Negli ultimi mesi l’Iran è stato oggetto di una rinnovata pressione da parte degli Stati Uniti, che a partire dall’ascesa alla presidenza di Donald Trump hanno imposto un cambio di ritmo al paradigma strategico definito da Barack Obama arrivando, nello scorso mese di maggio, a ritirarsi dall’accordo sul nucleare faticosamente raggiunto nel 2015. In un documento pubblicato dal sito della Casa Bianca il 13 ottobre scorso Trump ha delineato il suo nuovo e più aggressivo approccio all’Iran. Leggendo questo documento, tuttavia, più che dalle dichiarazioni roboanti si è colpiti dall’assoluta vaghezza: alla volontà di “neutralizzare l’influenza destabilizzante” di Teheran e “limitare la sua aggressione” (contro chi non è dato sapersi) si aggiungono numerosi attacchi diretti al regime politico vigente in Iran, le cui azioni sono addirittura etichettate come “maligne”.

L’Iran, per gli Usa, è il nemico pubblico numero uno così come lo è, al tempo stesso, per Israele: Benjamin Netanyahu ha più volte espresso tutta la sua antipatia per lo Stato persiano mentre le forze armate di Tel Aviv hanno a più riprese condotto azioni contro le posizioni iraniane in Siria. Trump e Netanyahu rinfacciano all’Iran velleità di egemonia nella regione mediorientale e espansionismo vorace che, nella realtà dei fatti, non coincidono con il reale pensiero strategico di Teheran.

In primo luogo, lo Stato persiano non si è mai reso responsabile di invasioni illegittime di altri Paesi dai tempi dei due, fallimentari assedi per la conquista di Herat del 1838 e del 1856; in secondo luogo, le scelte di politica estera, la dottrina militare e le reali potenzialità strategiche elaborate dai vertici iraniani sono finalizzate, in maniera prioritaria, alla difesa del territorio nazionale.

L’Iran, ex impero, mira a preservare la sua integrità

“La narrazione che vuole l’Iran espansionista, aggressivo ed egemone”, ha scritto Nicola Pedde sull’ultimo numero di Limes, “contrasta con la prevalente percezione di sé stessi coltivata dagli iraniani. Visione completamente opposta, costruita sul timore dell’invasione, dello scontro etnico e religioso, in un contesto regionale tanto culturalmente estraneo quanto pericoloso”.

L’Iran, in primo luogo, ha ereditato il pensiero geopolitico e strategico della Persia imperiale, Paese che nella sua storia ha tanto combattuto guerre d’espansione quanto subito attacchi da Nord (da parte della Russia), da Est (dalle tribù afghane) e da Ovest (da parte degli Ottomani), ed è stato fortemente condizionato dall’esperienza storica del conflitto contro l’Iraq di Saddam Hussein negli Anni Ottanta.

Prioritario, per l’Iran, è il mantenimento dell’integrità del suo territorio nazionale in caso di attacco straniero: la debolezza delle sue forze armate convenzionali rispetto ai rivali regionali (Arabia Saudita, Israele) o globali (Stati Uniti) ha portato i decisori strategici iraniani a sviluppare una duplice strategia: da un lato, Teheran progetta in caso di invasione una guerra di resistenza nazionale da condursi nelle roccaforti centrali del Paese, arroccate sulla barriera naturale dei Monti Zagros, in modo tale da incrementare il costo materiale e umano di un’invasione, dall’altro ha puntato a proiettare all’esterno la sua prima linea di difesa.

La geopolitica difensiva dell’Iran

La proiezione strategica dell’Iran in Medio Oriente, in fondo, risponde al disegno strategico precedentemente delineato: la volontà di espandere la cintura di protezione del Paese alla “Mezzaluna sciita” è funzionale all’allontanamento delle minacce dai confini esterni della Repubblica Islamica, in questo momento non gravati da pericoli diretti.

Del resto, l’intervento dei pasdaran del generale Qasem Soleimani nella guerra civile in Siria e nel conflitto tra l’Iraq e l’Isis, il sostegno alle milizie sciite nei due Paesi e i progetti di rafforzamento di Hezbollah in Libano hanno gravato notevolmente sulle possibilità finanziarie di Teheran, suscitato malumori nelle fasce più deboli della popolazione preoccupate per la difficile congiuntura economica, e imposto al Paese un importante tributo di sangue. Tuttavia, si può dire che l’Iran abbia conseguito obiettivi strategici di primaria grandezza con questo sforzo: è bene ricordare che in caso di attacco diretto alla Repubblica Islamica nessuno degli alleati diretti di Teheran, da Hezbollah alla Siria di Bashar al Assad, potrebbero spostare in maniera favorevole gli equilibri. L’Iran ha costruito, in larga misura a sue spese, un’architettura che immagina preventiva di future minacce.

Gli scenari futuri

Diversi settori degli apparati di potere statunitensi e israeliani, compresi numerosi think tank in cui la distinzione tra i due Paesi appare a dir poco sfumata, parlano da diverso tempo di un’azione per favorire un cambio di regime in Iran.

Il 30 giugno scorso Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e avvocato di Trump, è intervenuto a Parigi a una riunione di dissidenti iraniani in cui erano presenti anche esponenti del gruppo dei Mujahedin-e-Kalq (MeK), classificato come terrorista da Teheran; The National Interest ha invitato alla prudenza nell’approccio statunitense a tale gruppo, mentre in campo iraniano le frange più conservatrici attendono l’impatto delle nuove sanzioni statunitensi per poter esasperare una dottrina strategica che l’amministrazione Rouhani ha sinora interpretato in maniera realistica.

Esacerbare la pressione sull’Iran, infatti, porterebbe a un grave peggioramento degli equilibri politici mediorientali: gli Stati Uniti darebbero ai conservatori iraniani nuove frecce da aggiungere al loro arco della contrapposizione con Washington, tagliando le gambe all’ala più dialogante della politica nazionale, dimostratasi capace di costruire una solida architettura difensiva all’esterno del Paese ma non, al tempo stesso, di rafforzare il “fronte interno” sotto il profilo economico e sociale. Perché l’Iran, Paese che non ha mai perso la sua anima imperiale, mira in primo luogo a tutelare sé stesso e la sua integrità: portare le tensioni a livelli incontrollabili creerebbe problemi ai leader di Teheran più attenti a una visione di lungo periodo. E in questo caso gli Stati Uniti e i loro alleati rimpiangerebbero veramente la situazione attuale.

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