Mario Draghi andrà in Libia tra due giorni. È un viaggio importante, il primo vero banco di prova per il premier venuto dall’alta burocrazia europea e costretto a confrontarsi con una realtà fatta di armi, tribù, intelligence e trafficanti di esseri umani. Non è il freddo di Francoforte, ma il caldo della profonda primavera di Tripoli. Ma è a poche miglia dalle coste siciliane: e qui si decide in gran parte il nostro destino nel Mediterraneo. Ecco perché è qui, sulle coste libiche, che Draghi ha voluto fare la sua prima visita ufficiale all’estero. Non a Berlino o Parigi e nemmeno a Bruxelles o Washington, ma su quel “bel suol d’amore” che per l’Italia è ancora in cima all’agenda strategica.

Il problema è che Draghi arriva in Libia non certo con un terreno preparato nel migliore dei modi. Inutile negarlo: dopo ormai dieci anni di guerra e caduta del colonnello Gheddafi, Roma ha perso quell’ascendente che per decenni ha avuto con Tripoli. Gli accordi segreti tra Prima Repubblica e Jamaria e quelli ufficiali di Silvio Berlusconi con il leader libico sono un lontano ricordo. Il paese nordafricano è diventato una terra di tutti (o di nessuno), gestita da tribù e nazioni straniere che apparentemente sono partner ma nella sostanza si combattono l’una contro l’altra senza esclusione di colpi. E l’Italia è non solo coinvolta direttamente, ma anche terra di confine di questo intricato ginepraio.

I precedenti governi non hanno reso un particolare servizio al nostro Paese. Prima col sostegno a Fayez al Sarraj, poi con gli ammiccamenti all’acerrimo nemico Khalifa Haftar, infine con un sostanziale disinteresse a quanto avveniva dall’altra parte del Mediterraneo, Draghi arriva in una Libia che fatica a riconoscere davvero un interlocutore italiano. Luigi Di Maio, che alcuni giorni fa ha scritto che “Italia e Libia sono accomunate da importanti interessi geo-strategici” è stato a Tripoli per incontrare il primo ministro Abdelhamid Dbeibah, il presidente del Consiglio presidenziale Mohamed al Menfi, i due vice presidenti, Abdullah al Lafi e Musa al Kuni, e infine il ministro degli Esteri Najlaa al Mangush. Con lui anche l’ad di Eni, che ha discusso gli accordi tra Libia e il cane a sei zampe. Ma a quel vertice ne ha seguito un altro, tre giorni dopo e sempre a Tripoli, questa volta con Di Maio accompagnato dal francese Jean Yves Le Drian e dal tedesco Heiko Maas. Una triade europea che serviva forse anche a ricordare all’Italia che per tornare in Libia deve passare per Berlino e Parigi. Ed è chiaro che se Berlino ha interesse a gestire la transizione, Parigi ha tutto l’interesse a evitare che la Libia torni “in mani italiane”. Lo ha dimostrato a suo tempo con la guerra di Nicolas Sarkozy e lo ha certificato col sostegno mai troppo celato ad Haftar mentre l’Italia supportava la Tripolitania e il governo nazionale.

Il problema è che l’Italia, in questi anni, non si è comportata nel migliore dei modi pur avendo servizi e militari coinvolti sul campo. Ed è un problema legato soprattutto ai tentennamenti di chi ha guidato la Farnesina e Palazzo Chigi. Molto spesso si parla di una politica “ambigua” facendo azzardati riferimenti alla Prima Repubblica, ma parliamo di un livello completamente diverso. I rappresentanti dell’epoca sapevano perfettamente da che parte fosse l’Italia e da che parte dovesse andare. Poi, nel frattempo, facevano anche accordi sotto banco o alla luce del Sole (a seconda dello scopo) per mostrare una strategia il più possibile autonoma e lanciare messaggi. L’Italia di Giuseppe Conte e Di Maio è stata molto diversa: è spesso apparsa del tutto altalenante cambiando schieramento, e lo si è visto in Libia come nei rapporti con Donald Trump, con Mosca, con la Cina, con l’Europa. Morale: l’Italia è apparsa a tutte le forze libiche talmente inaffidabile da risultare un partner necessario quanto scomodo. E il Paese è diventato un territorio di scontro tra europei e Paesi arabi e di spartizione tra Russia e Turchia: due potenze che hanno avuto il coraggio e la spregiudicatezza di sfruttare gli errori italiani e di tutta l’Europa per inserirsi n Tripolitania e Cirenaica e dividersi le sfere di influenza.

Con gli Stati Uniti che si sono disinteressati del Mediterraneo (e in particolare della Libia), il gioco è apparso fin troppo facile. E ora rischiamo di dover ricucire rapporti persi grazie anche a clamorosi errori di valutazione.

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