Emmanuel Macron e Marine Le Pen si giocheranno l’Eliseo in quindici giorni. Quelli nei quali dovranno soprattutto lavorare a due scopi: tenere il proprio zoccolo duro (quello che ha già votato al primo turno) ed allargare la platea elettorale cercando di attrarre i voti di chi è rimasto fuori dopo l’appuntamento elettorale di domenica 10 aprile. In un quadro post-ideologico come quello francese, non è semplice comprendere gli indirizzi che verranno presi dagli elettorati diversi da quelli de La Republique En Marche! e del Rassemblement National.

Qualche indizio può essere fornito dalle indicazioni di voto. Valerie Pécresse, repubblicana e moderata, si è fermata al 5% circa dei consensi ed ha già dichiarato la propria intenzione di sostenere il presidente uscente. La scelta era abbastanza prevedibile, considerando anche le prossimità idealistiche tra i Les Republicains centristi – quelli di cui la Pécresse è espressione – e La Republique En Marche!. Il discorso cambia per un’altra area repubblicana, ossia quella che fa riferimento ad esponenti come Eric Ciotti o Xavier Bertrand.

Non è detto che l’elettorato conservatore dei gollisti sposi la causa di Marine Le Pen ma è di sicuro probabile che una percentuale dei voti dei Les Republicains finisca nelle sacche, per così dire, della figlia di Jean Marie. Si tratta di un partito crollato che tuttavia, in specie per l’estensione del suo elettorato su base territoriale, potrebbe contare parecchio rispetto alle prospettive elettorali di questa elezione. Una formazione politica molto differenziata al suo interno che potrebbe spaccarsi a metà anche sotto il profilo formale.

Molto interessante, per Macron e Le Pen, sarà comprendere l’orientamento dei voti di Jean Luc Melénchon e della sua France Insoumise. Il candidato socialista è stato chiaro sin da subito: non vuole che i suoi consensi finiscano dalle parti dei lepenisti. Ma quanto elettorato anti-sistemico tenderà a rispettare l’ordine, per così dire, di Melenchon? Cinque anni fa, un terzo dei voti della France Insoumise ha deciso di preferire Macron, mentre la maggior parte degli elettori di Melénchon ha preferito restare a casa, astenendosi per il secondo turno. Se questo accadesse di nuovo, sarebbe disastroso per Marine Le Pen che deve puntare soprattutto su quelle preferenze per poter davvero competere.

Eric Zemmour e Reconquete!, il partito della destra conservatrice nato in occasione delle presidenziali, hanno già sciolto la riserva: voteranno Marine Le Pen. E anche questa scelta era piuttosto pronosticabile. Ma la sommatoria dei voti di Zemmour e di quelli della Le Pen, oltre ad essere approssimativa e non fotografabile in anticipo con tutte le certezze del caso, non basterebbe al Rassemblement National per poter scavalcare Macron, che può contare su una serie di formazioni politiche minori, tutte più o meno operanti nel centrosinistra, che sono arrivate oltre la quarta posizione al primo turno.

Per Macron voterà buona parte degli elettorati dei seguenti candidati: l’ecologista Yannik Jadot; la socialista e sindaco di Parigi Anne Hidalgo; il sindacalista filo-agricolo Jean Lassalle. Sono piccole percentuali ma possono di sicuro contribuire ad allargare un distacco cospicuo, come peraltro è già accaduto cinque anni fa, quando tuttavia ad essere ambito era soprattutto il 20% dei Repubblicani di Francois Fillon, che in quella elezione si piazzò al terzo posto della classifica finale.

Volendo sintetizzare, si direbbe che è abbastanza complesso dare per scontato questo o quel riposizionamento. Tuttavia risulta lecito asserire che Macron sia, a bocce ferme, complessivamente favorito. L’unità delle destre – l’obiettivo della Le Pen – non è del resto un passe-partout per l’Eliseo, tenendo soprattutto in forte considerazione la posizione dei Repubblicani che potrebbero spostare in maniera definitiva l’asse verso l’attuale inquilino dell’Eliseo. Se è vero che Les Republicains, con la candidatura della Pécresse, hanno sostanzialmente fallito, è vero pure che i gollisti sono reduci da una schiacciante vittoria alle elezioni amministrative che vorrà pur dire qualcosa in termini di radicamento elettorale.

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