Si è conclusa lo scorso 7 dicembre a Roma la tre giorni del Med Dialogues 2019, l’evento giunto alla sua quinta edizione che, annualmente, riunisce i leader dei Paesi del Mediterraneo. 55 Paesi, più di 50 tra capi di Stato, ministri e alti rappresentanti, più di mille leader del mondo della politica, economia e cultura: sono solo alcuni dei numeri che raccontano il meeting dal titolo Beyond turmoil, a positive agenda. Un momento di riflessione e di dialogo, di confronto e di scontro che ha generato molteplici spunti di discussione attorno a quella “serie di civiltà accatastate le une sulle altre” tanto care a Fernand Braudel. L’evento è un appuntamento fisso nato dato dalla collaborazione tra l’Ispi e il Maeci.

I nodi cruciali del dialogo mediterraneo

Se una conferenza non può cambiare il mondo il dialogo può, questo è lo spirito con cui sono stati analizzati nodi caldi e pregi del dialogo mediterraneo: il multilateralismo, infatti, non sta vivendo un momento facile perché offuscato da una eccessiva regionalizzazione che settorializzazione e divide in un mondo sempre più global. Temi caldi, dunque, come il rapporto burrascoso con la Russia, tornata ad essere interlocutore mediterraneo, le proteste che stanno animando nuovamente l’Africa settentrionale, il complesso rapporto con gli Usa e con la Nato.

E poi ancora: il caos libico, la guerra in Siria, la necessità del disimpegno nucleare da parte dell’Iran, il dramma israelo-palestinese: tutte questioni intricate che minano la stabilità del Mediterraneo, dell’Europa e, dunque, dell’Italia stessa. Uscire dalla competizione, porre in essere una nuova collaborazione nella regione Mena: è stato questo il tema di una delle sessioni più accese alla presenza di esponenti provenienti da Marocco, Libano, Stati Uniti ma soprattutto alla presenza Ahmed Aboul Gheit, segretario generale della Lega Araba che ha sottolineato come il problema palestinese sia di primaria importanza nello stabilizzare l’area, accusando una certa incoerenza americana nella politica estera degli ultimi anni. Ma la dicotomia collaborazione/competizione non riguarda solo i complessi rapporti arabo israeliani, ma oggi si estende ai temi delle proteste di piazza maghrebine, ai cambiamenti climatici, all’area del Golfo, alla lotta all’Isis, ai drammi del nucleare e degli sfollati. Due momenti importanti quelli di dialogo con Mevlüt Çavuşoğlu, ministro degli Esteri turco e Adel bin Ahmed Al-Jubeir, ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita: se il primo ha incentrato la propria narrazione sul problema del terrorismo in Turchia e dell’incoerenza in ambito Nato circa le milizie curde, il suo omologo saudita ha bollato con un perentorio “enough is enough” l’atteggiamento internazionale dell’Iran.

Primari, soprattutto, i temi economici approfonditi da delegati nazionali e studiosi come, ad esempio, la diversificazione delle economie mediterranee come via d’uscita dalla dipendenza: più volte citato come best practice il caso del Bahrein, il piccolo regno arabo che ha puntato tutto sul settore financial tech affrancandosi dalla monocoltura del petrolio. E poi ancora, il pantano siriano e il futuro delle milizie nell’area MENA: perché affermare di aver sconfitto al Qaeda o Isis non significa aver estinto questi gruppi ma semplicemente averli spinti altrove (si pensi al caso del Mali). Lapidario il ministro degli esteri russo Sergey V. Lavrov sul caso libico: l’errore, secondo Mosca è quello di aver escluso i libici stessi dalla Conferenza di Berlino, un occasione persa. Per il futuro, Lavrov ha auspicato un ruolo maggiore dell’Unione Africana che, un tempo, si era posta come mediatrice tra Gheddafi e l’opposizione. A corredo dei tempi principali i nodi degli investimenti interni e stranieri, la sicurezza energetica, l’innovazione tecnologica, la cooperazione nel settore dei cambiamenti climatici. Un tema cardine quello della stabilizzazione post bellica che riguarda e riguarderà paesi come la Siria e l’Iraq dove dopo anni di combattimento rischia di crearsi un vuoto pericoloso che non solo complica la ricostruzione ma rende i Paesi coinvolti nel peace rebuilding facili prede degli estremismi. L’estremismo appunto, il male dell’area che acquista sempre maggiore appeal su giovani e giovanissimi nelle aree di degrado: lo youth factor è stato proprio uno dei temi centrali della seconda giornata del MED. I giovani del Mediterraneo sono preparati, cooperativi, conoscono le lingue, comunicano, inventano app e fondano start up: sono la risorsa e la sfida principale a chi pensa che il Mare nostrum sia una terra invecchiata e arretrata. Più volte i rappresentanti della regione sono stati incalzati dalle donne leader invitate al meeting: ancora troppo poco presenti nelle leadership mediterranee ma cruciali nelle svolte civili e sociali delle Nazioni coinvolte. Si pensi all’Arabia Saudita, che solo in questi ultimi mesi mostra timidi tentativi di apertura, o al caso virtuoso del Bahrein, dove il ruolo delle donne è stato consacrato nel Consiglio supremo delle donne guidato dalla principessa Sabika, che prepara le donne bahreinite affinché possano svolgere con competenza ed efficienza ruoli politici. Una voce forte chiara quella delle donne del Mediterraneo che si è fatta sentire forte attraverso le parole di Haifa Al Khaifi, CFO della Petroleum Development dell’Oman (definita da Forbes una delle donne arabe più influenti al mondo) e dell’energica Tawakkol Karman, yemenita e Premio Nobel per la Pace per la sua battaglia non violenta a favore della sicurezza delle donne e del loro diritto alla piena partecipazione nell’opera di costruzione della pace. Fresco di nomina europea il Commissario Ue Paolo Gentiloni che nel suo intervento ha posto l’accento sulla vetustà del dialogo mediterraneo in termini di nord/sud e sulla necessità di implementare quello est/ovest con particolare attenzione ai Balcani occidentali e alle sfide che questi territori pongono al Mediterraneo e all’Europa.

A chiudere l’evento il ministro degli Esteri Luigi di Maio e il premier italiano Giuseppe Conte: appuntamento al prossimo anno con nuove sfide e, si spera, buone nuove di cui discutere.

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