture e le loro tradizioni.

Quanto a lungo ancora potrà continuare questa tragedia? Quanto a lungo la si può sopportare? La Russia, in tutti questi anni, ha fatto di tutto per preservare l’integrità territoriale dell’Ucraina, lavorando pazientemente e insistentemente per risolvere la situazione nel Donbass attraverso l’implementazione della Risoluzione 2202 del 17 febbraio 2015 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha consolidato il Pacco di misure di Minsk del 12 febbraio 2015.

Tutto è stato vano. I presidenti e i deputati della Rada vanno e vengono, ma l’essenza aggressiva e nazionalistica del regime che ha preso il potere a Kiev non cambia. Essenza che è un prodotto integrale del colpo di stato del 2014. E coloro che hanno scelto la via della violenza, dello spargimento di sangue e dell’illegalità non riconoscevano allora e non riconoscono adesso altra soluzione alla questione del Donbass che quella militare.

A questo proposito, considero che sia necessario assumere una decisione attesa da tempo e di riconoscere immediatamente l’indipendenza e la sovranità delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk.

Chiedo all’Assemblea federale della Federazione russa di supportare questa decisione e di ratificare il Trattato di amicizia e mutua assistenza con entrambe le repubbliche. Questi due documenti verranno preparati e firmati a breve.

Vogliamo che coloro che hanno assunto e continuano a detenere il potere a Kiev cessino immediatamente le ostilità. Altrimenti, la responsabilità per il possibile proseguimento dello spargimento di sangue ricadrà interamente sulla coscienza del regime al governo in Ucraina.

Nel mentre che annuncio queste decisioni, assunte qui oggi, confido nel supporto dei cittadini della Russia e delle forze patriottiche del Paese.

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